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La parola ai poeti. Luciano Mazziotta

Tre aneddoti e tre limiti

Limite nr. 1. Inadeguata individualità.

Se mi è stata proposta, volontariamente e non-necessariamente, questa parola in questo spazio, altrettanto volontariamente e non-necessariamente posso rispondere. D’altra parte, mi è stato offerto questo luogo sulla base di un mio fare, quindi è necessario delimitare ciò che potei dire, nella consapevolezza che il come e il che cosa sono differenti per ogni fare in cui sono coinvolto. Il fare in questione è relativo all’atto di aver scritto dei libri, che, in un modo o nell’altro, sono delimitati al campo di quello che viene denominato comunemente poesia.

Ho ripetuto più volte la parola limite, delimitato, limitare, per una questione meno poetica e più agorafobica: che cosa mi è stato chiesto in questo spazio? Ho bisogno di un confine. Esprimere una visione della scrittura in versi, la mia esperienza con la scrittura in versi, le mie relazioni con l’ambiente inerente alla sfera di chi si occupa di questa pratica. Si tratta di un tema illimitato, per uno spazio, quello virtuale, illimitato anch’esso. Agorafobia: mi è opportuna una barriera. Non parlo di traccia: le indicazioni, del resto, sono chiare.  Parlo di un illimitato che, in quanto tale (e tanto per la parola quanto per il mio fare), posso pensarlo esclusivamente per mezzo di una esperienza del limite. Esperire il limite non significa, però, per me, esperienza agonistica e adrenalinica del rischio. Ha a che fare, invece, con i propri (i miei) limiti: fare quello che posso fare, e ciò che riesco a fare, secondo la individualità di soggetto che esperisce.  Continua a leggere

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