“…Cercavo l’infinito: trovavo la pietra di topazio di tra i graniti del Tibet”, dice Amelia Rosselli, dove topazein significa “cercare di trovare”, inteso come scoperta di qualcosa di unico che meriti, per poco che sia, di essere detto in tutta libertà senza pretendere di capire o rivelare. Poesia per me, è custode dell’inespresso e come dico spesso, un venire a patti con il silenzio senza perdere le parole che lo evocano. È disposizione all’ascolto del respiro dell’anima che, con un muto linguaggio, prende corpo e decifra destini. In esso c’è armonia, stabilità e coerenza. Quando sorge e mostra la sua luce, quando vede e riconosce la stessa luce in altri, vi si avvicina per ricevere, a sua volta, la luce che brilla nell’altro. La poesia non accetta definizioni, ma aggiunge vita alla vita. Credo sia quel primordiale soffio in volo circolare che possiede i poeti, la presa di coscienza che una parte di loro sia intimamente legata con l’esistenza terrestre e può rivelarsi esperienza assoluta di una vita senza tempo. La scoperta della parola è frutto di uno scavo nell’abisso dell’io, l’occasione per riflettere sul senso della vita, lo strumento per portare alla luce la lacerazione profonda che ostacola il pieno godimento della vita. Dare voce al legame tra l’esperienza del dolore nella vita umana diviene uno strumento conoscitivo di noi e del mondo che indaga le ragioni profonde dell’agire umano. Ma il fare poesia non potrebbe mai eguagliare la pienezza dell’esistere, perché l’essere è più che dire dice Giovanni Giudici.
Credo di aver iniziato a coltivare la scrittura, in concomitanza con la mia passione per la lettura, più libri divoravo e più ne restavano da leggere. La lettura mi assorbiva al punto di farmi rimandare all’infinito l’atto creativo della scrittura. Forse, inconsapevolmente, sapevo che agire con il linguaggio e interagire con ciò che accade è un esperimento di esito incerto, un percorso che richiede coraggio e soprattutto quando si fa corpo, non c’è protezione perché la poesia in re si muove e approda a un panorama dai confini aperti. Ritengo che la poesia e in genere l’arte sia frutto solo dello spirito del suo autore, in ciò che contiene di profondo, in quanto parte della sua vita intima, talvolta però, ci sono però persone che prodigiosamente appaiono significative e restano nella memoria. Così è accaduto a me quando conobbi Emilio Argiroffi una delle figure più alte della poesia italiana della seconda metà del Novecento, ingiustamente dimenticato dalla critica ufficiale, la cui opera mi è stata da guida. Spesso cerco le parole con cui sicuramente fallirò nel dire ciò che vorrei dire. In questa consapevolezza di scacco ma non di rinuncia comincia a nascere la mia scrittura che respira sospesa nelle pieghe e nei vuoti, fra suono e senso e il suo potere. Scrive Marina Cvetaeva: «Do ascolto a qualcosa che risuona in me in modo costante ma non uniforme, ora dandomi indicazioni, ora dandomi ordini. Quando indica – discuto, quando ingiunge – ubbidisco». La poesia per me è anche rifugio intimo, terra di pace, urgenza avvertita nel profondo come nostalgia di una presenza che evoca il mio legame con il mondo.
Non temere
Ci sono semi nell’aria aperti al dubbio
dilagando per tutti in ogni dove
risuonano di voci e quando si alza il vento
con un solo sguardo esplodono
[al sorgere del sole
si respira come tra scogli e sabbia
l’attesa del maestrale
Ecco ora il suono lambisce
la musica di un temporale lontano
con le note calme dell’infanzia
Non temere hai lo sguardo
di una casa libera
con radici di eucalipti
[che nel mare fluiscono
Da” Sul margine “Interno Libri Edizioni , 2023.
Fermati (un inedito)
In questo deserto le parole ci legano
tra i sassi in varia luce
eppure si erode ogni respiro nell’aria
come il suono sordo di un fiore
striato di spine tra i cespugli
ma se ascolti tra le nebbie i tralci
puoi udire invisibili filigrane vaganti
in cerca di sostegno e poi il suono
distante d’un fiume all’imbrunire
e il vento della notte nei tuoi occhi
solo la tua voce mi attraversa
il petto
Il silenzio più puro serba nei fondali
un segreto che precede la morte
una miscela di civiltà
appartieni a ogni tempo
al rudere dove i pini
affondano radici e alle Pleiades
sempre uguali e diverse
coi colori segreti del mare
tra sabbie mute vedi–
scintillano sulle sciagure umane
Sur nos gestes sur nos paroles
pour que tu vives sans mourir
edifica da ogni latitudine
la tua moltitudine a misura di tutti
edifica amore
*
Tra le raccolte di poesie: I sentieri della speranza (Gabrieli editore,1985), Riflessi di rugiada (Albatros, Nuove voci 2011), Al dio dei ritorni (Galassia Arte, 2014), Solchi. La parabola si compie nei risvegli (L’Arcolaio, 2016), La terra che rimane (Edizioni Controluna, 2018), Talenti di donna (Onirica edizioni, 2013), come curatore, Radure (ed. Ladolfi, 2019), Sul margine (Interno Libri Edizioni 2023). Traduce testi di poeti greci su
Il suo blog di riferimento: http://nugae11.wordpress.com/

