[Mt 25,14-30].
?E’ l’assenza che accresce il desiderio.
Così, un uomo, partendo per un viaggio, lascia, in dono, del denaro.
In ebraico biblico, denaro e desiderio hanno la stessa radice (k-s-f). kasaf (desiderio) e kesaf (denaro). (da Simone Venturini)
Come dire: l’assenza viene riempita dal desiderio. Chi parte lascia, in dono, il desiderio di sé.
È solo una suggestione, ma può offrirci una interessante chiave di lettura del passo di Matteo.
Il desiderio, non solo guida e indirizza i passi, ma diventa capacità di “fare”.
Il vuoto, dato dall’assenza, genera nostalgia e la nostalgia genera il desiderio. Si può accogliere o mettere a tacere il desiderio. L’accoglienza si converte in fare, in azione, rende capaci di concretezza feconda. La soppressione del desiderio porta sterilità.
Non esiste, poi, un desiderio disincarnato. Ad ognuno viene data una capacità desiderante proporzionata alla sua capacità di accoglienza del desiderio stesso. Chi più ha avuto, più arde, più è spinto all’azione che è costruzione di storia.
Chi ha avuto meno, non è colpevole per questo. La sua colpa è non aver saputo accogliere quello che gli veniva dato, che era il suo tutto; non ha saputo liberare il desiderio; resta sterile, non produce nulla se non il poco che ha, come replicazione di un già noto che dà sicurezza e conforta nell’assenza dell’origine. Ciò che importa non è l’entità del dono ricevuto o il ricavo dal suo investimento; ciò che importa è che si sia pronti a giocare tutto ciò che si ha, grande o piccolo che sia questo “tutto”.
Nel brano di Matteo, noto come “Parabola dei talenti”, c’è un passaggio importante: dal termine “talento” si passa al termine “denaro”. Questo attribuisce al talento un valore monetizzabile, spendibile. Non si tratta, cioè, di un tesoro da custodire, ma di un investimento da compiere.
Anche il desiderio può essere letto come un bene da investire. La natura stessa del desiderio è dinamica, non permette di stare fermi. Non si custodisce un desiderio, lo si accoglie e lo si libera perché conduca al porto che gli è proprio. Questo è il punto: il desiderio spinge al cambiamento; il desiderio spiazza, apre orizzonti e possibilità ma solo a chi lo accoglie e lascia che si liberi la sua forza dirompente. Troppe paure, troppi timori di sbagliare, troppa voglia di autoconservazione impediscono al desiderio di produrre ciò per cui è sorto. La paura insterilisce. Paralizza, la paura. Rende inabili all’azione. Solo chi acconsente al dispendio di sé sa rischiare l’investimento di una vita e diventa fecondo, produce realtà, costruisce storia. Non fa chiacchiera, ma concretezza di umanità feconda. Per questo siamo in vita, per questo siamo chiamati ad “investire” il desiderio che arde nel petto. Il “servo buono” non ha caratteristiche morali migliori degli altri, è buono perché è stato fedele alla sua vocazione, perché ha saputo accogliere il desiderio che gli veniva donato e lo ha liberato, rischiando di perderlo. Chi non ha voluto o saputo rischiare di perdere, ha semplicemente custodito, snaturando così il desiderio, mettendolo in uno stato di quiescenza innaturale per una forza, che, per sua natura, è dirompente e straripante. La conseguenza è il buio, la condizione di non veder più la via su cui camminare, illudendosi di serbare un tesoro che, a mano a mano, va impoverendosi, tristemente. Un tesoro che non scalda, non scalda più. Sarà chiusura e solitudine.
Chi saprà dire, poi, la gioia di chi ha vissuto una vita obbediente al desiderio che la anima? Sarà gioia straripante, luminosa, contagiosa e coinvolgente. Sarà porta spalancata. Sarà compagnia.

