La parola ai poeti. Giuseppe Martella


Senso, direzione, ostinazione, ricerca

Posso iniziare dicendo che no, la poesia non imita, non è velo di alcuna verità ultima, non è sentinella di archetipi lontani e freddi. Almeno in questo Platone è riuscito a fallire come pochi. La poesia non è nemmeno un vantaggio per chi la pratica, può tessere le lodi di dèi ed eroi, ma chi la scrive è tutt’al più visitato da una idea o un ideale, che possono essere puntualmente individuali o apertamente storici.

Quando Apollo, straniero e tra gli ultimi, raggiunge gli Olimpici viene invitato a cantare le disgrazie degli uomini, i loro dolori, i fallimenti e le sofferenze; al riguardo Esiodo non lascia spazio a nessun dubbio. Il canto programmatico, che sia d’amore o sirventese, non incontra maggiore fortuna: Jaufré Rudel è destinato a morire d’un amore vissuto in lontananza e di lontananza. Melisenda lo accoglie tra le sue braccia solo per vederlo morire. E Orlando? Perso d’amore nel bosco, insegue Angelica e non è capace di vedere che lei è solo per Medoro. Scavalcando secoli, e prendendo quasi per caso qualcosa di Pasolini, come gli esordi delle Ceneri di Gramsci, ecco che della terzina di Dante non rimangono che monconi a sostenere campi lunghi di noia e malinconia. E si ha la sensazione che manchi qualcosa.

Questa allora è una prima certezza, sembra che manchi sempre qualcosa alla poesia. Giorgio Colli aveva compreso a pieno ed era riuscito a restituire la sostanziale incapacità del pensiero e della parola, nel nostro caso la parola poetica, di afferrare. Una mancanza che potrebbe essere definita anche un punto di fuga o, peggio per noi, punto cieco.

Lo stesso Dante tenta la geometria e poi non ce la fa, manca di possa quando vuole descrivere la visione di Dio. L’estrema epifania costringe sempre alla teologia negativa. Heidegger l’ha capito, e con il suo occhio etimologico ci ricorda che la verità, qualsiasi cosa ci sia dentro questa parola, è un non velamento, una a-letheia, e cercare di affermarla è sempre darle un attributo che ne oblitera la totalità. È piuttosto raro trovare parole in versi che riescano a lambire questa epifania ai limiti della parola. Il momento di questo svelamento, chiamiamolo anche kair?s senza troppe fisime, si trova nei versi di Penna: La vita… è ricordarsi di un risveglio/triste in un treno all’alba: aver veduto/fuori la luce incerta: aver sentito nel corpo. Ecco, la possibilità di ricordare un evento, forse può allontanarci dall’ineffabilità e dalla mancanza, che sono sostanza della poesia.

Una mancanza che può essere assediata dalla durata della poesia stessa, insegna Handke. Una durata che arriva quando ci sono cautela, attenzione, lentezza, e quando siamo presenti a noi stessi fino alla punta delle dita, tiene a precisare Handke. La poesia può essere questa durata? Non proprio. La poesia è semmai ricordo della durata, dei momenti delle singole durate che sperimentiamo. Handke rischia anche il sentimentalismo quando azzarda: Il canto alla durata è una poesia d’amore. […] E questo amore / ha la sua durata non in qualche atto, / ma piuttosto in un prima e in un dopo, / dove per il diverso senso del tempo di quando si ama / il prima era anche un dopo / e il dopo anche un prima. E qui Handke si decide, sembrerebbe, per un temporaneo abbandono della dualità.

Eppure la poesia, e ancora prima la parola, sono gli strumenti che abbiamo, o che gli dèi ci hanno donato con un sorriso obliquo. Il filo che tende, unisce e dà struttura ha sempre il ricordo del labirinto. Chissà se la Bre ci ha pensato quando ha scritto: La parola è un impiglio, poi crolla / come ogni monumento / e l’incontro si scioglie […] non esiste altro evento che questo. Tentare una durata, ricordarsi di una durata e fissarla con la parola, di nuovo, ritorna ad essere un’altra declinazione della mancanza. C’è quindi una certa fragilità costitutiva, intrinseca del dettato poetico, soltanto un’opera che resta inconclusa, per prendere una altro verso alla Bre.

Jean Luc Nancy, nella seconda metà degli anni ’90, ha osato scrivere: “Se noi comprendiamo, se in qualche modo abbiamo accesso a una soglia di senso, ciò avviene poeticamente”. L’insieme delle qualità definibili come poetiche, devo precisare, per Nancy non risiede soltanto nella poesia intesa come genere a sé stante, ma può ritrovarsi anche in testi che non sono propriamente riconducibili alla poesia. Platone, esemplifica il filosofo francese, è pieno di passaggi di poesia. Ma allora? C’è forse una considerazione di cui tenere conto, e mi faccio aiutare ancora da Colli. Ogni atto di conoscenza è sempre teso al passato, arriva sempre dopo l’immediatezza, e certamente dopo il fenomeno del mondo. La conoscenza segue, non anticipa, è vicaria. Il conoscere e il pensare, scrive Colli, sono meno immediati del vivere. La poesia, e qui ho bisogno di un assioma, è poesia di pensiero e indagine oppure non è, è richiesta e prospettiva di senso oppure non è. Per cui da un lato c’è il fenomeno del mondo (Colli lo chiama espressione, termine con cui traduce testardamente logos), c’è l’espressione che sempre più si allontana dall’immediato, e dall’altro lato si trova la rappresentazione, costretta a riferirsi sempre al passato. Ecco la mancanza costitutiva della poesia, che è poi mancanza dello strumento che chiamiamo lingua.

Su questa incommensurabilità tra espressione e rappresentazione ritroviamo sempre la poesia. Che ha tutti i tratti di Eros, almeno secondo quello che ha scritto Platone nel Simposio. Nella sua versione Eros non è figlio di Afrodite e di Ares, è invece figlio di Poros e Penìa, ingegno e povertà. Per sua stessa natura Eros è mancanza, e proprio per questa mancanza s’industria e cerca. È desiderio, e il desiderio non può che nascere dalla mancanza. E ciò che può mancare lo si è già conosciuto in qualche modo. Sembrerebbe che la parola eros significhi proprio: desiderio. Anche se l’etimo è incerto.

Che anche la poesia si industri e cerchi di oltrepassare il proprio oggetto per colmare la mancanza dell’immediato può essere se non proprio dimostrato, quantomeno reso verosimile da una considerazione. La poesia chiede attenzione (Ascolta, i poeti laureati…), e dopo averla conquistata inizia la sua indagine di mondo. E costruisce ciò che manca per raggiungere l’immediato, il reale. Coomaraswamy ha notato questa connessione di senso: l’aggettivo reale è in legame con la parola latina res, che senza troppi voli può essere accostata al verbo reor che significa pensare, valutare, credere, giudicare. In inglese il sostantivo thing è in relazione con il verbo think (in tedesco troviamo denken) che vuol dire pensare. L’immediato, per essere capito e ricevere statuto di realtà, ha bisogno di essere nominato.

La poesia, se deve essere qualcosa, è proprio questa tensione, questa direzione e costruzione di senso; un atto di nominazione, e creazione, ultimo e non definitivo. Una condizione non risolvibile in senso assoluto, mai data una volta per tutte. La poesia è piuttosto la forma, labile e incerta, di un evento. Nasce come struttura solo per aiutarci a stare in una direzione di senso.

La geometria proiettiva postula l’esistenza dei cosiddetti enti geometrici impropri. Sono un insieme di elementi primitivi, la cui esistenza è certa perché intuibile di per sé, perché autoevidente, con i quali è possibile costruire delle figure geometriche. A patto che queste figure geometriche non siano poste ad una distanza finita, ma abbiano una posizione all’infinito. La poesia è direzione di senso, ma a patto che il senso sia un punto improprio, riposi in una distanza indefinita. Lasciando a noi l’ostinazione del finito e la felicità della ricerca.

È il caso di lasciare la parola a Roberta Dapunt, che senza saperlo è riuscita a dire con grazia e certezza quello che con affanno ho cercato di accennare:

Scrivo per vivere meglio le abitudini della mente.
Ripeto a voce i versi e li riscrivo
nel buio pesto e ad occhi chiusi,
finché in essi rimane l’anima soltanto
e mi sorprendo le rare volte
che essa mi si presenta sul quaderno
invitandomi a un sorriso per un attimo contento.

Nota biografica: Giuseppe Martella (Chieti, 1978) ha pubblicato le raccolte Ecce homo, Errant Editions 2012, Nel centro della regola, Ladolfi Editore, 2015. È tra i soci fondatori di “Piccoli Maestri – Una scuola di lettura per ragazzi”. Il sito di riferimento è www.dagbok.it.

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