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La parola ai poeti. Giuseppe Martella


Senso, direzione, ostinazione, ricerca

Posso iniziare dicendo che no, la poesia non imita, non è velo di alcuna verità ultima, non è sentinella di archetipi lontani e freddi. Almeno in questo Platone è riuscito a fallire come pochi. La poesia non è nemmeno un vantaggio per chi la pratica, può tessere le lodi di dèi ed eroi, ma chi la scrive è tutt’al più visitato da una idea o un ideale, che possono essere puntualmente individuali o apertamente storici.

Quando Apollo, straniero e tra gli ultimi, raggiunge gli Olimpici viene invitato a cantare le disgrazie degli uomini, i loro dolori, i fallimenti e le sofferenze; al riguardo Esiodo non lascia spazio a nessun dubbio. Il canto programmatico, che sia d’amore o sirventese, non incontra maggiore fortuna: Jaufré Rudel è destinato a morire d’un amore vissuto in lontananza e di lontananza. Melisenda lo accoglie tra le sue braccia solo per vederlo morire. E Orlando? Perso d’amore nel bosco, insegue Angelica e non è capace di vedere che lei è solo per Medoro. Scavalcando secoli, e prendendo quasi per caso qualcosa di Pasolini, come gli esordi delle Ceneri di Gramsci, ecco che della terzina di Dante non rimangono che monconi a sostenere campi lunghi di noia e malinconia. E si ha la sensazione che manchi qualcosa. Continua a leggere