Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


II Avvento Anno B

(Is. 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc.1, 1-8)

  “Nuovi cieli  e terra nuova”. Ogni inizio si comprende dalla fine. L’accorata invocazione di Isaia, “se squarciassi i cieli”, della prima domenica di Avvento, trova una prima risposta: “inizio della buona notizia”. Quando i cieli si squarciano ed è rivelato il vero volto di ciò che era nascosto, appare l’insufficienza di ciò a cui siamo aggrappati. Da qui il “Vegliate” della scorsa domenica. Quando si comincia a prendere consapevolezza della insufficienza e della inadeguatezza della nostra risposta, allora è il tempo dell’inizio. E questo inizio non può che essere novità assoluta. Non sarebbe inizio se fosse semplicemente una ripetizione o la realizzazione di un progetto. Inizio segna una cesura, un ricominciare totalmente nuovo. Quando meno lo si aspetta, in un’ora che non sappiamo, giunge un Inizio ed è una buona notizia. Novità che riguarda cielo e terra. “Nuovi cieli”  segna un modo nuovo di considerare il rapporto con Dio. “Terra nuova” è il nuovo modo di guardare dentro l’orizzonte della storia. Entrambi hanno al centro l’uomo. Non è per nostra iniziativa che si realizzano “cieli nuovi”, ma è per noi, anzi, con noi, che questo accade. La novità assoluta di Dio, nella sua totale indisponibilità,  costruisce la mia nuova umanità.

C’è un inizio, in tutto questo, ci deve essere un inizio. Ciò che è nuovo non può scaturire da ciò che è antico, semplicemente in obbedienza alle leggi di una consequenzialità, sia essa storica o religiosa. E non è neanche semplicemente naturale, questo inizio. I cieli passeranno, tutto sarà consumato e distrutto. Allora e solo allora, sarà “cieli nuovi e nuova terra”. Questo inizio della buona notizia di Gesù coincide con una “conversione”. Un cambiamento di mentalità. Non si tratta di trovare un  nuovo ordine morale, o di compiere opere che siano finalmente buone. Si tratta di accettare l’inaccettabile, di fare spazio, lo spazio dell’attesa, in un’esistenza intasata; si tratta di lasciarsi sorprendere dall’imprevedibile. In questo “deserto”, sarà possibile udire il silenzio farsi parola, il vento farsi voce. E questa voce porta una buona notizia: la Parola può essere ascoltata, la Parola può essere compiuta. L’acqua del battesimo di Giovanni, voce che grida, diventa novità di Spirito Santo, Parola compiuta. Ma questo compimento è solo inizio, inizio di compimento. Nel deserto, si prepara la via. È necessario ridursi al silenzio, perché la Parola si possa ascoltare.  È nell’ambito di questo ascolto che si prepara la via e ogni via, ogni cammino ha un inizio. Sempre questo inizio è sovversivo, rivoluzionario, perché segna una cesura fra il prima e il dopo, ma c’è pur sempre un prima e un dopo con cui dover fare i conti. La conversione, la metànoia, non accade come fulmine improvviso, ma passa attraverso una crescita i cui riferimenti possono essere noti e ravvisabili. Così, questo inizio, che è la buona notizia di Gesù Cristo, sia pure imprevedibilmente e totalmente libero, non accade dal nulla. Si radica, invece, in un cammino, rispettandone i tempi e le tappe. Tutta la storia dell’uomo, tutta la storia di Israele costituiscono l’ambito in cui si rende possibile questo inizio. Solo nel rispetto di questo ambito, dunque, esso si rende comprensibile. La novità fa irruzione e sorprende, crea realtà nuova, che si rende possibile per noi all’interno di una storia. Lasciarsi coinvolgere da questa novità è dare corpo alla parola dei profeti, mettersi sulla loro scia, lasciarsi provocare e consolare. Lasciarsi condurre come chi sa che il pastore è degno di fiducia, perché sa portare gli “agnellini sul petto” e condurre “pian piano le pecore madri”. Qui l’esplosione incontenibile: “Consolate, consolate”; fin dentro al cuore il grido di liberazione: “è finita la tua schiavitù”.

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