La parola ai poeti. Davide Morelli

Ho iniziato a 21 anni a scrivere versi e ho smesso a 47. Un tempo cercavo di descrivere le mie epifanie, le mie “corrispondenze”; cercavo di esprimere la mia voce interiore. Scrivere per me allora era cercare di cogliere quel che Auden chiamava “il nervo delle cose”: l’essenza del reale e la profondità di me stesso. Certamente da giovane ero affascinato dalla concezione e dalla figura romantica del poeta; allora  avevo un’opinione edulcorata della comunità poetica, di cui non conoscevo minimamente i lati negativi.  La poesia può essere espressione d’amore, pensiero della morte, tentativo di rendere eterno un istante, espressione del proprio disagio e/o della propria solitudine, denuncia sociale, intenzione rivoluzionaria, desiderio di cambiare il mondo, descrizione della bellezza, ricerca di spiritualità, creazione di miti. Può essere una sola di queste cose, essere quindi monotematica, o tutte queste cose insieme. Credo nella poesia come espressione della sensibilità e della  razionalità umana (per quel che è possibile). La parola poetica a mio avviso può dirci sempre qualcosa di nuovo sul mondo e sull’animo umano. La parola poetica può mettere ordine nel mondo: innanzitutto nel mondo interiore di chi scrive. Da questo punto di vista non ritengo che la bellezza sia verità, ma che la riflessione poetica-filosofica possa condurre alla verità umana (per cui sempre provvisoria e instabile, mai definitiva). Quindi mi definirei più un razionalista moderno che altro. Queste erano le mie intenzioni poetiche. Quando scrivevo cercavo  di eliminare qualsiasi ridondanza, di ridurre al minimo le parole. Cercavo di ridurre all’essenziale, talvolta sfiorando l’afasia (e per afasia intendo un’afasia non fluente caratterizzata da uno stile telegrafico). D’altronde pensavo che non si potesse far finta di niente: la crisi del linguaggio poetico era evidente da Montale in poi. Scrivere versi allora per me diventava una operazione di sottrazione e non di accumulo: il mio ritmo era basato soprattutto sul levare più che sul battere.  Naturalmente spetta agli altri e non a me valutare gli esiti. Poi però ho smesso di scrivere versi. Col tempo ho maturato la convinzione che non era quella la mia predisposizione, né la mia vocazione. Non ero intimamente soddisfatto delle mie “poesie”; volevo fare una poesia aforistica, ma spesso mi venivano fuori più aforismi che poesie.

Ed ecco allora che ho cambiato prospettiva: ho pensato che si potesse anche ascoltare le voci interiori altrui, assorbire il loro dolore esistenziale, cercare di capire la loro visione del mondo. Mi sono messo in ascolto degli altri. In fondo anche leggere e riflettere sulla poesia altrui era essa stessa poesia a mio modesto avviso e anche un’opportunità per esercitare la propria spiritualità.  Era un modo per entrare in relazioni con altri modi di concepire, di intendere la poesia e la stessa realtà. Mi sono detto: “Il poeta sei anche tu che leggi”. “Il poeta sei anche tu che leggi” si trova scritto dappertutto ormai. È scritto anche sul  Lungotevere Vaticano. Lo scrivono in tanti sul web. Sembra che la paternità sia da attribuirsi al poeta di strada Ivan Tresoldi, certamente un personaggio creativo. Il vero autore sarebbe il lettore. Sarebbe lui, secondo l’estetica della ricezione,  il maggior costruttore di significato, il vero responsabile del senso ultimo del testo. Di fronte all’ambiguità semantica è proprio il lettore che decide cosa significhi questa o quell’opera. Una parola, una frase, un intero testo possono avere significati diversi a seconda del contesto (inteso in senso lato) e dalla sensibilità individuale. Ogni testo in un certo qual modo è polisemico.  La stessa connotazione, quella che Umberto Eco definiva come la coloritura emotiva di ogni parola,  di ogni frase, varia da persona a persona. Ogni testo quindi dipende anche, forse soprattutto,  dallo stato mentale, dall’umore, dallo stato d’animo del lettore in quel particolare frangente. Ho iniziato perciò a recensire sillogi e raccolte di poesie, cercando di esprimere il mio punto di vista e di scrivere quelli che erano i punti di forza di quei lavori poetici. Certamente c’era il rischio che ad artista si aggiungesse artista, cioè dovevo esercitare il mio pensiero critico e non aggiungere la mia espressività lirica. Oggi i più vogliono essere poeti (tutti vogliono la gloria postuma), mentre essere recensori è quasi un ripiego, un modo per ottenere favori, un mero do ut des. In realtà io non ho mai cercato niente di tutto ciò,  anche se nel mondo poetico sono insiti i pericoli del cosiddetto “recensionismo”. Nel frattempo la poesia è di nicchia. Di solito l’espressione nicchia di mercato o mercato di nicchia può avere anche molti risvolti positivi. Si sente dire che nel mondo economico c’è parecchia crisi, ma tizio e caio hanno trovato una bella nicchia di mercato e si sono arricchiti. Non fatevi illusioni: la poesia è una nicchia di mercato che non vende,  non arricchisce, se non interiormente. Eppure le facoltà umanistiche sono sovraffollate.  Un altro problema è che oggi tutti sono poeti (cantanti, influencer, opinionisti, showgirl),  tranne i poeti.  E i veri poeti? Lasciano poche tracce di sé. Disseminano i loro versi in angoli remoti del web. Pubblicano libriccini che vendono poco o addirittura pochissimo. La poesia d’altronde è di tutti o di nessuno. Parafrasando un celebre detto, sembra di primo acchito che la poesia sia quella cosa che tutti pensano di sapere che cosa sia. In tutta onestà penso che valga la regola opposta e inversa: nessuno può sapere con certezza che cosa sia la poesia. Quindi, concludendo, è vero: il poeta sei anche tu che leggi, a patto che tu legga buoni libri. Ecco alcuni miei componimenti:

Inafferrabile

Guardo di sbieco il muro. Appare
la coda bifida di una lucertola,
compare il dorso, rivestito di squame
e… negli interstizi della siepe
già non la vedo… come se con un
guizzo fulmineo, un lesto strascicare
di zampe si fosse divincolata in un
cunicolo; come se il crocicchio dei
colori lividi del tramonto, il riverbero
di un fievole sfarfallio di raggi l’avesse
resa invisibile. Forse è sgusciata in
una fessura, in un anello d’ombra,
in una zona morta dei miei occhi,
forse in una crepa nascosta, dove
cade l’intonaco e affiora la calce,
sfuggendo alla mia vista, ormai
inafferrabile.
(1996)

Frammenti

I trapassati distillano
il rosso dei tramonti.
Il ricavato lo offrono
a piccoli sorsi agli angeli.
Il sole non parla più
alle statue nei solai.
Ora i solai sono chiusi
e le statue distrutte.
I muri ascoltano in silenzio
i nostri battiti.
La lascio a te questa vita
così precisa.
Io ne voglio una più randagia.
Gli atomi della mia psiche
non sono che attimi
di vita vissuta e immaginata.
Non preoccuparti per me.
Sono atomi psichici
che godono di vita propria.
Le cose più belle
sono quelle che sto facendo
e che farò. Se penserò altro
te lo dirò.
(2017)

In un solo punto

Concentrare tutto in un solo punto
nella mente, stare in equilibrio
con lo sguardo sui locali chiusi,
su questa strada polverosa,
su quelle luci lontane di case
e quindi dissolversi, annichilirsi,
scomparire per un attimo solo
alla vista dei passanti,
girando l’angolo, rasentando il muro,
per bere un caffè al primo bar aperto.
È un giorno come un altro.
No. Nessun giorno è uguale
a un altro; basta cogliere almeno
una variante infinitesimale.
Forse è solo un’illusione come
mille altre, un fantasticare assorto,
mentre un treno nella notte
si porta via i pensieri più
reconditi. Quindi aspettare l’alba
per allinearsi sull’orizzonte:
è tutto qui il segreto
della quotidianità alienata,
del nostro vivere.
(2015)

Godot

Essere umani significa anche
avere tutte le carte truccate
e ciò nonostante perdere lo stesso.
Essere umani significa anche
cercare punti fermi, approdi;
trovare segni inequivocabili
dove non c’è certezza assoluta.
Significa anche cercare l’altrove
nella realtà più convenzionale.
Ci sono innocenti senza colpa
condannati alla sofferenza atroce…
Anche oggi noi eravamo in attesa.
Un posto vale l’altro per attenderlo.
Certi l’attendono tutta la vita.
Anche oggi Godot ha dato forfait.
Non ci restano che giochi di specchi,
accostamenti inusuali di parole,
verità posticce o provvisorie.
Ma non possiamo dire ad ogni modo
che nell’attesa eravamo soli.
(2017)

L’artefice

Sono miracoli i fiori sbocciati.
Una bellezza i viali alberati.
Ma non confonderti nel molteplice.
È solamente uno l’artefice.
(2013)

*

Davide Morelli è nato nel 1972 a Pontedera. Si è laureato in psicologia. È un ex commerciante. Ha pubblicato i suoi componimenti poetici su riviste letterarie, blog culturali e antologie non scolastiche. Attualmente è articolista per testate giornalistiche online, blog culturali, siti letterari. 

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