La parola ai poeti. Diego Riccobene

Il cerchio della poesia è misterico, questo primamente mi vien da dire. Non tutti accedono, non tutti possono vaticinare, e chi prova a farlo senza averne la prontezza e la disciplina rischia di esserne svenato. È vicenda di responsabilità e necessità. Mi riferisco qui all’ananke e non all’urgenza – parola vittima di maluso nel nostro sermo cotidianus, in seno alla salvaguardia di una genericissima libertà espressiva.

Gwion, cantore celtico per eccellenza, bardo dei bardi, era un giovane contadino quando fu ustionato dalla cozione incantata che la Dea Bianca stava preparando. Egli si bagnò presso il calderone della sophia e si ritrovò in grado di poetare; nondimeno un enigma da lui proposto, similmente a quello emanato dalla Sfinge, lo erse nella conclave degli eletti, per fare ingresso nella quale erano necessari anni di apprendistato, percorsi severi cui l’ollave era sottoposto: l’apprendimento di un bagaglio arcaico e vastissimo da impiegare. Disciplina.

La lingua degli uccelli, l’enigma, l’alfabeto arboreo: questo la poesia vorrebbe traslitterare, pure intinta dall’arpocratico silenzio del contesto, come fa il dio-bambino che ammonisce. Agrippa di Nettesheim, nel De occulta philosophia, espone il criterio derivante dal culto ermetico, di trasmettere mediante un codice chiuso, di tacere, se non per necessità. Ma è sempre la parola, il nome, che compie il legamento, che tramuta il nesso in carmen.

Il poeta non è colui che vuole essere compreso per intenti etici (sempre che ne avvalli alcuni) o metalinguistici, ma deve muovere verso uno sforzo supremo, una fatica inverosimile, la sofferenza che esulcera il detto da quel silenzio, che lo trasforma da silenzio a ferita, da ferita a margine, da margine a scavo oltre cui muoversi, da scavo a rivelazione. Siamo sempre sull’orlo della caduta nel pozzo, sempre nei panni di quel condannato che scende una scala senza ringhiera, alla ricerca pervicace – inconclusa – di un flebile lume, ancorché acuminato: ogni verso scritto, ogni limite eterodirezionato o egotico, è figlio della croce che portiamo. Legno di tasso, croce mortuaria.  La parola può svettare perché deve dire l’incolto separandone il seme definitivo, deve macchiarsi, poi decidersi a ingoiare il seme stesso, beccandolo; infine partorirlo, di nuovo. Vita e morte, come in Apocalisse, 13:3 – “e vidi una delle sue teste come ferita a morte, ma la sua piaga mortale era stata guarita”.

Seneca diceva che non è la natura che dà la virtù: diventare virtuoso è un’arte. Sempre che il concetto di “virtù” sia declinato sfuggendo a paradigmi morali (vivaddio possa così avvenire), che dunque la poesia passi anche traverso l’artefice e il suo artificio, il magnus opus che si scandisce in morte, decomposizione e resurrezione.

Lo sforzo di Hiram Abif, costruttore del tempio, la sua tau tracciata nell’aere per segnare l’adunanza, il suo assassinio accanto la colonna Jakin; l’upupa che non si posa sulla nocca del sovrano, ma su quella del figlio della fiamma. Infine, la parola chiave, la parola madre.

Questa è la poesia, per me, questo il percorso che riesco a scorgervi.  Questo è il fato del verso mio, scio-excrucior, o, come ancora ribadiva l’amato Keats, “I know it – and to know it is despair”. 

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Da Larvae (Arcipelago itaca, 2023)

Non basterà pregiarsi dell’ammollo,
vogliamo morti plurime, rapaci
a straripare in aggettante accordo
la piega del salterio, i marginalia
leccati lungo un canone contrario
che si tramanda in sature maldette,
aguzze serpi e squame in capo a stretti
rigogli d’ali svergolate ad arte.
Il Cherub tetramorfo inchioderà
Lussuria e i suoi famigli barbicanti
tra torme di montati stiloformi,
rapaci morti plurime assestando
– non può bastare il pregio, ve l’ho detto –;
allora l’esicasmo sia professo
e si conformi a ingenito concento
per un tropismo celere, che affanna
alterazioni nella norma franta
dall’avversario offeso, e non risparmia.

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Dati biografici

Diego Riccobene (Alba, 1981) vive e lavora in provincia di Cuneo. Laureato in Filologia moderna presso l’Università degli Studi di Torino, è poeta, docente, musicista.
Suoi scritti e interventi sono apparsi su antologie, webzine e riviste quali Atelier, Menabò, Poesia del Nostro Tempo, Critica Impura, Versante Ripido, Inverso, Laboratori Poesia, Pannunzio magazine, Neutopia, l’Estroverso, Limina Mundi.

Alcuni suoi componimenti sono stati tradotti in lingua spagnola dal Centro Cultural Tina Modotti.
Fa parte della redazione di Menabò online.

Ha pubblicato Ballate nere (Italic Pequod, 2021), Synagoga, (2023, Fallone Editore), Larvae, (Arcipelago itaca, 2023).

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