La parola ai poeti. Carlo Ragliani

Fare una summa di poche righe su cosa sia la poesia mi sembra atto denudante, senz’ombra di dubbio, ed al contempo tristemente incompleto, propenso all’assiomatico, ed incline all’apodissi. 

Cosa sia l’arte per un autore sembra richiedere d’ufficio una integrazione, e non appare inganno asseverare che se una tale domanda manifesta in primo l’incompletezza dell’opera scritta, d’altro canto manifesta anche la scarsa ricezione di questa; e, quindi, l’altrettanto insufficiente capacità di veicolare l’innominabile sangue da parte degli autori. 

Faccio mia la visione etimologica di poesia: un fare, un’azione di cui siamo certamente imputabili. Deinde, la responsabilità commista al dovere di fagocitare lo spirito del tempo in cui viviamo. 

E soffrirne l’atto cosciente e sconsiderato di generazione, per elevare la coscienza del lettore oltre all’ovvia volgarità del visibile. Per questo, introietto lo scrivere poetico (in ogni lingua) come la cosa più simile alla morte: il nero del verso incarna – passando per il bianco, il rosso ed il giallo – ogni prospettiva ustoria e corrosiva di quella scorza fatta di palesi previsioni, stucchi di bonarietà e approssimazioni, vaghezze tematiche e semantiche.

Il verso uncina la carne, in assenza di sconti né al poeta, né al lettore. Di più: l’impegno deve coinvolgerli entrambi nell’assurdo del mendacio, nel parossismo di rovina e sangue che conforma il sancire della parola; poiché chi più mente si manifesta, e chi più si cela si mostra. 

In questo, la poesia non conosce requie, né concede riposo; poiché non è offerta pace nell’officina del simbolo, ma solo il cimento di perforare l’essenza della vita nella sua completezza, dal primo vagito alle spoglie mortali rese: imposto il trauma della parola, decretatone l’essenza imperiosa, e decisone quindi valore deontologico altro non rimane che l’anima oscura dell’umanità. 

Null’altro può essere tralasciato nella teoria del sacramento: non vi sono nascondimenti e giacigli onde il raschiamento non possa giungere. Non esiste tregua dal canto, come lo storpio non ha requie dalla propria deformità. 

In questo, prece ed inno sono la sola torcia di lume nero che fonde attraverso la diffidenza epistemologica la fenomenologia storpia di uno spirito-del-mondo che da troppo tempo ha perduto i propri motivi sostanziali. 

Ritengo nulla di quanto sotto la luce vero, e prego pertanto che la musa ci accechi; poiché solo lo sguardo mutacico nello stomaco vede – in assenza di un balsamo che molcisca a turno una ferita, mentre le altre ammorbano sempre più.

La visione in sé è la poesia: non il ploro del mistico sterile, il celeste ideale dalle ali incrinate e dal sorriso cariato; ma l’essere profano come resecazione dal divino (ammesso abbia ancora senso parlarne solo per ricordarne un senso pervertito dall’occasione), ovvero la sacralità come indizione completa ai superni ed agli inferi, l’ente la cui rottura ha superato l’irreparabile, e stramazza nel pantano del vissuto come ogni altra creatura esistente. 

Credo ciecamente che il sangue chiami sangue, come il Demiurgo chiami a sé, e sia a sua volta chiamato, da tutti i suoi lombi di creazione. 

In questo, ognuno sarà retribuito di quanto gli è spettante, e mai in altro.

* * *

– Apostasia
essenziale
per essere il vangelo
mentre solo il deserto
benedice
chi esita per restare
osserva un prodigio
trasecolare
nelle fiale dei giorni
lo spossessamento
ininterrotto.

Testo tratto da Lo stigma (italic, 2019).

*

esecrare è
l’opera
che dà gemito
all’angoscia
perché nell’acedia
solo il sangue
lava il sangue
più sacro
nella morte

Testo tratto da La carne, in via di pubblicazione.

*

Cuesta xe la tèra dei me morti.
Nó ea ga boca. Nó ea ga denti.
Ma sta tèra ea te magna.
Sia ca te cavi in dolxe
O ca tea ari scolmando,
Có el gumiero del varsùro
Ea spaka, ea spande sangue partuto.
Cuesta xe la tèra dei me morti.
Xe la voxe dei morti ca me crésse par drentro.
Xe el taxirghe de kuei ca i me ciama.
Xe el fià de kuei ca te gà sbandonà.

Questa è la terra dei miei morti. / Non ha bocca. Non ha denti. / Ma questa terra ti mangia. / Sia che tu si stia sterrando in dolce / O che si ari scolmando, / Quando il vomere del versoio / La rompe, versa il suo sangue ovunque. / Questa è la terra dei miei morti. / È la voce dei morti che mi cresce dentro. / È il silenzio di chi mi chiama. / È il respiro di chi ti abbandonato.

Testo tratto da Tèra (La terra), in via di pubblicazione. 

*

I

sarai la lingua occulta.
l’artificio. l’inganno.
il sigillo. è perversa
la via di ogni origine.
nel rito ulimoso
vaio è il segreto.
potessi amare
sarebbe eterno.

Testo tratto da Il vaio, raccolta ancora in via di scrittura.

* * *

 

Carlo Ragliani (Monselice, 1992), laureato in giurisprudenza presso l’ateneo rodigino dell’università di Ferrara. È redattore in Atelier Cartaceo, e caporedattore in Atelier Online. Ha pubblicato Lo stigma (italic, 2019).

11

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *