La parola ai poeti. Laura Boscardin

Seduta nel divano grigio di casa, mi guardo attorno: vedo scaffali pieni di libri, la pianta di aloe che si allunga sopra il tavolo, ascolto le voci delle persone che passeggiano per strada e quando un filo di luce entra timido dalla finestra, mi dico che la poesia è in tutte le cose di questo mondo. Rispondere alla domanda Cos’è la poesia? è una grande sfida. So di essere solo un’umile servitrice, un canale attraverso cui l’energia poetica si innesta e fluisce, è qualcosa di superiore, non nel senso gerarchico del termine, ma in quello spirituale. Credo che la poesia vera si scriva quando si viene chiamati, e quando succede dobbiamo essere pronti ad usare il sangue delle nostre ferite per svelare ciò che vibra e ferve dentro di noi, perché la poesia è luce ed illumina gli abissi interiori più oscuri. La poesia viene da questa necessità che è insieme salvezza e amore.

Perché di questo si tratta in poesia. Non tanto esprimere qualcosa ma chiamarla con il suo nome, con il suo vero nome, quello che giace là in fondo, sepolto sotto uno strato di nomi convenzionali o di maniera e che ora dobbiamo disseppellire, portare alla luce, imprimerlo nella verità di una pagina, nella sua permanenza.

[…] sapere cosa ci è veramente accaduto, cosa avveniva dietro le quinte di ciò che abbiamo visto, nel fondo assoluto che sostiene la nostra esperienza. Ascoltare questa rivelazione diventa il compito e, nello stesso tempo, il fondamento della parola poetica.

Da Cosa è la poesia? di Milo De Angelis.

Quando arriva la chiamata poetica, si sente un’urgenza pulsante, è necessario dare voce a quelle parole che lottano per uscire, altrimenti si sente un forte soffrire dentro, come un magma nero che si accumula dentro di noi. Per citare una frase della scrittrice francese Annie Ernaux: Se non le scrivo, le cose non sono arrivate fino al loro termine, sono state soltanto vissute. Ma non ci sono solo momenti propizi. Natalia Ginzburg ricorda che la poesia si configura come una particolare condizione dello spirito […] dalla quale a volte nascono opere, a volte non nasce né nascerà mai nulla. Una condizione che diventa vocazione per Mariangela Gualtieri che è un perenne tormento, una perenne nostalgia, perché i momenti fecondi sono rari e si vive piuttosto una frequente aridità. Si è a casa solo nella parola. Così si coltiva la pazienza e l’ascolto come parti integranti dell’esercizio poetico.

Ricordo il momento in cui ho scritto la mia prima poesia: studiavo all’estero e per le vacanze di Natale ero tornata a casa dei miei genitori. Una notte, prima di addormentarmi, ho sentito una forte agitazione e un senso di abbandono, di non appartenenza. Come fosse una necessità vitale, un impulso irrefrenabile, ho cominciato a scrivere dei versi semplici per esprimere quello che mi succedeva. Da quel momento, ogni giorno cerco di sentire, ascoltare, di mettere a fuoco la realtà che mi circonda, di dare spazio al silenzio sacro che sta nella parola. Come dice Rainer Maria Rilke in Lettere a un giovane poeta:

Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore.

Raffigurate le vostre tristezze, e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza, raffigurate tutto questo con intima, tranquilla, umile sincerità e usate, per esprimervi, le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni e gli oggetti della vostra memoria.

E in questa attesa e ricerca, credo sia sempre utile (ri)conoscersi e ricordare cosa significhi essere se stessi.

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