La parola ai poeti. Antonella Pizzo


Queste sono solo delle considerazioni personali riguardanti il mio rapporto passato e presente con la poesia. Alle superiori Foscolo mi attraeva. Leggendo il sonetto del suo autoritratto non faticavo a rappresentarmelo, riuscivo a immaginarlo come una persona reale e con precise caratteristiche fisiche. Nel sonetto si descriveva come un uomo non comune, ardito nell’aspetto, che vestiva semplice eletto, dal largo petto, schietto, con i suoi atti, passi ratti, vizioso e virtuoso, che correva appresso al suo cuore, con tutto il mondo avverso, un uomo inquieto, che credeva che solo la morte avrebbe potuto dargli riposo e fama. Per me scriveva dei sonetti magnifici, aveva scritto In morte del fratello Giovanni, il carme Dei sepolcri, si interrogava sul significato della morte, sul legame tra vivi e defunti, e nello stesso tempo era mondano, scriveva alla nobile amica caduta da cavallo e risanata. Non era uno sfigato come Leopardi. Mi pare abbastanza chiaro che per la poesia, a parte Foscolo, non avevo una grande predilezione. Tutte a memoria, odiavo quelle lunghissime e barbosissime piene di termini astrusi e desueti. In seguito sui banchi costretta a studiare Montale, Saba, Ungaretti, i soliti del programma scolastico. Amavo invece i romanzi e saccheggiavo la biblioteca civica della mia città. Come tutti amavo i cantautori, Guccini, De André che cantava Non al denaro non all’amore né al cielo ispirandosi all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master della quale sconoscevo l’esistenza. Insomma io e la poesia praticamente due sconosciuti.

Poi un giorno, molti anni dopo, nella mia maturità di vita, dopo tanta vita, tanta gioia, tanto dolore, ci siamo incontrate. Non l’ho cercata, è venuta da me, prepotentemente si è presentata un giorno qualunque che ero al supermercato a fare la spesa, sotto forma di testo mi è risuonata nel cervello fra un petto di pollo e i pomodori oblunghi. Fu quell’urgenza che mi costrinse a tornare in macchina, cercare una penna e trascrivere dei versi prima di dimenticarli, che se anche non l’avessi trascritti di certo la letteratura mondiale non ne avrebbe risentito. Alla domanda cos’è la poesia non so rispondere, posso dire solo cosa ha rappresentato per me la poesia. Ho scritto dei versi, un paio di raccolte più fortunate sono state pubblicate come premio, come Il sogno è miele dal premio Dars, In stasi irregolare da Le voci della luna del premio Renato Giorgi, nonostante ciò non mi definisco poeta perché non ho una formazione umanistica, essendo un perito commerciale, sono naïve, autodidatta, ho letto solo romanzi per diletto. All’inizio la poesia fu quell’urgenza di cui sopra, stavo abbastanza male, la scrittura mi ha aiutata a sopravvivere. Ho scritto centinaia di poesie come fossero dettate da un’identità a me estranea ma che in effetti provenivano da dentro di me, scrivevo in versi ciò che nella prosa odierna non riuscivo a dire. Mi sgorgavano da dentro senza consapevolezza, un fluido, un moto, senza sapere cosa, come e perché, oppure qualsiasi cosa osservavo mi ispirava, un albero, un oggetto, un fatto di cronaca, a volte mi rileggevo per sapere ciò che non sapevo. La poesia mi ha aiutata a sistemare ogni cosa, mettere ordine nel caos, (si sopravvive con difficoltà a certe perdite), è stato un grande amore, non mi lasciava mai da sola, è stata una compagna fedele, mi ha cambiata, mi ha scossa, mi ha dato pace. Basandomi sulla mia esperienza personale posso confermare che la poesia può salvare. Così mi ha accompagnata per molti anni, durante il periodo della novità dei litblog, all’inizio su splinder, poi sulle altre piattaforme dove cresceva una comunità e accadeva l’interscambio di esperienze e ci si arricchiva vicendevolmente. La scrittura benché atto solitario non può mai prescindere dal proprio simile e da altro al di fuori di sé, ci si specchia e ci si misura, si cresce, spesso si migliora. A un certo punto però mi sono accorta che la poesia stava prendendo il sopravvento, stava diventando troppa roba, come lievito stava crescendo a dismisura occupando tutti i miei pensieri, il mio tempo libero, la mia mente e il mio cuore. Dicevo di amarla e che facevo tutto per lei, ore e ore passate a mappare poeti, pubblicare post, scrivere mail, scrivere versi e giorni a limare e ancora limare, leggere poesie e raccolte di altri poeti, recensire e così via. Da àncora di salvezza era diventata passione, da passione era diventata quasi dipendenza patologica ma anche lavoro e dovere fare senza averne voglia di fare. L’equilibrio è essenziale come in tutte le cose della vita, per non cadere e poi precipitare. Così ho cercato di alleggerire, ora mi sento più libera, ho un rapporto più sano, più cosciente ed equilibrato, ciò mi permette di scegliere cosa e chi leggere con consapevolezza, apprezzarne meglio le peculiarità. La poesia non è la prosa, la poesia non è diluita, è nucleo quasi di materia ed è concentrata, come antidoto dal male deve essere consumata cum grano salis, altrimenti non si riesce a percepirne il sapore e perde le proprietà salvifiche.

*

Eppure a volte tutto sembra luce
tutto incantevole anche la collina mitragliata
il sangue rinsecchito e la ferita purulenta
sembra accettabile
un giorno guarirà e ricrescerà la carne
rinsalderanno i bordi frastagliati
resterà solo un ricamo
a ricordare di questi giorni bui
quando la notte portava la morte
e il sole fuoco che ardeva faceva neri
sono momenti che sgorgano dal pozzo
delle viscere primordiali
dall’anima nascosta nello stomaco
dallo spirito di un Dio che è speranza e amore
dove tutto sembra gioia tutto splendente
tutto rinasce tutto l’universo canta la gloria
i fiumi sono d’argento il mare di un blu spumoso
rigoglioso è il bosco e alte sono le messi.

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