
Queste sono solo delle considerazioni personali riguardanti il mio rapporto passato e presente con la poesia. Alle superiori Foscolo mi attraeva. Leggendo il sonetto del suo autoritratto non faticavo a rappresentarmelo, riuscivo a immaginarlo come una persona reale e con precise caratteristiche fisiche. Nel sonetto si descriveva come un uomo non comune, ardito nell’aspetto, che vestiva semplice eletto, dal largo petto, schietto, con i suoi atti, passi ratti, vizioso e virtuoso, che correva appresso al suo cuore, con tutto il mondo avverso, un uomo inquieto, che credeva che solo la morte avrebbe potuto dargli riposo e fama. Per me scriveva dei sonetti magnifici, aveva scritto In morte del fratello Giovanni, il carme Dei sepolcri, si interrogava sul significato della morte, sul legame tra vivi e defunti, e nello stesso tempo era mondano, scriveva alla nobile amica caduta da cavallo e risanata. Non era uno sfigato come Leopardi. Mi pare abbastanza chiaro che per la poesia, a parte Foscolo, non avevo una grande predilezione. Tutte a memoria, odiavo quelle lunghissime e barbosissime piene di termini astrusi e desueti. In seguito sui banchi costretta a studiare Montale, Saba, Ungaretti, i soliti del programma scolastico. Amavo invece i romanzi e saccheggiavo la biblioteca civica della mia città. Come tutti amavo i cantautori, Guccini, De André che cantava Non al denaro non all’amore né al cielo ispirandosi all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master della quale sconoscevo l’esistenza. Insomma io e la poesia praticamente due sconosciuti. Continua a leggere
La parola ai poeti. Antonella Pizzo
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