All’Industriale si studia poco italiano. Sono tutti numeri, formule, parentesi e radici quadrate. Leggi della fisica, condensatori, curve. Non c’era uno spazio per la poesia meno in qualche occhio assopito in treno o nel corridoio nascosto, dove cappe di fumo ci strangolavano in un abbraccio collettivo di amicizia. Fu così che cominciai a scrivere, agli inizi della scuola superiore dove ero il più grande di tutti. Non sapevo nulla della poesia, e dopo tanto tempo ancora meno. Scrissi due libri orrendi. Il secondo conteneva anche il primo. Retorica, sgrammaticatura, acerbità. Tanti punti di sospensione. Crebbi e rinnegai i due testi. Il terzo tutt’oggi continua ad essere una genialata rozza e cruda, lo tengo. E poi via di nuovo con la poesia: la protesta, il cannibalismo, l’ossessione dei dettagli. Dopo l’amore, il sesso, la follia, la malattia nascosta, l’illusione spacciata per illuminazione. Ciò che della poesia ho definito. Solo dopo tanto tempo la calma, la chirurgia della parola, la mano ferma. L’apertura totale, l’annullamento del “tu” imminente racchiuso in una trilogia da compattare. La dittatura del verbo e io sul trono di un eremo a cui nessuno bussa.
La parola ai poeti. Paolo Castronuovo
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