
Cos’è la poesia, per me, ormai non lo so più. Ricordo però cos’era, o meglio, ricordo i primi versi che ho scritto: “meravigliosa assenza/ ecco, io ti prenderò per mano, e poi sarò ricordo./ Come un fiore non colto/ e il prodigio presso quel fiore”. Aveva dunque a che fare con un’assenza. Avevo sedici anni, e io sentivo questa assenza che apriva in me un vuoto, e anche un senso di infinito. Era lo stupore, di fronte all’infinito del desiderio che in me scoprivo? Era il tendere verso una mano paterna, rassicurante? Era la linea del viso di mia madre, come nelle scene iniziali di Persona di Bergman?
E insomma io scrivevo i miei versi su fogli bianchi, poi sul computer, e sognavo di distribuire questi fogli agli amici, ai vicini di casa – un po’ lo facevo anche – inondando tutti con la luce della mia “meravigliosa assenza”.>Mi sembrava che tutti dovessero ascoltarmi, che io fossi il profeta dell’assenza/essenza, mentre gli altri si affaccendavano con cose inutili perché non vedevano. Ricordo che una volta mia nonna aveva una badante che casualmente venne a sapere delle prime poesie che avevo pubblicato, probabilmente La superficie del giorno (2010). Le chiesi se lei scriveva mai poesie. Era una persona dolce, e allo stesso tempo composta, forte. Mi rispose: “No, sai, la vita ha più a che fare con la prosa.“ Questa frase allora mi sembrò l’ennesima conferma della mia superiorità emotiva e intellettuale, anche se in quella voce c’erano una forza e una tranquillità che toccarono qualcosa dentro di me.
Oggi mi muovo tra Graz, Vienna, Firenze, Bonn, ho tirato fuori i denti e cerco di farmi la mia strada nel mondo, perché gli altri mi ascoltino. Incastro viaggi con feste all’asilo di mia figlia, conferenze con lezioni, mando curriculum. L’assenza ha lasciato il posto a una presenza piuttosto agguerrita, amara, fatta di diplomazia, creatività, capacità di mediazione, frustrazioni, fallimenti, soddisfazioni. Com’è che l’“assenza” si è trasformata in questo desiderio di presenza?
Pochi giorni fa stavo prendendo un caffè con un collega che a un certo punto mi ha detto: “A volte non capisco proprio dove l’uomo trovi la forza di andare avanti e porsi sempre nuovi obiettivi”. Ci ho pensato un po’ e poi mi è venuta questa risposta: “A me non piace quando gli altri parlano al posto mio. Non porsi obiettivi, non parlare, equivale a farsi parlare dagli altri”.
Possibile che il sogno di una completezza, i versi sui fogli bianchi si siano trasformati in questa specie di lotta per la parola? A volte ho l’impressione che la poesia si sia dispersa nella mia vita molteplice, in una preghiera muta fatta da una posizione scomoda, che tuttavia anima la prosa.
Ho continuato però a scrivere e a pubblicare poesie. Ancora oggi, l’assenza me la porto dentro. A volte è qualcosa che brucia, il non-stato che minaccia di corrodere ciò che vivo. Leggo da Di fuoco e fiato (2021), la mia ultima raccolta: “andrà tutto bene,/ per primo tutto ciò che non è stato,/ e l’altro abisso poi,/ quello che insegui”. Sento però che in me resta una sete di spiritualità non dogmatica, un desiderio di condividere l’assenza, di lasciarsi andare e aprire il respiro verso l’altro. Un desiderio di trascendenza che, al di là di inferno o paradiso, vive qui e ora, nella sensazione che ogni gesto creativo nasca dall’ascolto e faccia germogliare un po’ di noi nell’altro. In questa prospettiva la poesia è il “reale” in senso lacaniano, ciò che ci accade, e al tempo stesso la possibilità di sentirci esseri umani, portatori di poesia o prosa viva. Pochi giorni fa, in un libro di mia figlia su San Nicola, che qui in Austria porta i regali ai bambini, l’occhio mi si è fermato su una schiera di angeli vestiti di bianco. Tutti uguali, luminosi, pacificati. Immagino che in un giorno fuori dal tempo la mia assenza sia così, pacificata, insieme a tutti coloro che amo. Eppure adesso sento che ognuno di noi è un demone, con la sua storia piena di possibilità e di spigoli, di desideri che portano la smorfia dell’impossibile e di forza di volontà. Forse la poesia è presa tra questi due estremi: tra il desiderio di pacificazione e la ricerca del fuoco.
In tedesco esiste una bella parola: Entfaltung. Vuol dire sviluppo, ma non nel senso lineare della produttività, più come un fiore, che sparge il suo profumo in tutte le direzioni, o come un panno umido che si apre e rinfresca l’aria di sé. Mi piace pensare che la creatività sia così: un superamento di se stessi che non può fare a meno dell’altro.
Vorrei concludere la mia storia con la poesia rivolgendomi agli editori: per favore, se decidete di pubblicare poesia, fatelo seriamente, perché credete nel valore della parola. Altrimenti concentratevi su altri settori. Non pubblicate poeti per poi lasciar morire il loro libro con la scusa che “la poesia non vende”. Non ci si rimangia un sorriso con la scusa che è stato visto solo da una persona. Fate il vostro lavoro con coraggio e serietà.
Per adesso mi fermo qui, sperando, con questa prosa, di aver fatto anche un po’ di poesia.
