
Cos’è la poesia, per me, ormai non lo so più. Ricordo però cos’era, o meglio, ricordo i primi versi che ho scritto: “meravigliosa assenza/ ecco, io ti prenderò per mano, e poi sarò ricordo./ Come un fiore non colto/ e il prodigio presso quel fiore”. Aveva dunque a che fare con un’assenza. Avevo sedici anni, e io sentivo questa assenza che apriva in me un vuoto, e anche un senso di infinito. Era lo stupore, di fronte all’infinito del desiderio che in me scoprivo? Era il tendere verso una mano paterna, rassicurante? Era la linea del viso di mia madre, come nelle scene iniziali di Persona di Bergman?
E insomma io scrivevo i miei versi su fogli bianchi, poi sul computer, e sognavo di distribuire questi fogli agli amici, ai vicini di casa – un po’ lo facevo anche – inondando tutti con la luce della mia “meravigliosa assenza”.>Mi sembrava che tutti dovessero ascoltarmi, che io fossi il profeta dell’assenza/essenza, mentre gli altri si affaccendavano con cose inutili perché non vedevano. Ricordo che una volta mia nonna aveva una badante che casualmente venne a sapere delle prime poesie che avevo pubblicato, probabilmente La superficie del giorno (2010). Le chiesi se lei scriveva mai poesie. Era una persona dolce, e allo stesso tempo composta, forte. Mi rispose: “No, sai, la vita ha più a che fare con la prosa.“ Questa frase allora mi sembrò l’ennesima conferma della mia superiorità emotiva e intellettuale, anche se in quella voce c’erano una forza e una tranquillità che toccarono qualcosa dentro di me. Continua a leggere
La parola ai poeti. Tommaso Meozzi
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