Silvano TREVISANI, IL POETA SCOMPARSO E ALTRE STORIE. Nota di Giovanni Nuscis

 

Questo libro recentissimo di Silvano Trevisani, come scrive Mauro Ferrari nella sua postfazione “si impone all’attenzione critica per almeno due motivi: da un lato mantiene viva la memoria di un poeta autentico come fu il tarantino Pasquale Pinto, “uomo città” (p. 50), acclamato da grandi nomi (e definito forse riduttivamente “poeta-operaio”) ma caduto poi in un ingiusto oblio – e di cui Trevisani fu amico e sodale – ma dall’altro, innegabilmente, mostra interessanti caratteristiche espressive e spunti tematici di attualità.”

E’ dunque dedicata all’amico poeta la maggior parte dei componimenti contenuti nella prima parte della raccolta, Scomparso alla città d’acciaio (Un’indagine in versi, nei luoghi e nelle memorie, alla ricerca di Pasquale Pinto, amico poeta la cui grandezza fu uguale all’incomprensione, o forse anche maggiore della dimenticanza), sullo sfondo della città dove Pinto è nato e ha vissuto, Taranto; nell’intento di scongiurare l’incomprensione più che il rischio di oblio del poeta (precisa Trevisani), come purtroppo avviene di frequente in ogni luogo e tempo. Nel 1992 l’Amministrazione Comunale di Taranto pubblicò il poemetto La terra di ferro; mentre a cura della Biblioteca della Provincia di Taranto uscirono le raccolte Poemetti (1995) e I mari della corte (2003). Va infine segnalato il lavoro di riordino e raccolta della produzione di Pinto nel volume La terra di ferro – e altre poesie (1971 – 1992), per le edizioni Marcos y Marcos.

La seconda parte del libro, Altre storie, comprende i pometti Dialogo di una barbona, Ri-creazione, Dal diario di un’amica e dal Diario di una pornodiva. In cui si apprezza una scrittura vigile, diretta, essenziale, e una sottile empatia e introspezione percorsa da una sensibilità civile (“Mi piaceva la mia casa / quando era mia, tanto tempo fa / ma non so se davvero era una casa / o era un soffio di vento che mi portava / dove io volevo andare / tanto una casa te la porti dentro / ora almeno è così. Ridimi pure dietro / ai miei ricordi, mi piaceva ballare / e al ballo giravo giravo, ora / solo la testa mi gira e se vado / un po’ di fretta mi piscio addosso / è mai possibile che attorno a me / c’è un altro mondo? mi chiedo/ uno come questo?” – Dialoghi di una barbona (Roma, piazza Venezia) II.

E’ dunque l’etica della rammemorazione amicale, fraterna a generare la prima parte dell’opera; deontologia per nulla infrequente in molti scrittori, coscienti del buio che ci attende e li attende e sensibili, perciò, nel direzionare almeno loro quel raggio di luce che illumini la vita e l’opera di altri scrittori. Trevisani sente e dichiara di dover onorare un “debito” (“Ma adesso sono a caccia / di te poeta scomparso perché ho contratto un debito / con la tua memoria. / Che mi porta a rileggere / incessantemente i versi che mi avevi consegnato.“ – Prima colazione al bar); e lo fa anche attraverso dettagli minimi (…con la tua stazza e gli occhioni da bukovski / e il parrucchino sempre fuori posto – Il mondo che vedevi), e le frequentazioni (“Tu li amavi / e qualcuno di loro, Caproni, ad esempio, / Alda, Giacinto o Giorgio l’altro, ti hanno cercato / per il momento effimero di un’esistenza.” – La biblioteca).

Ci sono forse ricordi più cari e indelebili di quelli della gioventù, sullo sfondo della stagione più accesa e di maggiore abbandono, e di pienezza di vita?

 

 

Tu vivi nell’estate

 

Non eri fatto per la primavera, Tu

che non avevi tempo

per caratterizzare le stagioni e per l’anarchica

utopia dei risvegli. Per questo

non ti cerco in un’altra stagione che non sia

l’estate dalle notti dissipate

all’incrocio dei grandi viali per il mare,

che non abbia che volti di sole

che non amino che le onde senza vento.

Per questo, io lo so, devo tornare verso il lungomare

sul viale grande che grida di motori crepitanti e la sete

di una morte all’aperto, di giardini freschi di abbandono,

di viali ora deserti dentro al San Brunone.

Cosa ci posso fare se un mondo dislessico ignora

quanto d’amore hai dato nei tuoi versi. Io sto

come stufa d’estate a riscaldare parole inamidate

ma presto anche a me

toccherà la stessa sorte. Cosa importa

se tanto

il nostro incontro è scritto in altri cieli!?

 

 

*

 

 

Pasquale Pinto, da Siderbohème (inedita)

 

Ci sono mani insanguinate di naufraghi sulle

scogliere dove stendi il tuo slip livido di collera.

Gli uomini devono ancora cancellare le orme

sulla sabbia. Da dove vieni? Il tuo paese

è un paese antico ove la morte si consegna dolcemente

ai fanciulli? O anche da te le spiagge

affrontano il mare coi fili spinati? Ho raccolto

la tua storia di sale in milioni di conche

bianchissime, lontano da musiche in stereo.

Sono l’ultimo forestiero delle tue stelle che

ancora cerca i suoi occhi o un dio che se ne frega.

Per questo sei da cercare d’estate in un giaciglio

di grano che acceca le serpi o quando

le lune rotolano sulle schiene giù verso il mare.

Qualcuno risponderà? Il mio sangue è infinito

e ha retto bene i colpi delle mannaie

e i coltelli durante la digestione…

 

 

*

 

Silvano TREVISANI

IL POETA SCOMPARSO E ALTRE STORIE

Puntoacapo Editrice 2024

Postfazione di Mauro Ferrari

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