
Premetto che in genere non scrivo sulla poesia, ma solo poesie. Ma la schietta iniziativa e il gentile invito di Fabrizio Centofanti, mi hanno fatto venire la voglia, per cui lo ringrazio.
E’ un momento molto interessante, per la poesia e non solo. Si tratta di una grande metamorfosi della civiltà. Preferisco infatti vedere la poesia all’interno di questo cambiamento generale, in quanto solo in questo orizzonte più vasto si spiegano certe cose, e credo che, siccome le arti anticipano i tempi, occorre osservare la grande metamorfosi in atto proprio nei mondi dell’arte. La poesia come disciplina ha un modo tutto suo di vivere questa crisi e trasformazione. Ma la cosa più interessante è che questi capovolgimenti non avvengono per la volontà di qualcuno che pilota la cosa ideologicamente, anzi proprio il contrario, le varie volontà operano cercando di incrementare il vecchio clima o regime, ma così facendo, siccome non ci sono più i presupposti, ottengono l’effetto contrario. Per cui il cambiamento è repentino e inevitabile.
Venendo alla poesia non credo che esistano periodi bui dove è impossibile scrivere poesie valide universalmente, in quanto anche nel peggior nichilismo, in cui viviamo, dove regna l’impoetico, la poesia è sempre quella che riscatta la realtà, semplicemente perché non vi è limite alla possibilità di percepire l’essere oltre tutto. Se non posso più parlare di nulla perché tutto è falso, rimane sempre la radice viva, cioè la possibilità di meravigliarsi del miracolo della vita. In questi momenti si passa da una espressività cercata nel divenire, a un salto mistico nell’essere. E’ in questo senso che Hölderlin diceva che “il massimo in poesia lo si realizza quando si riesce a poetizzare l’impoetico”. Ma per fare ciò occorre coltivare la portata ontologica del linguaggio e non tutti ci arrivano.
La poesia ha due versanti, l’uno è storico, temporale, soggettivo, l’altro è atemporale, eterno, intersoggettivo, valido per tutti. L’una direzione si muove orizzontalmente nelle metamorfosi del tempo, l’altra è ancorata verticalmente nella profondità dell’essere. La seconda dà valore e universalizza la prima, ma non viceversa.
Questa propensione alla temporalità, per cui si privilegia l’ente sull’essere, caratterizza tutte le decadenze, e vediamo come nel secondo novecento si sia estremizzata con una intellettualizzazione, per cui negli anni sessanta dominava in tutte le arti lo sperimentalismo, cioè la realizzazione poetica con i criteri della critica.
Negli anni settanta, per questa ragione, la poesia perde il suo pubblico, le case editrici chiudono le collane di poesia o le riducono al minimo. Ma il ritorno all’espressività negli anni ottanta, lascia perplessi in quanto sembra una forzatura manierata, finalizzata a una captatio benevolentiae. Per di più in quegli anni comincia un cambiamento radicale degli orizzonti, in un clima di globalizzazione, di incremento del mercato internazionale, della tecnologia, della mobilità ed edonismo, ma soprattutto è la nascita della rete.
La poesia si trova così ad essere accantonata dal grosso pubblico che privilegia il facile dei film holliwoodiani, che imperversano, le serie televisive, le mille ibridazioni della musica. L’eccesso di stimoli crea un ottundimento generale proprio su quel versante più delicato dell’essere atemporale, il cui luogo è il silenzio.
I poeti riconosciuti, resi oltremodo fragili da questa situazione, temendo di venire scavalcati e dimenticati hanno abbandonato il loro compito etico di passare il testimone alle nuove generazioni, tranne pochissime eccezioni che si contano sulle dita di una mano, si sono chiusi a riccio asserragliati nella torre d’avorio che si fa sempre più asfittica. Atteggiamento motivato anche dall’inizio di una certa confusione che caratterizza i riflussi della decadenza, con relativa perdita di credibilità delle nuove proposte, per cui la collettività si appoggia sui nomi già consolidati. La nostra generazione (nati negli anni 50-60) ha pagato lo scotto di questa chiusura. Ma le nuove generazioni (70-80), considerata la debolezza sociale (non culturale) della nostra generazione, hanno pensato a quel punto di fare da sole e scavalcare le gerarchie tanto indebolite. La rete è un mezzo potentissimo per farsi conoscere e creare solidarietà. Ma se la nostra generazione aveva potuto nel periodo di formazione usufruire del tirocinio coi maestri, formazione fondamentale che richiede tempo, umiltà e pazienza, alcuni esponenti delle nuove generazioni hanno pensato di potersi imporre, non essendoci più la valutazione di un pubblico esterno, solo con strategie promozionali autoreferenziali. La poesia è concepita prevalentemente sul versante temporale, analizzata come “ente”da una esegesi storico critica, prettamente accademica, alla quale manca tutto quell’aspetto valutativo profondo che richiede una vita di maturazione. Si sono create così tendenze uniformate in varie aree della poesia in cui si crede di poter riconoscere la qualità da un punto di vista esteriore del linguaggio espressivo, introducendo così mode letterarie che cambiano ogni due anni. Mentre al contrario noi avevamo compreso, da coloro che vi erano arrivati prima di noi, che la qualità è sempre un percorso verticale nella centralità dell’essere, che passa necessariamente attraverso l’originalità di ciascuno. La qualità si riconosce nelle differenze e non nella omologazione.
Questo indebolimento generale, dato dalla mancanza di valori universalmente riconoscibili e le facilitazioni promozionali della rete, ha portato progressivamente a quelle estreme conseguenze in cui (insieme alla poesia) tutta la contemporaneità è caduta. Ciò che Emanuele Severino, rifacendosi a Hegel, ha a lungo e ripetutamente illustrato: “l’inversione dei fini coi mezzi”.
Cerchiamo di chiarire: la caduta dei valori, ciò che Nietzsche e Heidegger hanno identificato col “nichilismo”, che grava sulla decadenza occidentale, sarebbe sfociata in un totale dominio della tecnica. Evidentemente non si tratta solo della tecnologia, ma “tecnica” intesa come pensiero calcolante, cioè pensiero pratico-strategico, che sostituisce il valore. Oggi tutti pensano che anche in poesia la qualità è un fattore relativo, fragile, poco riconoscibile, ma anche chi fosse in grado di riconoscere quella qualità, sa bene che non attecchisce più nel sociale perché manca la coltivazione per recepirla e una élite culturale di riferimento. Per questo motivo non viene più esercitata, da tempo, una reale critica sui quotidiani, che valorizza qualità e sottolinea difetti. Le critiche sono solo, tranne qualche eccezione, articoli promozionali fatti per convenienza, così che il pubblico è oggi totalmente refrattario ad acquistare i libri consigliati.
Dunque chi si affaccia al mondo della poesia, per poter essere preso in considerazione, deve inserirsi nella rete promozionale, fatta di tanti ruoli, grandi e piccoli, che acquistano un certo credito, in quanto sono deputati a promuovere gli altri poeti. Coloro che usufruiscono di tale promozione, devono contraccambiare. E’ il do ut des dei favori di scambio, che diventa una nuova etica che sostituisce l’etica universale della promozione del valore, che costituiva la gerarchia spirituale dei maestri. I poeti che non partecipano alla rete di favori di scambio sono esclusi, perché del tutto inutili alla comunità, bollati di immoralità sociale. Paradossalmente non è più rilevante quello che scrivono, ma il potere con cui sono in grado di promuoverlo. Come dicevamo “inversione di fini coi mezzi”, cioè la poesia non è più un fine che deve essere valorizzato collettivamente con ogni mezzo per elevare la civiltà, ma diventa un mezzo per avere visibilità, fama, potere.
Grazie alla rete, la facilità di promozione della poesia incrementa in modo esponenziale il numero dei poeti. Quelli che prima erano lettori di poesia, diventano poeti che si autopromuovono entrando nella rete dei favori di scambio. Chi si dà molto da fare con strategie efficaci, viene considerato anche dai poeti o comunità di maggiore rilievo. Fino ad assurgere a ruoli di potere anche rilevanti, come giurie di premi importanti ecc. La collettività dei poeti a questo punto non è più in grado di promuovere valori, si allontana dall’essenza in quanto mancano reali gerarchie selettive, cosa che fa perdere credibilità a tutto l’ambiente, che diventa ciecamente competitivo e conflittuale.
Si verifica così un altro fenomeno estremo che caratterizza lo stadio terminale della decadenza: l’enfatizzazione.
Se le poesie che vengono promosse non sono sufficienti per se stesse ad attirare l’attenzione, e la promozione ordinaria è diventata ormai un stanca routine, occorre enfatizzare sempre più il fenomeno, dando vita ad “eventi”: festival, kermesse internazionali, premi pluriarticolati, letture pubbliche con titoli millenaristici sempre più vistosi e imponenti. Questa gonfiatura enfatica che sembra un trionfo, costituisce la fase ipertrofica dell’entropia, il canto del cigno, l’ultima fase prima del tracollo finale, in quanto si tratta di una inflazione sempre più vertiginosa di quanto si sta cercando di promuovere. Tutto ciò costa sforzi pratici sempre maggiori, senza un riscontro economico a fronte di investimenti cospicui, per cui una volta che la collettività si sarà assuefatta anche agli eventi più grandiosi, che difficilmente possono essere superati, il tutto verrà abbandonato: il crollo coincide col trionfo. Siamo molto vicini a questo momento. Si tratta insomma dello stesso iter di chi assume stupefacenti che, dando assuefazione, esercitano un sempre minor effetto, per cui bisogna incrementare la dose, fino ad arrivare all’overdose fatale.
Occorre sottolineare che quanto circola nel sistema promozionale, non è necessariamente un prodotto scadente, anzi a volte vi sono poeti e opere di valore, ma l’enfasi della promozione e la grandiosità degli eventi confonde tutto in un’atmosfera dispersiva e superficiale. Per di più la confusione di una promozione indiscriminata ha allontanato il pubblico che non più coltivato non è in grado di cogliere la qualità anche quando questa fosse presente.
Con il tracollo del sistema promozionale, una volta che i poeti si saranno resi conto dell’illusorietà di tanti sforzi, per la maggior parte abbandoneranno la poesia, dedicandosi ad altro. Rimarranno così solo coloro che non possono farne a meno, cioè coloro per cui la poesia non è un mezzo ma un fine. Si costituiranno piccole comunità elettive in cui riscoprire e coltivare sotterraneamente quell’essenza dimenticata, al di là delle mode e delle differenze, affrontando seriamente quel lungo iter iniziatico di elaborazione e metamorfosi interiore indispensabile per accedere alla vera poesia.
A quel punto il fine non è il successo mondano, la vanità del nome famoso, ma la ricchezza interiore che la pratica profonda della poesia permette di realizzare come facoltà di percepire il valore poetico del mondo, e questo è sufficiente per giustificare una vita.
