Lo stato dell’arte. Sebastiano Aglieco

Che fare?

Da qualche anno ho intrapreso un percorso esistenziale di autonomia e di distacco. Si tratta di una scelta necessaria, maturata negli anni a contatto –  e sottopelle –  con le esperienze “sociali” che i poeti si ritrovano a fare per evitare che la loro voce naufraghi o sia dimenticata del tutto. Per terrore della scomparsa e ricatto, mai dichiarato, della cancellazione del proprio nome.

  Viviamo tempi in cui il tradizionale narcisismo indicato da Freud come malattia del secolo ha raggiunto preoccupanti livelli di bulimia, di autocelebrazione e di rischio di morte.

I social hanno contribuito all’ingrossarsi di questo male, sbandierando un’idea di comunità fatta di presenze che in realtà sono fantasmi, nomi cancellabili, memorie diroccate e fragili senza neanche la possibilità di un’archeologia, di una musealizzazione. 

  Lo stato dell’arte, in breve, è questo. Resistere allo scempio è operazione da titani. Immergersi totalmente in questa specie di grande festa di parole vane, di immagini deformate, di suoni roboanti, è soluzione assimilabile a una premorte da noi stessi autorizzata.  Siamo tutti drogati, insomma. Viviamo dentro una soporifera e snervante bolla di promesse vane, di specchi riflettenti in cui ci immaginiamo eterni. Abbiamo censurato la parola “morte”. L’abbiamo imbellettata con trucchi osceni e vesti sontuose per renderla sopportabile. I poeti a cavallo tra ottocento e novecento avevano predetto tutto: penso a Rimbaud e alla visione delle sue città tentacolari. Penso a Baudelaire, ai suoi vascelli addormentati in un mare di luci e di sirene. Si tratta di due soluzioni, esattamente quelle che ho appena descritto:  abbandonare i trucchi dell’arte e vivere la vita; sprofondare nella sensualità delle parole e trapassare dolcemente.

  Ho riflettuto molto, in questi anni, sull’immagine dei poeti estinti, così fascinosamente descritta nel film “L’attimo fuggente” di Peter Weir. Ragazzotti idealisti e alle prime armi si rifugiano a parte e leggono poesie. Non esistono, almeno per gli altri. Esistono, invece, e profondamente, per se stessi, per le proprie necessità di crescita; come persone e, forse, anche come artisti. Non si tratta solo di un comportamento ma dei fondamenti di un’etica. 

 Riassumo in questo intervento ciò che ho già detto in altre occasioni:

“ La poesia è creatura che non conosce la furbizia ma solo la pietà.

Che può fare a meno di tutti i corollari, persino della carta stampata, del desiderio di essere pubblicata.

Che denuda e si denuda.

Occorre che essa sia diffusa con la modalità precaria della traccia deperibile: copie minime, fogli minimi, stampa a mano, calligrafia spuria, imperfezione.

Deve quindi essere sottratta alla logica del macero e della mercificazione, all’uso e getta della letteratura spicciola, all’idea utopistica della vendita.

Per fare questo occorre ritornare a una parola scritta sulla corteccia degli alberi, sulla nuda pietra, sulla propria pelle. Occorre provare l’angoscia del non avere carta e matita.

La forza della vera poesia si misura non dalla sua bellezza intrinseca ma dal riconoscimento della nostra urgenza a cercarla e a leggerla.

La poesia esiste allo stesso modo di un ago nel pagliaio. E siccome esiste già, occorre dissotterrarla come l’archeologo in uno scavo. Ripulirla, farla risplendere.

Per essere necessaria deve essere imparata a memoria; come gli amici di Anna Achmatova impararono a memoria il suo poemetto “Requiem”, salvandolo, in questo modo, dalla censura del potere.

Diceva una volta una famosa cantante lirica a proposito di un altro famoso tenore: “oggi tutti cantano assai bene, ma la voce di quello lì ha qualcosa che gli altri non hanno: una rabbia, una tensione…”. Riconosceva che quel tenore cantava in quel modo perché aveva attraversato il tempo brutale della guerra e della fame e che questo tempo aveva segnato il suo canto. Oggi, certo, nessuno si augura la guerra e la fame, ma io credo che se mettessimo in mano una matita ai bambini che vivono la guerra e la fame e li indirizzassimo a scrivere, leggeremmo qualche verso che ci farebbe molto male. Magari non bello, non esteticamente polito, ma potente, struggente. E sarebbe molto diverso da uno di noi che a tavolino si mettesse a scrivere della guerra e della fame. Le parole non bastano, non si tratta di contornarle di Bellezza ma di renderle pericolose.

Oggi l’arte è una merce troppo comune e a buon mercato. Tutti la possono praticare, tutti possono attingere a un armamentario di retorica che ci aiuta a ben scrivere. Ma forse dobbiamo fare un bel passo indietro, restituire la poesia alla poesia, alla sua natura di lingua senza compromessi. I poeti, grandi e piccoli, i poeti che desiderano diventare poeti, dovrebbero incominciare a considerare la loro parola inutile, irriconosciuta, merce che non ha scambio, povera creatura che non vende e non svende nulla. Piuttosto, per mancanza di inchiostro, impressa sui muri col duro stiletto delle nostre dita ferite”.

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