Rileggendo Kostas Vàrnalis di Antonio FIORI.

 

Rileggendo Kostas Vàrnalis

di Antonio FIORI

 

Del greco Kostas Vàrnalis (Burgas, Bulgaria 1884 – Atene 1974) avevamo finora in Italia solo tre  pubblicazioni, tutte in anni abbastanza recenti: La vera apologia di Socrate (Argo, Lecce, 1994), Il diario di Penelope (La Zisa, Palermo, 2014) e una scelta antologica nel Meridiano Mondadori dedicato ai Poeti greci del Novecento (Milano, 2010). Vàrnalis si laurea in lettere ad Atene nel 1908 ed  insegna fino al 1925, quando gli sarà precluso ogni impiego pubblico per i suoi metodi di insegnamento e le idee comuniste, maturate a Parigi dopo un viaggio di studio iniziato nel 1919. Farà da allora il giornalista e il traduttore e sarà ricordato come “un vate marxista” della letteratura greca, specialmente dopo il 1959, anno in cui a Mosca gli fu conferito il Premio Lenin per la pace (tra i poeti che ne seguiranno il solco troviamo Ritsos e Patrikios). Poeta, prosatore, saggista e traduttore, Vàrnalis in realtà, pur mantenendosi sempre vicino al marxismo storico, non risulta che abbia mai preso la tessera di un partito.

 

I due testi pubblicati ora in unico volume nella elegante Collana Kylix di Crocetti –  La vera apologia di Socrate. Il monologo di Momo (Crocetti Editore, 2024) curati e tradotti da Filippomaria Pontani – sono l’occasione per riscoprire questo autore battagliero, figlio davvero della temperie ideologica del primo Novecento, pronto a spodestare le figure sacre del pensiero filosofico e religioso – Prometeo, Cristo, Socrate – per denunciare ipocrisie, false promesse e discutibili insegnamenti. Il primo, La vera apologia di Socrate, è cadenzato in cinque parti, divise in lemmi fortemente satirici; esso mira a capovolgere la leggendaria Apologia del filosofo scritta dal giovane Platone. Come fa notare Pontani nell’Introduzione, dopo un’iniziale riproposizione delle parole d’ordine di Socrate, Vàrnalis gliele fa “rinnegare in cauda“, spiazzando sì il lettore ma tradendo anche le contraddizioni di questa operazione (ovvero l’ambiguità di un filosofo che non può andare fino in fondo nella sua critica alla pubblica opinione, ai giudici venali, agli accusatori ipocriti, senza scoprire quegli stessi avversari in casa d’amici, ovvero nei venturi, terribili processi staliniani). Bisogna però ricordare che La vera apologia di Socrate è stata scritta tra il 1925 e il 1931 (seppure rivisitata in seguito dall’autore) ed il suo fascino sta proprio nella componente amaramente profetica, oltre che nella denuncia dei limiti della democrazia: Ecco che arriva l’uomo politico. Lo precedono i suoi occhi scintillanti, e dietro viene lui. Prima di poggiare il piede a terra, controlla con gli occhi le assi del ponte, come fa il mulo. Tossicchia, affinchè ci voltiamo a guardarlo. Insieme a noi ci sono alcuni amici suoi. Lo salutiamo e lui si avvicina. Ci stringe le mani con forza e cordialità. Con mano altrettanto forte regge il timone della Nave. Ci ama e si sacrifica per noi! In nome nostro attinge al tesoro pubblico, per dare a noi: e in nostro nome calpesta le leggi, per salvarci. Lui ci ha insegnato a prestare falso giuramento nei tribunali e a non mantenere la parola nei commerci… (La vera apologia di Socrate, Parte terza, par. 20, pag. 79).

 

Nel secondo testo, Il monologo di Momo, Cristo e Prometeo, da figure amiche, pronte a sacrificarsi per l’umanità, diventano, se non nemici, almeno dei cattivi maestri. Il testo, a dispetto del titolo, è dialogico e segue uno schema drammaturgico: i personaggi sono Prometeo, Gesù, Momo, La Madre Terra e Un usignolo. Momo è uno spiritello che prima provoca Prometeo e Gesù, e poi cerca di  dimostrare che il primo non desidera altro che sostituirsi a Zeus e che il secondo non mette in discussione chi detiene il potere, lasciando il popolo nella mera illusione di una ricompensa ultraterrena. Pontani ci ricorda che Vàrnalis si rifà qui alla ponderosa rivisitazione del mito di Prometeo (Leopardi, Shelley, Quinet, Defontenay, Konopinsky) e che anche in quest’opera si è impegnato nel lavoro di riscrittura (dopo la prima edizione del 1922, uscita sotto pseudonimo con il titolo La voce che arde, di cui costituiva la prima parte, abbiamo una integrale riscrittura nel 1931 e una ulteriore revisione nel 1933). Verso la fine del monologo, Momo – alter ego del nostro autore – fa una dichiarazione sprezzante di ateismo:

MoMo

 

Nessuno di voi due dice la verità.

Il mondo non ha inizio. Non ha creatore. Esiste da sempre. E si trasforma sempre da solo.

Quanto all’uomo, l’ha creato… la scimmia! E voi, vi hanno creati gli uomini.

Vi hanno creati i signori della Terra “a loro immagine e somiglianza”.

Il vostro mestiere è di conservare la Disuguaglianza e di proteggere l’Ingiustizia.

E dopo la Morte? – Aria fresca!

Al di fuori degli interessi dei Creso (con e senza corona) e al di fuori dell’immaginazione degli impauriti e degli ignoranti, non esistete da nessuna parte…

 

(Il monologo di Momo, p.145)

 

 

Dobbiamo riconoscere che la demistificazione dell’eroe laico e la stringente contestazione del messaggio cristiano – frutto peraltro dell’applicazione di rudimentali canoni d’interpretazione, anche dal punto di vista marxista – non ci impediscono di apprezzare dell’opera le ragioni dei poveri, l’invito a ribellarsi ai soprusi nel tempo presente, a non nutrirsi di sola speranza:

 

MoMo

 

Tu che hai compiuto il miracolo dei pani e dei pesci, perchè non hai concesso agli affamati il favore di compiere anch’essi il medesimo miracolo?

Così avresti abolito la Fame. E insieme ad essa sarebbero scomparse l’ignoranza e la Malvagità. Ed allora non ci sarebbe stato più bisogno della salvezza dopo la morte…

Ma per quanti pani facessero, che fossero cinquemila o uno solo, comunque avrebbero avuto fame.

I potenti glieli avrebbero sottratti tutti.

Dal momento che non li hai soppressi tu stesso, potevi dare a ogni schiavo, invece dell’immortalità, un pugnale.

 

(ibidem, pag.141)

 

Antonio Fiori

*

Kostas Vàrnalis

La vera apologia di Socrate.

Il monologo di Momo

Crocetti, 2024, pp. 168, Euro 16,00

 

 

 

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