Lo stato dell’arte. Gianluca Garrapa

Qual è lo stato dellarte?

Lo stato dellarte, credo, sia variegato e confuso: larte spesso non segue sempre una necessità o un’urgenza ma, almeno per me, è sempre una spinta del desiderio a farci compiere delle azioni poetiche; ecco, noto poco desiderio e unomologazione di comodo che non permette di mettersi in gioco. Spesso c’è molto studio e poco corpo, poca immaginazione. Vedo anche un crearsi di continue divergenze, un limitante politicamente corretto. Ogni innovazione o viene ignorata o sistematizzata. Il riflettere su cosa sia una nuova cosa porta via tempo, si preferisce andare oltre. Mi spiace dire che le nuove generazioni, tranne pochissime eccezioni, hanno talmente tanto materiale tecnologico ma poi non molte capacità plastiche atte a trasformarlo in una nuova dimensione, per quanto postumana. Questo riguarda, in effetti, anche le vecchie generazioni che a un certo punto hanno ‘scoperto’ il mezzo digitale. Tanto è facilissimo produrre poesia e pubblicizzarsi, tanto è difficilissimo operare scelte etiche e desideranti, umane, rischiose magari.

La poesia ha ancora qualcosa da dire?

Per quanto mi riguarda sì. L’arte del desiderio in forma di poesia è un modo di ricostituire quegli errori sostanziali ed esistenziali e soprattutto nellambito che ho frequentato a lungo come operatore e come lavoratore su me stesso, cioè quello psichiatrico, larte è un modo di varcare la soglia del proprio desiderio e realizzarlo nella costante pratica della condivisione che accolga il totalmente altro. La poesia, proprio in ambiti psichiatrici o di disagio, dunque il mondo attuale tout court, oltrepassa il semplice prodotto automatico per mercati e critici che godono dell’immaginaria sensazione di saperecultura, e diventa una protesi che permette di collocarsi nel propriodesiderio, è salvatrice, in un certo senso. Intendo il gioco gioioso della condivisione laboratoriale, a esempio. Finché ci saranno umani in transito ci sarà sempre qualcosa da dire attraverso la poesia, e per poesia intendo anche la scrittura del proprio desiderio che si sviluppa attraverso altri corpi che non siano solo quello della scrittura, finché sarà la cifra umana dell’essere incompleti e perfettibili, la poesia ha sempre qualcosa, e qualcuno, da dire. Non fosse che per dare sollievo alla lingua rotta dell’altro che non sa esprimersi, spremere fuori il proprio angosciante urlo per renderlo silenziosa, calma, festa.

È uno strumento che aiuta a ritrovare la strada?

Sì. Per quanto mi riguarda, e soprattutto in questo periodo in cui sono alla nuova ricerca di lavoropermangiare, in momenti in cui la disperazione ti assale, lì fa capolino l’azione poetica, creatrice di, luce che spalanca ulteriore luce nel baratro della solitudine.

C’è ancora una strada?

Mi pare che la strada sia sempre in fieri: costruendo poesiaarte ci si apre la strada verso un continuo fare poesiaarte e questo dipende dalla singolarità della persona, la poesia è come se illuminasse un tragitto che può deviarci dallobiettivo iniziale ma è il transito quello che dà voce alla poesia. Forse la poesia è la strada e il googlemaps di questa strada, la domanda e la rispostaulterioredomanda.

La poesia, l’arte, la letteratura, aspirano a risvegliare la speranza in un presente migliore? 

Più che un presente migliore larte vorrei ci restituisse un presente, innanzitutto, che non sia per forza influenzato dal passato e che non determini del tutto il futuro e che ci faccia insomma starequi con lidea che passatopresentefuturo siano flusso unico, transito, viaggio di passaggio, e soprattutto di sovrapposizioni quantiche e desideranti. Un presente migliore è certamente, comunque, quello spaziotempo in cui più voci desideranti dialoghino e si confrontino, in cui, soprattutto, ci sia una possibilità materiale, fisica e lavorativa, per chi lo desideri di potersi dedicare alla scritturaletturadesiderante.

Sono domande difficili: ma se aprissero spiragli di senso in un’epoca che sembra perderlo ogni giorno di più?

Queste domande sono difficili, o meglio diffacili, diversamente facilidifficili, proprio per la frammentarietà e per quel narcisismo che ormai dilaga normalizzato: mi riferisco al fatto che sempre più si pubblicano prodotti più che processi, sensazioni di godimento momentaneo più che sensinonsensi che diano atto dell’umano che ancora ci abita. Il sensononsenso lo vedo nelletica, nel portarsi nel mondo anche in modo provocatorio, pur di risvegliare dal torporedell’indifferenza e del cinismo. Non sono sicuro di essere io stesso abbastanza sveglio, ma credo che sperimentare nuove posture e declinare in modo creativo la propria distanza e il proprio senso di spiritualità laica e desiderante sia un buon modo di trascorrere il tempo che ci è dato, o leternità che di continuo attraversiamo, dipende dai punti di vista. Certo che queste domande, e ti ringrazio per questo caro Fabrizio, hanno incrementato altre suggestioni inconsce che, in questo momento, iniziano a fermentare e più in là, diventeranno ulteriore pratica condivisa, amorevole o con rabbia, ma sempre con la speranza che ascoltoumanità sia lo spaziotempo in grado di ospitare il desiderantepoesia.

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