
Nel dialogo tra soggettività e mondo trovo che ci sia già una parziale risposta alla domanda: la poesia ha ancora qualcosa da dire? Sì, perché c’è un soggetto che si apre al mondo, non sta o si sente chiuso tra le inferriate della propria cella personale, ma dialoga appunto, con il fuori da sé. In questo la poesia svolge un ruolo, proprio perché apre la mente e la sensibilità, le accresce secondo me, e questo è un contributo importante anche per avvicinarsi ad un senso che non sia solamente legato al benessere materiale, al presente quotidiano affaccendarsi, ma che connetta ad un “oltre” che riguarda l’umanità intera. Ecco, la poesia serve per l’accrescimento spirituale del soggetto che legge, proprio perché non parla la lingua del “fare” ma quella del sentire. Non è necessario che la poesia guidi verso un certo cammino, deve riuscire con i suoi versi a far sentire chi legge già fuori dalle “cure” , già rivolto ad un pensiero ed un sentimento che lo elevi dal presente e lo proietti verso un futuro. E’ così che si fa speranza, nel lievitare verso orizzonti di senso non contenuti nel qui ed ora, ma rivolti ad un possibile essere diversi, più aperti, sensibili, come dicevo, ma anche più critici, non assimilati alle mode di questa epoca, già capaci di fare breccia con la propria soggettività.
Lo stato dell’arte? Non so, ma mi pare che la poesia risulti sempre più difficile al lettore medio, forse perché appunto richiede questo salto, questo staccarsi dal quotidiano e dal ragionamento logico e funzionale al mantenimento dello status quo. Dall’altro lato, ci sono sempre più persone che scrivono poesie, come se questo atto corrispondesse ad un bisogno interiore di espressione di qualcosa che nella cornice della quotidianità non trova posto per esistere. C’è bisogno però di buone poesie, per dire qualcosa agli altri; la poesia, come forma personale d’espressione, è una bella cosa, ma non va confusa con una poesia che svolga le funzioni che dicevo prima, per le quali un testo deve essere già esito di un grande lavoro di creazione, di revisione, di cura della parola, per uscire dall’ovvio e dal banale.
La situazione è confusa, anche perché non ci sono criteri comuni e condivisi per valutare un’opera, né forse ci saranno nel prossimo futuro. Personalmente credo che i primi requisiti siano il lavoro, umile, paziente, tenace di chi ha deciso di scrivere, la revisione e rielaborazione di quello che si è scritto (per me anche in diversi step successivi) e la consapevolezza che per fare questo si dovrà affrontare un profondo silenzio e la solitudine. Si tratterà di un ascolto del mondo interno o di rivivere eventi esterni con quell’attenzione acuta e lo sguardo ampio che la poesia ci sollecita; emergeranno da qui i materiali su cui adoperarsi con la cura precisa e selettiva della parola che sempre questa forma di scrittura ci impone.
La poesia deraglia dal reale e, anche se inventa mondi, ci offre materia per pensare un futuro che sia diverso dal nostro attuale oscuro presente attraverso uno sguardo non omologato e un sentire non addomesticato sulle compatibilità dell’oggi. In questo scarto si aprono feritoie da cui osservare un mondo possibile, da cui immaginare un modo di essere uomini non dominato dal possesso e dalla devastazione (anche della natura ad esempio). Un mondo in cui anche il tempo, questo tempo inutile del leggere poesie o dello scriverle, possa dilatarsi in un sentire centrato sui valori e non unicamente sulle prestazioni.
