
Sono molto grato per l’opportunità concessami su questo spazio, soprattutto perché la questione posta mi sembra davvero fondamentale. Infatti credo che l’arte, e segnatamente la poesia, sia il luogo ideale per l’incontro con l’Altro-in-sé.
E in ordine a ciò, spesso, mi ritrovo a pensare a quanto sarebbe bello se tutta la poesia fosse davvero e sempre “poesia di ricerca”. Ma non una ricerca esclusivamente formale, così come oggi, invece, purtroppo, la si intende. Ma una ricerca, continua, di vita.
E mi torna alla mente, a questo proposito, l’insegnamento che Eduardo de Filippo rivolgeva ogni volta ai suoi allievi: “Chi cerca la vita trova la forma, chi cerca la forma [invece] trova la morte”. E poi, ancora, l’altissimo monito di Marina Cvetaeva: “Come posso io, poeta, e cioè creatura dell’essenza, farmi lusingare dalla forma? Mi lascerò lusingare dall’essenza, e la forma verrà da sola. E viene. E non dubito che verrà” (da Il poeta e il tempo, p. 44).
Ma il fatto è che la radicalizzazione della ricerca, orientata unicamente alle forme, è mossa proprio da un preciso ed ostinato presupposto ideologico. Quello più radicale e mortifero. Ossia quello che considera l’arte come un fine. Riprendiamo quindi il discorso di Cvetaeva: “Per il poeta solo-buono l’arte è sempre fine a se stessa, cioè una pura funzione senza la quale non può vivere e della quale non deve rispondere. Per il grande poeta e per il poeta sublime l’arte, invece, è sempre un mezzo. […] Quanto più un poeta è grande spiritualmente, cioè quanto più in alto stanno le mani che lo tengono, tanto più forte è la coscienza di essere tenuto (in schiavitù).” (ibidem, p. 93)
In questo senso, quindi, “il bello” deriverebbe proprio dall’agire mediante la propria arte, ogni volta, come con un atto di magia. Tentando di far risorgere le forme [per esempio: i significanti del linguaggio] dalla loro morte – grazie a un rinnovato atto poetico. Orientandosi in primis, quindi, verso la vita. Una strada ogni volta da ripercorrere, poiché tutto va riconquistato, non essendo mai dato una volta per sempre, in noi.
E quindi l’arte è anche la realtà più prossima alla vera libertà, essendo la più sottile, ossia quella che nella sua dimensione fondante viene originata e procede da una dimensione non visibile. Ed è quindi radicalmente diversa dalle altre realtà umane (economiche, politiche, giuridiche, sociali), in quanto pur essendo, come queste, interfacciata sempre con natura e storia – l’arte, in più, viene alimentata di continuo dalla sua fonte. Dal di qua di ogni parvenza.
Pertanto, nella sua dimensione visibile, l’arte è un polo dinamico che tende, mediante una continua approssimazione, a incarnare la vera libertà. E così, per converso, l’uomo, avvicinandosi al suo fondamento, dinamizza sé stesso con l’arte, percependone sempre più la sostanza, che poi è anche la stessa della sua libertà.
Ma il problema è che questa libertà viene sempre rinnegata, non venendo riconosciuta. E in questo senso, ognuno di noi, quindi, è un “non riconoscente”, ossia uno che non riconosce il vero essere dove stia. Ed è per questo che poi ci si accontenta dei surrogati, delle caricature della vera Libertà.
E nel campo della poesia, tutto questo, risulta emblematico.
Infatti da oltre un secolo – soprattutto con lo sviluppo delle discipline linguistiche e della filosofia del linguaggio – è prevalso il primato del segno [del significante], insieme alla precedenza di quest’ultimo su ogni realtà [incluso il pensare]. Secondo questa impostazione, in principio, vi sarebbe il linguaggio e non, quindi, il pensiero [il logos]. Vi sarebbe il pensato e non, quindi, il pensante. Il dato e non il dante causa, il creato e non il creante.
Ma – al di là delle evidenti conseguenze [e aberrazioni] di tale impostazione – bisogna, certo, essere anche grati per gli aiuti provenienti da questi nuovi studi. Infatti è grazie a questi che è stato possibile acquisire tutti gli strumenti necessari per una approfondita analisi testuale. Poiché la lettura deve essere, in primo luogo, semiotica. Deve partire dai testi [dai segni], dall’unico dato che si ha di fronte, all’inizio. Un processo inverso, quindi, rispetto alla scaturigine del tutto, andando dal particolare all’universale. Dai segni al totalmente “altro”.
Ma il problema è che questi segni da “mezzo” sono divenuti “fine” [e “principio”]. Ossia nel linguaggio – e, per estensione, nella scrittura e quindi nella poesia – si è giunti a ritenere risiedesse “il fondamento”. E il risultato è stato quello di una poesia che si nutre esclusivamente di sé stessa [il primato del metapoetico].
E in più, oggi, secondo un certa impostazione ermeneutica, è considerato anche antistorico essere un poeta lirico [un io]. E questa colpa diviene tanto più imperdonabile quanto più lo stesso poeta lasci trapelare una propria visione metafisica.
Ma nonostante questo pensiero di superficie sembri oggi prevalere, il “mistero” continua a essere, dalle sue profondità, sempre la fonte della vera poesia. E così pure “il sacro” che, anche se impercepito, ci sta sempre di fronte – come un immensamente “altro” che si immerge “nelle vene del linguaggio”, un qualcosa di germinale che fa risorgere l’alfabeto dalla sua morte (Nelly Sachs).
E se la poesia è quello che è – è proprio perché questa creazione, di nascosto, continua. E così la poesia è la continuazione del mondo in noi. La creazione non è mai finita, anzi ricomincia ogni volta. Quindi non è un fine la poesia ma, semmai, è uno [altissimo] strumento umano – per l’umano. Per la nostra incessante ri-creazione, ogni volta dal nulla.
