«In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.» [Mc 6,30-34]
C’è un tempo per il lavoro e un tempo per il riposo.
Non è solo un’esigenza fisica, è uno stile di vita. Il settimo giorno della creazione diviene paradigma di una visione della realtà.
Visione non predatoria. I dodici, mandati a “proclamare” il cambiamento di mentalità (methànoia), tornano alla fonte della propria missione. Qui, non li accoglie una nuova programmazione o una pianificazione dei futuri impegni, ma un invito accogliente: “ Venite in disparte…e riposatevi un po’”
Il riposo è cesura. Il riposo è la casella vuota che permette alle altre di muoversi. Non è il riappropriarsi del tempo, al contrario, è un cedere le redini del tempo che si pensava proprio e rimettersi ad un ordine altro che non sia orientato al possesso e all’appropriazione (indebita) delle cose, del tempo, delle persone, della realtà intera.
Lo Shabbat è cedere lo scettro che proditoriamente avevamo afferrato.
Non è una vacanza; o, forse, lo è in senso proprio. È acconsentire al vuoto (vacatio) perché il silenzio possa fare spazio alla parola e la parola possa rinvigorire il silenzio. Qui, diventa possibile recuperare le ragioni di un’esistenza spesso affrettata e dissipata nei mille rivoli del quotidiano, nelle “cose da fare”, che pure hanno la loro giustificazione. I ritmi di produzione (industriale, commerciale, perfino pastorale) impongono la tirannia delle “cose da fare” (“agenda”) e l’invito di Gesù sembra essere una accoglienza della debolezza e della fragilità: riposatevi un po’. È l’imposizione di un ritmo che a noi sta sfuggendo. Il riposo settimanale o non esiste più, o diventa il modo “pantofolaio” di vivere un tempo che, comunque resta saldamente in mano nostra. Il senso del riposo è altrove. È la riproposizione della presenza dell’altro nella nostra esistenza quotidiana, è permettere all’Altro di stabilire un’appartenenza fondata non più sull’utilitarismo, ma sul dono reciproco che parte dallo svuotamento. Il riposo non è fare a meno dell’altro, è ritrovarne il senso. Ed è un senso comunitario, oppure è solo fuga, solo parentesi, che lascia solo vuoto deluso.
“Chi non sa rimanere solo tema la comunità. Chi non sa vivere la comunità si guardi dal restare solo” (D. Bonhoeffer, Vita Comune, Ed. Queriniana)
Poi, la commozione per la folla, per le “pecore senza pastore”, moduleranno il nostro tempo senza risparmio.


riposatevi un po’…sicuramente ognuno di noi necessita di riposo , riposo dal lavoro materiale , riposo dalla mente che lavora lavora, riposo dagli altri , familiari e non che ti accerchiano, coinvolgono nei loro affanni, ma poi quando ti chiudi in camera e provi ad isolarti ..ecco il vuoto..ma è in questo vuoto che tutto si gioca, è un vuoto sterile in cui affiorano soli i sensi di colpa, o è un vuoto di cui senti di aver accolto un invito, Qualcuno ti cerca e ti vuole perché sa che hai bisogno solo di Lui e allora il vuoto diventa “presenza dell’Altro” presenza feconda che rianima quel vuoto e lo riempie di nuova vitalità………… per riprendere il cammino. Grazie caro fratello