In un clima culturale caratterizzato dal più assoluto disinteresse per la dimensione formale del testo letterario e da un contenutismo altrettanto esasperato che anacronistico (il cui unico progetto parrebbe nientemeno quello di degradare la materialità dell’opera — cioè l’opera — a puro accidente, sostituendo le leggi delle cose alle leggi dei segni verbali che le esprimono) è quanto mai necessario ribadire un principio che dovrebbe esser noto e addirittura scontato: la poesia è una testura verbale, un atto di parola, un’opera di sofisticata ingegneria cui può accedere solo e soltanto chi possiede gl’indispensabili strumenti tecnici, storici e culturali per decodificarla (ma attenzione: chi asserisce l’assoluta identità di stile e cosa non decreta affatto la signoria del suono sul senso, divaricando inconciliabilmente i due termini: intende semplicemente che i contenuti-significati non possono non essere condizionati — ergo potenziati, se non perfino suscitati — dall’organizzazione formale del testo poetico).
