Il segreto di Solveig

di Riccardo Ferrazzi

La collana Corcyra de “i libri di Mompracem” (brillante iniziativa di Paolo Ciampi) presenta “Il segreto di Solveig” di Olivier Sorin, tradotto da Giovanni Agnoloni che, con la sua proteiforme abilità di traduttore, sa entrare nello spirito, ma anche nella quotidianità, dei personaggi (che, come quasi sempre, sono alter ego dell’autore).

È stata la riflessione sulle capacità del traduttore a darmi la chiave di lettura del romanzo. Chi è il protagonista (che avrebbe potuto essere un normalissimo Jules Dupont e per il quale, invece, l’autore ha escogitato nientemeno che uno Standor Moire)? Ho scoperto che Standor è un giocattolo di una serie modestamente intitolata “Masters of the Universe” e che l’effetto Moiré (con l’accento) si manifesta nelle fotografie e consiste in punti, linee, colori che distorcono l’oggetto fotografato.

Da come Standor si presenta (si dichiara squattrinato, abita in un appartamentino in affitto in 64, Passage Choiseul e la sua vita, dice lui stesso, arriva a stento a metà di un foglio formato A4), si fa persino fatica a capire di cosa viva. Ufficialmente campa ricuperando e rivendendo macchine fotografiche ormai tecnologicamente superate. Un business apparentemente poco redditizio. Come farà a a pagare l’affitto? Anche perché Passage Choiseul non è in banlieue: è nel II arrondissement, rive droite, e gli affitti sur Paris viaggiano a livelli stratosferici.   

Ma non sono queste quisquilie a turbare Standor. La sua vera occupazione consiste nel riesaminare filosoficamente la vita (sua e degli altri) così come un traduttore entra dentro un testo altrui, lo sviscera, lo respira, lo divora. Sempre a malincuore, Standor finisce per darne un giudizio sistematicamente negativo. Standor traduce se stesso e gli altri: si guarda, si legge, si interpreta continuamente. E se i suoi giudizi sugli altri sono intrisi di acido muriatico, anche l’opinione che ha di se stesso non è affatto benevola o assolutoria. Non per niente il suo autore di riferimento è Cioran.

Tutto (o quasi tutto) cambia quando entra in scena Solveig. Che gli dà un appuntamento e non si presenta. Che si fa ritrovare dopo gran tempo, in un modo quasi incredibile. Che si lascia amare e poi sparisce, costringendo Standor a una vera e propria indagine e a un altro improbabile progetto di incontro. 

Come andrà a finire tra loro due non va svelato, ma ciò che si può e si deve dire è che il vero romanzo consiste nel modo in cui Standor vede il mondo che lo circonda: il sistema del traduttore, che cerca nel testo il quid che dia un senso all’intera narrazione. Resisterà fino in fondo? E dall’incontro/scontro con Solveig come uscirà Standor? Sempre critico e pessimista? Oppure capace di intravedere una forma di equilibrio all’orizzonte? 

Certo, il giudizio di Standor può essere condiviso o rifiutato. Può essere apprezzato perché abbastanza in linea con l’attuale mainstream o disprezzato per lo stesso motivo. Ma, vivaddio, se non altro ci offre l’occasione di leggere opinioni spassionate su diecimila argomenti e confrontarle con le nostre. Nel panorama della letteratura contemporanea non capita poi tanto spesso.       



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