Ion Barbu

di Giorgio Stella

È prigione nella bruciata, indegna terra.
Di giorno il fieno dei raggi inganna;
ma le nostre teste, se ci sono,
stanno ovali, di calce, come un errore.

Tanti i covoni di filo sinistro!
Troveranno il gesto chiuso, che li riassuma,
che neghi, diritta, la linea che spezzi:
occhi in vergine triangolo tagliato verso il mondo?

*

Il pavone

Si inchinava nascente e morbido,
granturco della tua mano per beccare.
Azzurro tremolava e caldo, ai piedi,
come i veli dell’alcool, nella tazza.

Sul ceppo, il tuo matto con cuffia
occhi ineguali terribilmente tristi roteava,
e ti ha torto la mano, come si strizza un panno,
e ha rotto anche il collo dell’uccello, che sbatteva.

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