Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 5. Antonio Prete

Postille al libro di poesia di Antonio Prete, Convito delle stagioni, Einaudi, 2024

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La raccolta consta di sette sezioni: Convito delle stagioni, Tempo rubato, Per un bestiario, Lezioni di tenebre, Quaderno blu marino, Fiori d’aria e La lengua, lu ientu.

Natura e tempo permeano tutta la Raccolta. 

Natura animale, vegetale, umana, terrestre, celeste, natura cosmica. Terra e cielo. Finito e infinito. Visibile e invisibile, presente e passato. Il tutto nella loro commistione. E la contemplazione del tutto.

Tempo: <<Il tempo, con la sua gloria, con le sue disfatte,/ è raggiera di opache scintille all’orizzonte,/ dove un velo copre i giorni, sforma le figure>>.

Poesia dall’afflato sentimentale e morale. Del resto l’umanità è colta nella dimensione di quel conoscere, che è proprio di una morale intesa come educazione sentimentale alla stregua del filosofo Alasdair MacIntyre.

È presente un leopardismo di fondo, nel centrare l’attenzione sulla natura circostante e distante per dare forma alle metafore dell’esistenza, perché alla fine la poesia di Prete, come del resto ogni poesia che si rispetti, è poesia esistenziale e esistenzialista. Giocata tra un malinconico pessimismo e una speranza mai sopita.

Il canto è nelle corde del poeta anche se c’è, come c’era, come sempre è <<nel cuore/ del suono un grande silenzio>>, così come <<c’era nella musica degli alberi/ un silenzio che era specchio/ del cielo, dei suoi silenzi>>. In un mondo nel quale il rumore del frastuono dei chiacchiericci, anche poetici, la fanno da padroni il silenzio potrebbe essere una nuova stella per chi ama la poesia e i poeti dovrebbero dare voce anche al silenzio, silenzio carpito dalla natura per come è. Al di là delle apparenze. Il silenzio e la parola. Un tutto senza parti, anche loro.

L’amicizia è qui, come altrove negli scritti di Prete, un tema ricorrente. Ed ecco, allora, apparire i poeti Edmond Jabes, Mario Luzi, Yves Bonnefoy, José Ángel Valente, nella loro assenza/presenza anche nell’oltretempo dell’esistenza. I poeti/amici colti nel tempo della loro mutata presenza che continua pur nell’assenza. Presenza nella scrittura poetica, nella loro scrittura come in questo scritto nella loro rammemorazione e con la loro la metamorfosi alla stregua delle stagioni. Diversi ma uguali.

Le rimembranze, altro tema ricorrente e questo verso parla da sé: <<Sola, s’infiora l’aiuola del ricordo>>.

Il passato e il presente. La presentificazione del passato attraverso gli spunti desunti dai luoghi e dalla natura. Il tempo dell’infanzia. I luoghi del poeta. I viaggi. Siena e dintorni. La Val d’Orcia. Il Sud e in particolare la sua Puglia.

La prima sezione del libro è Convito delle stagioni. Le stagioni scandiscono il tempo che potrebbe apparire ciclico, ripetendosi di volta in volta. Ma è, appunto, pura apparenza, perché il tempo è mutevole e ogni stagione, anch’essa mutevole, mai identica a sé stessa, si dissolve nell’oblio nella misura in cui il tempo <<è lampo di presenza e stilla/ d’accaduto>>, se non fosse per la poesia, che coagula tempo spazio e vissuti trasfondendoli nella parola che resta. Le metamorfosi sono un dato in idee e in fatti.

Tempo rubato è la sezione dove Prete si cimenta in brevi ma efficaci prose poetiche che richiamano alla mente, mutatis mutandis, le amate, da sempre, Operette morali

Per un bestiario, che alla fine è tutt’altro che quella fauna che si annuncia nel titolo, comprende dodici poesie composte tutte da una sola sestina dedicata ad animali: Un cervo, Lucertola, Due gatte, Il cane, L’airone, Caprette, La lupa, L’insetto, La mormora, Cavalli, L’istrice, Il gallo e Un asino. Una teoria di animali che hanno qualcosa di umano e anche di angelico, in una impressione tutta francescana che travalica la materia dell’individualità biologica e dà adito in loro a essenza di persone colte in una spiritualità di bontà e bellezza.

Lezione di tenebre ci parla di attualità e dei suoi temi terrificanti che stanno conducendo l’umanità – ecco il vero bestiario – nell’abisso di tenebra. E qui non manca l’impeto civile e morale del poeta con una denuncia portata alle estreme conseguenze. Le guerre. La Palestina. Il martirio di Razan al-Najjar, <<infermiera palestinese uccisa mentre correva a soccorrere feriti>> come il buon samaritano. La misericordia – altro tema sì caro a Prete – depredata e uccisa. La pandemia e il numero dei morti soli e senza nome. Il male del mondo e il male dell’uomo nelle diverse sfaccettature e in particolare il male dell’umanità ferita e insanguinata in tutte le sue dimensioni: <<[..]// La trasparenza vela/ con il fulgore del visibile la trama/ sconfinata di ferite che è il mondo>>.

In Quaderno blu marino troviamo l’amato Sud con le sue atmosfere terrestri e celesti e con il corteo di paesaggi trasfigurati nella rammemorazione della presenza per quanto talora in assenza. Ma vive, per non dire anche in questo caso, personificate, nella poesia.

Fiori d’aria è il dialogo in absentia con una persona amata. Per mandare in deroga l’oblio: <<Un fiore d’aria, il ricordo>>. E dunque, ancora, la rimembranza. E quel vivi-ficare per il tramite della poesia. 

La lingua, lu ientu è la sezione finale, scritta in dialetto, in tutta la spontaneità e il chiarore della lingua madre.

Nelle postille pubblicate in precedenza, in questa Rubrica, il discorso è spesso caduto su quella che potrebbe essere una litania, un lamento da parte mia sì noioso, ma che sorge da quella sofferenza, neppure tanto recondita, per una poesia sciatta povera inconcludente – il mainstream minimalista – che ci accompagna in questi tempi di crisi a trecentosessanta gradi con la sua zoppia di significato ma soprattutto di senso. Zoppia che origina dal vulnus strettamente affondato nella carne del linguaggio.

Ebbene, basta davvero poco per scacciare dall’anima questa ombra che induce a pensare che la poesia possa sprofondare nel buio più profondo degli abissi dai quali sembrerebbe non poter riemergere più a riveder la luce. Potrebbe sembrare che sia difficile se non impossibile, eppure, questo è possibile e non è difficile. 

Basta prendere il nuovo libro di Antonio Prete, Convito delle stagioni, pubblicato nella Collana di Poesia, la famosa Bianca di Einaudi, a agosto 2024. 

Per rendersi conto che lo spiraglio c’è, a riveder la luce, e soprattutto acché la poesia abbia la possibilità di lunga vita. E di una vita florida.

La poesia di Prete, così come tutta la sua produzione saggistica, mostra un lavorio intellettuale, culturale ed esperienziale che attingono a una profondità di pensiero e di sensibilità del tutto particolari.

Il Convito delle stagioni è un libro che sin dalle prime battute della prima sezione, che dà il titolo all’intera raccolta, affascina. 

Il dettato denota una complessità tale, a cominciare dal livello linguistico, con la sua orchestrazione di momento semantico e momento fonematico, che fanno appalesare come Prete si collochi agli antipodi del minimalismo.

Leopardista e leopardiano per scelta e per profonda convinzione, Prete non fa infingimenti nel richiamare da subito le sue amicizie e vicinanze poetiche (Jabes, Luzi, Bonnefoy, etc). E le tracce del libro si presentano col senso pregno di una dimensione valoriale morale estetica che affonda le radici in un umanesimo romantico che si nutre con la dimensione del mistero del finito dell’infinito e della profonda e insoluta quaestio della natura. La natura che nel contesto di questa Raccolta dà il la a cogliere, al di là della fisica, l’orizzonte metafisico, sull’onda lunga dell’infinito leopardiano. Ed è nella fattispecie del libro qui in questione la dimensione naturale colta nel convito delle stagioni con la sua ciclicità e con le sue caratteristiche delle sfumature e delle metamorfosi nelle quali si immergono i vissuti umani.

Libro complesso, dunque, questo, di Antonio Prete. Ma complesso non solo per le allusioni e i momenti criptici che abitano questi versi, come dovrebbe essere sempre una poesia che si rispetti e che in primis possa essere definita poesia di per sé. Complesso, anche, per i numerosi temi affrontati, alieni dalla frammentarietà, bensì indovati, questi temi, in una poematicità unitaria e di fondo che fa di ogni testo poetico un vero e proprio poema con una articolazione del dettato che dà compimento a ciascuna poesia nell’insieme e in con-testo. Complessità che richiede attenzione e dedizione da parte del lettore che deve necessariamente immergersi nel succo di questa genuina poesia fatta di canto e di pensiero poetante intriso di umanità e di quella moralità che discendono dall’insegnamento lasciatoci dal grande Leopardi, che Prete ha assimilato attraverso i suoi studi pluridecennali. 

Nella poesia di Prete, come emerge anche da questo libro, c’è una dinamica esistenziale che coinvolge la persona nella sua totalità somato-psichica-spirituale. Orizzontalità e verticalità si alternano nel gioco di immanenza e trascendenza, che seppure caratterizzate da ciclicità – come le stagioni ben rappresentano nel contesto di questo libro – mettono l’uomo in una tensione progressiva a raggiungere la finalità del senso.

La poesia di Antonio Prete, lirica nelle sue corde più profonde, dimostra che ancora oggi si può sperare nella parola, una parola dal volo alto, nella forma e nel contenuto, una parola che faccia giustizia all’uomo nel momento civile, morale, sentimentale, intellettuale, e dimostra che la poesia non può deperire e perire nella misura in cui questa si ponga in silenzio nell’attesa di cogliere quella parola stessa denudata dal chiacchiericcio effimero e banale del minimalismo. E da quel canto, leggero e libero, ma nello stesso tempo colmo di responsabilità tutta umana, non potrà che continuare a scaturire anche la speranza, speranza che tutti gli uomini di buona volontà hanno per un mondo migliore e in pace con sé stesso. 

La cifra di questa raccolta, come si sarà potuto comprendere dalle suddette notazioni, è il naturalismo romantico, naturalismo sulla falsariga di Goethe. La natura è vista e concepita, anche qui, sub specie totius. Spinozismo e neoplatonismo interfacciati. Spinozianamente e neoplatonicamente, infatti, nella visione del mondo goethiana, l’uomo fa parte del tutto della natura, è autocoscienza della natura stessa, e in quanto tale presenta connaturate le dimensioni del finito ma anche dell’infinito. 

Materia e forma, corpo e spirito si embricano nei versi di Prete come in Goethe e così, sulla falsariga del naturalismo del Tedesco, sembra di cogliere anche qui una visione della natura, del mondo, del cosmo e dell’uomo bene armonizzato in una totalità ben stagliata in un alone lirico che si connota anche della dimensione tutta leopardiana della poesia pensante o se si vuole del pensiero poetante

Con la premura di giungere attraverso la poesia a quella vertigine che muove dall’esistenza alla ricerca dell’essenza, anche qui in deroga all’illuminismo kantiano e ai devoti del suo noumeno. Per un neo-romanticismo da contrapporre al minimalismo positivista e cosista: <<[..]//Tra le stelle,/ una vertigine di tempo s’incendia/ in un vuoto di tempo.// La lontananza, un abbaglio d’infinito>>.

E nella poesia che apre il libro e la Prima Sezione, Metamorfosi, c’è in nuce tutto il senso della raccolta: <<Non c’è pensiero o affetto/ che si perda nel nulla.// […]//Niente muore davvero.// […]// O forse questo è solo il sogno/ di una metamorfosi./ Un sogno che la parola oppone/ al silenzio che la abita,/ la materia al vuoto che l’assedia>>.

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