Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Maranathà

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». [Lc 21,25-28.34-36]

 

 

«Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati» (salmo 41).

Una profondità incommensurabile è la scaturigine del desiderio. E solo una profondità incommensurabile potrà rispondere in modo adeguato al fragore delle cascate. Tutto l’abisso è scosso, tutto l’abisso tende a questo riempimento. Ma solo un altro abisso risponderà. Non un pieno contro il vuoto, ma la incommensurabile profondità di un’assenza sarà la risposta fragorosa che mi ricoprirà.

La speranza non è cercare di colmare l’abisso. Speranza è desiderare di essere abisso per poter contenere l’abisso altro che mi si dona. Il cristiano non è colui che, con illusorio ottimismo, crede che tutto vada per il meglio e che tutto prima o poi si aggiusterà. Cristiano è, piuttosto, chi apre gli occhi e sta sveglio in un desiderio che si fa preghiera incessante, per “stare in piedi davanti al Figlio dell’uomo”.

«Il tuo desiderio è la tua preghiera: se continuo è il tuo desiderio, continua è pure la tua preghiera». «Qualunque cosa tu faccia, se desideri, non smetti mai di pregare.» (Agostino, Commento al salmo 37)

Sarà il cuore desiderante lo spazio in cui l’attesa si compie. Non si fa dipendere il compimento dell’attesa dal desiderio. Se così fosse, nessuno potrebbe sfuggire al rischio dell’illusione di compimenti falsi e derivanti unicamente dalle mancanze del presente. E potrebbe sembrare che il desiderio sia nient’altro che l’illusorio tentativo di fuggire un mondo inadeguato per immaginare e desiderare una realtà alternativa più confacente alle nostre attese.

Il desiderio è inquietudine dell’oggi, è vivificazione del presente. Il desiderio è la dimensione dell’attesa, è lo spazio in cui la liberazione si va compiendo. Il desiderio è la preghiera che squarcia i veli per permettere all’oltre di essere qui e all’ “ora” di essere “non ancora”.

L’attesa non è mai passività di chi vede la fine ineluttabile e non sa che cosa fare. Attesa è farsi abisso. Attesa è diventare tutt’uno con l’oggetto che si attende. Dunque, attesa non è proiezione di sé in un tempo a venire, perdendo di vista l’oggi e l’ora, perché l’attesa ha senso solo se diventa sapore e profumo del presente. Solo chi ama sa attendere, perché solo chi ama non cerca di possedere adesso l’oggetto del suo desiderio, ma sa che la pienezza dell’altro sarà sempre oltre, che sempre resterà un inesplicato senso di non appartenenza e di non possesso. Perciò, solo chi ama sa desiderare. E solo chi desidera sarà voce.

È la prospettiva ad essere rovesciata.

Non è il presente che diventa sguardo sul futuro, ma il futuro che diventa motivo di presente. Non è a partire dalla insoddisfazione dell’oggi che si immagina un futuro migliore. Non si progetta (gettare davanti) il futuro a partire dalle impossibilità del presente. Se così fosse, il futuro non sarebbe altro che una sterile ripetizione dei fallimenti del presente. Il futuro ci viene incontro e ci sorprende. È una novità assoluta che irrompe nel presente e lo vivifica.

Dicendo che il nostro futuro è Cristo, diciamo che il presente, con tutta la sua bellezza e positività non è sufficiente a colmare l’abisso. Diciamo anche che questo futuro, Cristo che viene, non è per la nostra paura ma per la nostra liberazione.

“Risollevatevi e alzate il capo perché la vostra liberazione è vicina”.

Non sarà un evento istantaneo e riconoscibile, sarà l’esito di una storia di attesa. E sarà la concretezza, il timore, la trepidazione dell’attesa che costituiranno, per così dire, lo spazio in cui l’attesa si compie. È il presupposto non la causa, è la preparazione del terreno per una semina che non è in nostro possesso. Lo spazio dell’attesa è lo spazio a cui acconsentiamo per la nascita della novità. E la novità è sempre sconvolgimento, proprio perché novità assoluta. Se pretendessimo di poter sistemare la novità in un fluire naturale delle cose avremmo ucciso l’essenza stessa della novità, che non sarebbe più tale, ma solo una logica conseguenza del nostro agire. Speranza è dunque non legare l’attesa a princìpi o progetti, ma aprire il nostro presente alla novità, lasciarsi sconvolgere dalla novità. Speranza non è l’autosufficienza di una identità già data che pretende di essere stabile e inscalfibile. Speranza è, qui ed ora, ascoltare il fragore delle cascate, la cui origine non è in nostro possesso, ma che, sole, sanno rispondere al desiderio invocante di uomini e donne che non si accontentano di una vita asfittica.

Alzate il capo, perché davanti al Figlio dell’uomo si sta in piedi.    

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