Straordinario cantore del valore della memoria e degli affetti, Augusto Pivanti rappresenta un convincente punto di equilibrio tra realismo e surrealismo anche per l’acceso cromatismo
che solca la sua produzione poetica (basti citare il singolare connubio fra poesia e fotografia
talora voluto e cercato come nella raccolta I canti della presenza assente, 2018, un “cantare”
frantumato e poematico allo scopo di tener viva la voce di venti poete eccelse del secolo scorso,
fino alla beatitudine di stare fra le une e le altre, nei vicoli nascosti della meditazione onirica.)
Il percorso poetico del nostro autore approda nel 2024 in Confluenze (Ronzani editore), un corposo poliedrico progetto antologico che comprende poesie scelte da una dozzina di sillogi; tra esse Memoria dell’acqua profonda (prefazione di Giancarlo Pontiggia), Biografie della nuda voce (prefazione di Guido Oldani), I nomi impliciti del tempo (prefazione di Piero Marelli), Epifania della maternanza (prefazione di Maurizio Cucchi), nell’arco temporale 2004 – 2023 insieme a
preziosi inediti, con un’articolata prefazione di Gian Mario Villalta.
Sin dalla prima lettura si scivola quieti sulle acque profonde del mistero, se ne avverte la presenza, in certi momenti si ha l’impressione di afferrarlo. Al contempo ci si trova di fronte alla proposta di una concezione del mondo costruita sull’idea dell’appartenenza alla totalità dell’essere, sulla forza del dubbio, sul senso di una precarietà non temibile quanto piuttosto carica di possibilità, sulla necessità di rinunciare a ciò che è troppo certo per poter essere anche “vero”, sull’invito a rigenerarsi inoltrandosi nel territorio dell’ombra. Un atteggiamento al quale non è affatto estranea una vena di universale, sensuale religiosità.
[…] Quando sento che ti ho senza possesso / – che scivoli in piena liquidezza, / tra le dita, godo nello sfiorarti senza / consistenza data, in nome di un mistero / che si fa presenza e sostanza senza
essere / materia, nel naufragio del tuo azzurro / naturale, naufragio che compio in nome / di una vivezza che permane, oltre l’oltre. (Dalla raccolta Eunoé, 2019).
La scrittura dunque è un’esperienza trascendentale per Pivanti.
In essa, la parola è al tempo stesso movimento, quello dell’acqua che con ritmo incessante lambisce la terra, la bacia, adagiandosi sulle sue membra. È una scrittura che manifesta l’invisibile, perché conosce i pieni e i vuoti, e gli spazi che si insinuano fra loro. Sono i pieni e i vuoti della vita, le sue gioie e i suoi dolori, i suoi canti e silenzi, i suoi amori e abbandoni.
[…] Ti sono volate via le scarpe e la vita negli anni di mattini urgenti / fuggiti, senza più scuola, /
la scuola – ora, mia – di figlio infedele. // Corri ancora, nella bimba che non hai / conosciuto, che
porta il tuo nome / memoria dell’acqua profonda / che annulla la sera, il confine. (Dalla raccolta
Memoria dell’acqua profonda, 2006)
Il nitore e al contempo la fragilità delle immagini poetiche aprono altresì spiragli su momenti di epifania conoscitiva, partendo da una situazione di separazione dalla realtà e da uno stato di tensione che si risolve nella convergenza verso un’unità superiore nella quale l’io possa fondersi con il mondo circostante e provare in tal modo un senso di liberazione e di smarrimento insieme.
Specchiarsi e cogliersi / nel fascino che non toglie, / fino all’annullarsi della specie, / ai vuoti
senza ricompensa. // Erigere un altare al dio dell’occhio / interiore, attingere al pozzo del noi / senza restituzione, con l’idea / strabica dell’essersi perduti. (Dalla raccolta Specchio del disinganno, 2013)
La meta cui l’autore prova ad avvicinarsi è la verità su sé stessi e quella sulle cose della vita, che
sono, d’altronde, i diversi aspetti di un’unica verità, al modo in cui ciascuno è parte integrante ed interagente del grande enigma dell’universo al di là della stoltezza delle mura.
“Il sentire viandante conosce / i varchi segreti, gli accessi / improvvisi che rompono il ritmo / delle fortificazioni, le torri / di parola che invadono / le corti inerbite di pensiero.” […] (Dalla raccolta
Biografie della nuda voce, 2009).
Ma occorre sottolineare anche altri elementi, fra cui il tema del viaggio di cui il poeta ne vive tutto il peso e l’influsso, trovandosi in una condizione nella quale l’elaborazione razionale della realtà medesima è sospesa, e l’esperienza è affidata a immagini che autonomamente e prepotentemente si impongono a dominare la sua sfera sensitiva. Le diverse manifestazioni della vita recano stimoli alla riflessione poetica di fronte alla quale non si può opporre nulla di più che un senso di stupore, una prudente ricerca o talora un tentativo di difesa o di attesa.
[…] Eppure – ipotenusa del viaggio – / non saprei dire dove ho fermato l’occhio / il senso, nel troppo visto del troppo / rammentato. / Purifico il ricordo nel rogo / dei taccuini, masticando
la cenere / ai gomiti di una finestra chiusa. // Riconvoco i pensieri – dissipando / l’ombra d’ogni
porta varcata, d’ogni / sguardo. Accelero il battito dei tasti, il ritmo / scompagnato alle memorie,
perché / si perda il suono. Perché le vite dell’incontro /abbiano scarpa e passo. (Dalla raccolta
I nomi impliciti del tempo, 2011).
Come si evince, la poesia di Pivanti non è mai una asseverazione, ma un sussurro ascoltato, il suggerimento di un desiderio, una possibile tentazione.
Il labirinto, verbale e non solo, è la figura di tale poetica, come chiarisce la moltiplicazione potenzialmente infinita delle voci che il poeta attinge a un fondo di ipersensibilità accanto, al contempo, a forze di ancoraggio, di fiducia, le quali tengono in piedi l’ipotesi del senso.
Peraltro, pressocché totale è l’assenza di elementi non direttamente aderenti all’immagine e alla sensazione evocata, mentre la concentrazione, nel senso proprio di “attrarre verso un centro”, è massima.
A ben guardare, il titolo stesso dato all’antologia: Confluenze, ci porta nella direzione della tecnica del far convergere l’attenzione su un elemento definito nella sola essenza, al fine di focalizzare le energie su un unico punto nel quale tutto lo spazio della mente, sensitivo e intellettivo, venga senza distinzione assorbito, confluendovi in perfetta coesione.
La precisione delle immagini, la rigorosa attenzione alle scelte lessicali, la libera polimetria, costituiscono dunque una caratteristica determinante di questo autore, fin dalle prime raccolte.
D’altro canto ciò che Pivanti sottolinea del suo iter poetico non è certamente il procedere regolare d’ un percorso previsto quanto piuttosto, in primo luogo, il senso di distacco (meglio e più etimologicamente opportuno sarebbe dire di distrazione) come condizione indispensabile per avvicinarsi a un’altra dimensione e, in secondo luogo, le soste, le attese deluse, gli incontri inattesi o sognati, nei quali incrocia il tempo e lo spazio della perenne interrogazione.
Si serva al tavolo dei sogni / un calice di rosso di Matisse, / una sedia folle di Van Gogh / una colonna finto marmo del Palladio / uno sfondo oscurato di Kandiski. // Si serva al tavolo l’arte degli oggetti / in cambio all’irrisolto delle attese / perché nessuno sieda, consumi, viva / l’effimero del tocco delle mani, la presenza che si fa già assente. (Dalla raccolta Orchestra, poeti all’opera 3, 2010).
In tale caleidoscopio poetico l’io è al contempo presente e assente, osserva o si sorprende, capace di trasformarsi in ciò che esprime, ma pur sempre riconoscendosi nella parola che rende capaci di creare, anche o soprattutto attraverso un lavoro certosino di lettura, prima ancora che di scrittura.
Nella raccolta Ex libris del 2016, Pivanti ci regala, attraverso una prosa poetica, allusivamente confidenziale e pacata, una serie di testi dedicati ad importanti autori del novecento: Montale, Auden, Simic, Delerm, Pacheco, Imenez, ai quali chiede di ricordare che la terra ha nutrito la loro poetica che egli indaga con un sentimento di complicità intensa ed affettuosa, tessendo l’ordito di riflessioni che diventano lo specchio di noi stessi, o di quella parte di noi stessi che forse abbiamo dimenticato o negato nella frenesia artificiale della vita contemporanea.
[…] Sia per vostra intercessione che i nascosti / ottengano giusta ricompensa in un mondo / senza adulazioni, dove valga – sola – la stagione / di Bellezza senza il cerone che nasconde il volto, / che altera la presa di coscienza della pelle / alle brezze tenere di Saffo e di Mimnermo, / per tutto ciò che è stato scritto poi, in nome / di quanto era stato scritto, definitivamente, prima.
Nella silloge Epifanie della maternanza (2014), lo sguardo del poeta è concentrato sulla vitalità e
naturale prevalenza del femminile, tenuto conto del legame ancestrale che ci accomuna alla madre.
La scrittura è vibrante, una tensione sotterranea, sommessa eppure potente, che rende pur sempre possibile empatizzare con il progetto che accompagna tutta la produzione poetica di Pivanti: il ponte fra il di qua e l’altrove.
La maternanza è epifania di un messaggio, di portare alla luce non solo un corpo, ma […] è il cantare anche nel nome di chi ha abdicato all’orecchio musicale che rende questa madre così lucida, generosa nell’atto di sostituire, consapevole che il bene sta nell’altro e non in sé.
La madre dunque è il ‘principio’, il mezzo necessario per stabilire ancor più saldamente un ponte di conoscenza con sé stessi e con il mondo.
[…] io sono diverso dalla madre mia, / dalla madre di mia madre, ma so – sento – che una / è la sostanza che ci lega, una è la verità che va oltre / il minimale atto del resistere: appartenere al mistero / consapevole che il non restare è solo una supposizione, / un dirsi addio senza paura di voltarsi ad osservare / l’accoglienza larga delle molte madri, dell’unica Madre.
L’altra raccolta in cui il principio femminino è evocato in termini di intensa urgente presenza, scritta in dialogo con Alessandro Assiri, è Ontologia della Maddalena, 2017.
Mentre Assiri indossa la mente e i pensieri maschili, Pivanti si sforza di comprendere la forza interiore della Maddalena, di coglierne il grido di dolore e di pena: […] danzo la morte e la sorte, /spiego le mani dove non sei mai stato, indico / la dismisura dei luoghi dove ti perderai, domani, / lontano, dopo me.
Un amore assoluto, totale, che si compie nella negazione, coagulandosi nella potenza intima e malinconica delle ferite subite, di fronte alle quali Pivanti, si pone in un atteggiamento conoscitivo, di contemplazione.
La sua missione va a convergere verso un unico obiettivo, si personalizza e diventa un vero e proprio patire, un dolore della conoscenza.
Infine, leggendo i componimenti inediti, viene fuori, ancora una volta, l’altro aspetto peculiare
della poesia di Pivanti: la distanza è importante come la corrispondenza; è un gioco dentro/fuori, un particolare ‘strabismo’ per cui con un occhio guardi dentro di te e con l’altro ti osservi da fuori.
C’è bisogno di questo guardare le cose da fuori perché se non c’è distanza, non si può dare forma.
Poesia come atto di fede, allora, come incantesimo e come resistenza contro tutto quello che tende a sopraffare e umiliare l’uomo, fiaccandone la voglia di vivere.
Poesia come infinita ricerca ed attesa.
Concludo questa mia breve analisi riportando per intero il testo inedito dal titolo Questo attendere, non a caso riportato in chiusura di questa rigorosa opera dalle mille sfaccettature e possibilità interpretative.
Questo attendere
La pronuncia di un nome sconosciuto
reca in sé il bisogno d’altri alfabeti,
di vocabolari popolati di future bocche
odoranti di sorrisi senza premeditazione.
Questo attendere gioca sul filo del languore
che genera l’avvicinarsi inconosciuto
a un io diverso dal sé. Ed è qui che si compie
il sortilegio, è qui che trova generazione
la scoperta di una pelle che non sapevamo,
è qui che prende consistenza un verso
senza necessità di metrica, perché inventato
occhi negli occhi di occhi solo immaginati,
eppure veri e pieni dei riflessi d’una laguna
finalmente amica, di un animo aperto lucido,
combaciante e senza il dubbio di non sapere
da quale parte lasciar sorgere la propria luce.

