Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 7. Antonio Spagnuolo

Antonio Spagnuolo, Futili arpeggi, La Valle del Tempo, 2024

Il libro Futili arpeggi di Antonio Spagnuolo viene dato alle stampe nel gennaio 2024 per i tipi della casa editrice la Valle del Tempo, Napoli.

Nel frattempo, sempre nel medesimo anno, nel mese di novembre, Spagnuolo ha pubblicato con lo stesso editore una nuova plaquette dal titolo Più volte sciolto, del quale però non terrò conto in queste postille, soffermandomi esclusivamente su Futili arpeggi.

Spagnuolo è sempre stato un vulcano, che potremmo definire un Efesto della poesia. Poeta assai vivace e prolifico, infatti, che nella sua fucina ha dato vita a numerose raccolte poetiche. Motivo per cui è davvero difficile stare dietro come lettori al suo work-in-progress che si protrae negli anni. Egli, alla veneranda età dei suoi novantatré anni, brilla ancora con una lucidità e una vivacità del tutto particolari col suo fulgore poetico che lo accompagna ormai da decenni nel mondo della poesia contemporanea. Dove tra l’altro – oltre a essere un poeta eccellente in proprio – è stato ed è organizzatore e curatore perspicace, dall’acume critico, di riviste, di blog, di siti dedicati alla poesia, nonché curatore di libri come la mappatura di poeti contemporanei fatta nel corposo libro di oltre 500 pagine dal titolo Frammenti imprevisti. Antologia della poesia italiana contemporanea (Kairòs, 2011), essendo tra l’altro antesignano del fenomeno della mappatura della poesia contemporanea, che negli ultimi anni sta andando molto di moda. E lui è sceso in campo con una tempistica di circa tre lustri, con la differenza che, mentre le ultime mappature venute alla luce seguono il percorso dell’amichettismo soprattutto accademico e di un regionalismo scontato, l’Antologia di Spagnuolo è a tutto tondo il tentativo, nel fare la mappatura, di essere imparziale e di non fare riferimento a scuole accademie appartenenze stili geografie ecc. e di cogliere le movenze e i work-in-progress personali di poeti freezati nel momento della pubblicazione del libro in un divenire della contemporaneità nel quale la militanza poetica dei poeti e dei critici pur frastagliandosi e spesso liquefacendosi tuttavia si appalesa e in qualche modo resta.

Detto questo, vengo a dire qualcosa a proposito del libro a oggetto di queste postille.

Spagnuolo è stato per lo più inquadrato dai critici che nel tempo ne hanno soppesato la sua poesia e ne hanno scritto abbondantemente, storicizzandone il suo essere poeta e entrando nel merito della sua poetica, come un autore che si staglia nell’orizzonte di dinamiche psicologiche per non dire espressamente psicanalitiche, nella misura in cui lo stesso nostro poeta arriva a dire che <<la poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia>>.

A essere sincero, leggendo e rileggendo Futili arpeggi, non mi sono ritrovato in quanto appena affermato, ovvero che la poesia di Spagnuolo affondi le sue radici in un qualche psicologismo. 

Poesia dell’artista Spagnuolo, questa, dunque, che si situa nell’inconscio o poesia propria di un realismo genuino, caratterizzato da una realtà tutta umana nella quale si radica la persona con la totalità somato-psichica-spirituale che la caratterizza e con la sua coscienza?

Altro che inconscio quello del poeta di Futili arpeggi, altro che dimensione dei simboli propri della psicanalisi o della psicologia del profondo, bensì un realismo integrale, tout court, quello della poesia di Spagnuolo. Il nutrimento del dettato è, infatti, a mio avviso, ontologico, in quanto fa capo a una dimensione in primis antropologica per come pone i problemi dell’uomo, del suo esserci e anche dell’essere. E nella sfera ontologica si radica l’umana concretezza della realtà della sfera anche ontica a far sì che l’esser-ci si sostanzi della reale natura umana con le sue caratteristiche di razionalità e irrazionalità, fragilità e fortezza, caducità, finitudine, immanenza e trascendenza, ma soprattutto l’attesa a quel grado di felicità che la speranza fa stare sempre in piedi, per quanto in preda ai desideri (come per dipendenza dalle stelle), ma capaci di avere speranza. Al di là dello scacco di quello che siamo alla stessa stregua di tutti gli animali che patiscono la necessitarietà dell’essere biologico. Ma con la consapevolezza che l’esserci dell’uomo va oltre le necessità di tutti gli altri esseri animali. Come dire che la volontà e la capacità di scelta mettono in evidenza il ruolo della spiritualità tipica dell’animale-uomo che può sperare e continuare a sperare, nonostante tutto, essendo immerso non solo nell’orizzontalità dell’immanenza, ma anche posto nella verticalità della trascendenza, che lo fa aspirare al bene al vero e lasciatemi dire soprattutto al bello. E anche se non soprattutto al canto della poesia.

La dimensione spirituale dell’uomo fa i conti con le necessità e il destino naturale, che pure ci caratterizzano, ma si contrappone con la libertà al tragico destino della materialità biologica, cercando di mandare in deroga la sofferenza e il dolore, che ci attanagliano necessariamente, attraverso l’Eros che cerca di sconfiggere finanche Thanatos.

Visionarie istanze di un sogno solo apparente, che in realtà è la vita,  come work-in-progress che fa da scudo alla tensione tutta romantica di opposizione al determinismo biologico nel tentativo di salvaguardare, ultimo baluardo, la spiritualità legata all’essere e propria dell’esserci con tutte le sue passioni, i suoi travagli, il dolore, ma anche le gioie, i piaceri: tutto quanto fa parte di un destino irrevocabile, fino alla morte, che conclude il passaggio terreno e chiude il sipario sulla tragedia umana scritta dall’uscita dal mondo. Il contesto della poesia di Spagnuolo, dunque, almeno in questo libro, non mi sembra ancorarsi a una dimensione solo psicologica e tantomeno psicanalitica o immersa negli abissi della psicologia del profondo. C’è, invece, e mi si lasci passare il mio pensiero, un orizzonte tipico dell’esistenzialismo.

Esistenzialismo che rappresenta la trasversalità del dettato poetico che ha caratterizzato e continua a caratterizzare la poesia. E non può essere diversamente se è vero come è vero che il poeta è l’uomo a tutto tondo che elabora nel canto della poesia tutto il pathos dell’esser-ci dell’uomo con le sue gioie e i dolori e la consapevolezza della caducità e della finitudine, per porre un qualche rimedio al tragico.

Antonio Spagnuolo è un rappresentante della lirica. È un dato di fatto. La tanto bistrattata lirica. Il canto la tensione all’armonia alla sonorità che allieta e aiuta a smorzare il male di vivere. Quel male che a volte non viene per nuocere soltanto, dal momento che può smuovere i sentimenti al bello e al buono. E che la poesia possa essere questa movenza che verticalizza e trascende ci può stare.

La poesia di Futili arpeggi è di un romanticismo sempre attuale, nonostante tutto. Al di là di concetti e preconcetti di varia natura. E basterebbe il canto che vi alberga a far fugar qualunque posizione riduzionista.

Il tema principale del libro è quello dell’amore, spirituale e carnale, che dura e perdura nella coscienza, al di là dell’assenza dovuta all’exitus della persona amata. Questo è il filo rosso del libro che mette in dialogo Eros e Thanatos. E ne esce che alfine anche il sacro ha la sua parte (Calvario).

“Ho appreso il canto argentato della sera/ con la semplice follia delle mie nostalgie/ richiamate con fili d’argento/ alle pareti.// […] nel tepore della malinconia,/ tra le porte che si affacciano sul nulla/ e gli armadi ormai vuoti”: è così che il poeta ci introduce “[nel]la nuda verità che si attorciglia su sé stessa” e lo situa tra la follia della nostalgia – alias il dolore di un inverosimile ritorno al passato -, la melancolia – ovvero un umore nero come la pece – e l’aporeticità che apre ossimoricamente al nulla e al vuoto presente così negli armadi come intorno e dentro di sé. Ma pur tuttavia il poeta è prono al canto. Nonostante ancora oggi nel mondo alberghi il male in plus, quel male che l’uomo aggiunge al male di per sé già presente di suo. Alle morti naturali, che privano l’essere umano del sogno d’immortalità attraverso necessarie cause naturali, si affiancano le morti causate dall’uomo. Migliaia, centinaia di migliaia di morti a causa delle guerre, che ancora oggi devastano il mondo che pare essere entrato in un vicolo cieco e senza speranza. In mezzo a “sguardi allucinati di bambini” tantissimi uomini e ragazzi “non torneranno più ai loro campanili/ inchiodati dai missili maligni in un grido.// […]/ E la guerra ripete la sua nebbia visibile,/ l’eco che insegue affondando unghie/ nel mezzo delle notti”. C’è anche un afflato civile in questi Arpeggi, uno sguardo intorno a quel che accade nel mondo a portare sgomento nell’animo del poeta, ma il pensiero dominante è per lui l’assenza della persona più cara della sua vita, che lo riporta attraverso i ricordi dei comuni vissuti che affiorano alla coscienza a dare una sorta di presenza che addolora ma nello stesso tempo gratifica.

Il tempo è tiranno, incalza, è un gioco a rimpiattino con la morte (“Il gioco è questo! Ogni mattina Falce/ minaccia alle mie spalle sogghignando,/ nera e feroce crede di carpirmi./ Io mi difendo per un altro giorno/ e aspetto, balbettando qualche verso”. Sembrerebbe uno scherzo, un gioco a far sì che il poeta arpeggi il suo canto futilmente, balbettando. Ma i suoi versi non sono certamente un balbettio e tantomeno non sono futili. Perché il canto per Spagnuolo è una necessità dell’anima che lo fa spingere su quella armonia e su quella sonorità lirica fatta forte dell’endecasillabo, che determina la sua peculiarità di poeta senza se e senza ma. Poeta sempre attento al semantema come al fonema.

Dicevo più sopra del leitmotiv di questa raccolta (come di altre precedenti), la quale è pervasa dalla dialettica Eros/Thanatos: la presenza, seppure in assenza, di un amore, l’amore di una vita per la propria con-sorte che va al di là della morte. Eros che lotta con Thanatos finché può e induce a sperare in “un ultimo abbraccio”: “Il gesto che prelude prodigi/ avvampa il tuo viso e travolge/ presagio del taglio che squarcia/ ogni misura./ […]/ Tutto avvolge in binari allucinanti/ girotondo di alchimie di un amore/ che riverbera nei ricordi del tempo,/ trasmutando la carne al tepore/ delle alchimie”. I vissuti della storia d’amore del poeta sono innumerevoli e i ricordi sono terribili nella misura in cui portano a tremare (la ricorrenza dei termini “tremore” e “tremori” è davvero insidiosa). Ricordi come il volto, movenze, atteggiamenti, ma anche accessori come quando “Sovente il tuo profumo torna irruento,/ così, a filo di labbra, per tremare/ come negli anni dell’amore clandestino”. In Incantesimo il poeta, a chiusa, dice come “Il filare dell’assenza s’incolla alle dita/ ricamando chiusure ed intarsi”, sottolineando come il dettato sia ispirato proprio dall’assenza. Assenza dell’amata che ha fatto precipitare il poeta nel baratro della solitudine, dove non manca il desiderio della carne: “Simile a farfalla, spina variopinta,/ la tua mano insegue gli attimi/ del mio abbandono: richiamo tracciato nella solitudine/ come crudele artiglio che nella luce/ dissolve, si disperde, impasta il sangue…// […]/“. “Eppure era soltanto l’altro ieri…”, dice il poeta; come dire non è possibile, non è possibile. Epperò è così: oggi è un altro giorno, altra temperie perché “Tutto si ferma inesorabilmente/ nel ricordo che spazza ogni mio ardore./ Incido infine vertebre invecchiate, quasi per gioco, quasi per fermare/ quella strana vertigine che annulla”.

Ma da questa vertigine il poeta ha una possibilità di salvarsi e questa possibilità sta Dentro la poesia: “Governare i marosi delle idee,/ per sostenere il flusso di parole/ iridescenti al raggio di chimere/ e ricamate al gioco come il vento,/ così la penna scivola irrequieta/ stregata dall’incanto di un pensiero./ L’altrove è come anelito sfiorato,/ inquieto alla ricerca del sussurro/ che anela ad una sorta di abbandono./ Sfugge realtà strumenti e vibrazioni, cercando quel filone colorato/ che rinnova nel segno ogni pulsione./ Ecco il poeta inquieto e delirante/ nel sentimento che trema per le attese,/ proteso come il filo di aquilone,/ o clown cadenzando l’infinito./ Fare poesia e attingere chimere, ipotesi di azzardo e di speranze/ con ritmo serrato oltre il silenzio”.

Rammarico per la gioventù ormai trascorsa e per il tempo vissuto insieme con un grande amore che morte non ha affatto sconfitto e che nonostante tutto perdura “… io ti amerò per sempre/ anche con lo stupore di questa assenza./ Vivo di te! Nella tua orbita furtiva/ parlo ed ascolto,/ giocando con cornici sconosciute/ in uno smarrimento e per distanze/ fuori dallo smarrimento”. 

C’è anche, come è normale, un desiderio ardente di rivedere l’amata e in sogno il poeta dice: “ti propongo un ritorno a colpi d’ascia” ma Orfeo redivivo vede sfuggire Euridice e con lei il prodigio perché “si smorza la malia e non ci sei; un arcano furore imbriglia nuovamente/ le mie vene.” Ma la speranza non muore mai e potrà accadere che “da un semplice azzurro rinascerà la timida speranza del prodigio”. 

E il prodigio, al di là di questa immanenza e di questa falsa empiricità, parrebbe poter essere nella trascendenza che appartiene al sacro, unico spazio nel quale parrebbe verosimile vedersi concretizzare la speranza che manda in deroga il desiderio, se è vero come è vero per chi crede, che la morte, per quanto sia passata per il Calvario è stata sconfitta. E quella sconfitta della morte, che è agli antipodi una vittoria della vita, e direi una vittoria dell’Essere sul Nulla, rende più tenue, pur senza annullarlo, il terrore che abbiamo, in quanto uomini, della morte, ci avviamo verso il tramonto, come dice il poeta, con la coscienza che questo tramonto ha nel suo grembo quell’azzurra scintilla. Tanto per stare sull’onda lunga di quanto diceva Hölderlin: «Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva».

“Era il Calvario l’ultimo rifugio/ dove il legno, confuso alle preghiere,/ ha il segno della Croce./ Giocando alla vita per la fiamma/ che si spegne fra le sottili braccia/ di una madre, ritorni ancora/ lucido stelo che brilla nel cielo,/ labbro assetato che respinge/ anche il terrore della morte./ Nostro il cammino della paura/ dentro un fuoco che avvampa/ e segna il tragitto del tramonto,/ grembo innocente di un’azzurra scintilla”.

In conclusione, volendo sintetizzare, per quanto ho affermato in precedenza, e magari su questo non sarà d’accordo lo stesso Spagnuolo – che asserisce, come detto all’inizio di queste postille, nella nota introduttiva a Futili arpeggi, che <<la poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia>>, sulla falsariga del giudizio di alcuni suoi critici – spero di avere messo in evidenza con le argomentazioni qui esposte che la cifra della poesia del nostro poeta napoletano non è la semplice dimensione psicanalitica, perché una siffatta etichetta della sua poesia, o almeno della poesia nella quale mi sono imbattuto in questo libro, sarebbe riduzionistica nella misura in cui la relega all’aspetto psicologico. Viceversa, ritengo che la poesia di Spagnuolo sia lontana dal riduzionismo fisicalista invocato. La psicologia, infatti, non è un dato di fatto fisico?! Se Wundt ha un significato nella storia della psicologia avendone decretato la sua empiricità, il suo situarsi nel mondo sperimentale, mi sembra di poter dire che la risposta affermativa è d’obbligo. E dunque l’approccio alla poesia del nostro poeta sarebbe riduzionista. Altra cosa sarebbe un approccio fenomenologico, laddove la mente verrebbe vista sotto una veste diversa (“mente incarnata”) e allora sì che si potrebbe parlare di psicologia per la poesia di Spagnuolo. Ma in questo caso i fenomeni psichici non sarebbero a sé stanti, ma sarebbero strettamente uniti e legati ai fenomeni fisici e a quelli spirituali (intesi questi ultimi come la specificità dell’essere persona, libera, come espressione di una responsabile volontà che faccia tendere al bene al bello e al vero). 

La cifra della poesia di Spagnuolo va invece colta, a mio parere, nella dimensione olistica, romantica, propria di un esistenzialismo positivo nella specificità di un personalismo ontologico e relazionale che pone antropologicamente il problema-uomo colto nella sua complessità dell’esser-ci che aspira all’essere come dimensione di senso. E pertanto il poeta è la persona, come emerge dal dettato del nostro, colta nella unitotalità somato-psichica-spirituale, che non disdegna della sua appartenenza al mondo materiale, biologico, alla sua fisicità, al suo essere carne, corpo (Körper), compresa la sua dimensione psicologica (vista però dalla visuale fenomenologica) ma insieme con la spiritualità – che insieme danno luogo alla corporeità, ovvero il vissuto, il “corpo proprio” (Leben). In tal modo l’uomo si apre alla dimensione che trascende l’empirico e dà vita a quel realismo integrale e critico che per quanto radicato nella concretezza immanente si apre alla verticalità trascendente del sacro. Che è quello che a mio avviso emerge dalla lettura di questi Futili arpeggi, che non sono affatto futili.

 

2 pensieri su “Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 7. Antonio Spagnuolo

  1. Giorgio Stella

    Grazie Antonio incredibile nn so proprio oggi pensavo a te… Forse xchè su vecchi numeri di poesia/crocetti rileggevo la rubrica i poeti e le loro città più o meno. Una volta sono stato ospite su un tuo blog ma nn ritrovo un’ altra due parole x telefono ma nn ricordo come nn scordo ma nn trovo un tuo libro dedicato alla tua amatissima moglie… Sei stato un cardiologo quindi scrivi di cuore.

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  2. Adam Vaccaro

    Carissimo Antonio Spagnuolo, felice di questa lettura del tuo libro, appena ricevuto e che leggeró come gli altri, inseriti nella mia Antologia critica, ormai di imminente uscita.
    Adam Vaccaro

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