Massimiliano Boni, Arlecchineschi (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Massimiliano Boni, Arlecchineschi, Appunti per ritratti, o, pirandellianamente, ritratti da farsi. Cardarelli, Alvaro, Bologna, Edizioni Italiane Moderne, 1983, pp. 279.

Vincenzo Cardarelli: troppo moralista o troppo formalista, poeta o prosatore, reazionario o intelligente profeta del genio tradizionale italiano, vuoto parolaio o rivalutatore attento dell’arte retorica come “lavoro di scelta, di rigore, di pazienza”. Sono, questi, solo alcuni tra i molti giudizi e motivi contrastanti che si susseguono e rimandano l’un l’altro nell’ultimo libro di Massimiliano Boni, che presenta e sviluppa, con un analogo metodo di analisi, anche la sezione dedicata alla parabola poetica di Corrado Alvaro; ove è dato riscontrare, tra l’altro, nodi problematici affini a quelli del più anziano scrittore di Tarquinia.
Sull’amore di Cardarelli per Leopardi si citano pagine intense e penetranti, come quella in cui si esalta l’ “indefinibile tono o accento di giovinezza con cui il Recanatese rende amabili e umane le sue disperazioni più cupe”; ma, soprattutto, si ricordano i meriti di Cardarelli e dei rondisti nell’aver dato dello Zibaldone una lettura “più moderna e approfondita”, pur se volta esclusivamente ai suoi sensi e valori letterari e ignara della calda partecipazione di Leopardi alle sorti dell’uomo. Dall’amore all’odio, all’avversione per il Pascoli, che è nota costante ed immutabile nella riflessione critica di Vincenzo Cardarelli. L’origine dell’ingiusta condanna va ricercata, per il Boni, nel continuo confronto che il poeta opera tra Pascoli e Leopardi laddove la poesia, ricorda il critico, non richiede e non ammette paragoni, in quanto esige di venire valutata nella sua precisa e particolare e irripetibile individualità. Su Cardarelli scrittore “impegnato” la testimonianza più bella giunge dalle pagine dedicate alla “Ronda”, in cui i suoi collaboratori si profilano come seguaci fedeli e intelligenti delle orme del Leopardi, impegnati a battersi e a lottare per un’idea di letteratura che fosse, sì, letteratura, ma che “fosse anche aperta alle opinioni, alle idee del tempo”.
L’epistolario cardarelliano, come nota giustamente il Boni, getta fasci potenti di luce su alcuni punti nodali della personalità artistica e umana del poeta: le sue risposte infastidite all’accusa di classicismo o di neoclassicismo; i suoi rapporti con Cecchi, con i vociani, con il Croce; il suo diffi- cile e tenace amore per Nietzsche e soprattutto, direi, il suo carattere di uomo orgoglioso, solo; di uomo che, in definitiva, non crede all’amore, come scrisse egli stesso in una “lucida e drammatica” lettera al Cecchi del 1929.
Nell’indagine su Corrado Alvaro, il Boni sottolinea giustamente come le radici e l’origine della sua vena veristica vadano intuite e rintracciate nel legame psicologico dello scrittore alla sua terra nativa, prima ancora che in “un’adesione formale ed estetica” alla corrente letteraria. Interessante e acuta è l’analisi dei rapporti tra l’Alvaro e il Manzoni, considerato dallo scrittore calabrese come un maestro di vita e di arte; nelle opere di entrambi, suggerisce il Boni, si rinviene l’obiettivo fondamentale e primario di unire la realtà con la poesia. Il filo diretto tra Cardarelli e Alvaro, cui sopra accennavamo, è costituito dall’idea comune che i due scrittori hanno della funzione e dell’influenza reciproca che devono legare rinnovamento e tradizione, affiché il primo non diventi arbitrio e la seconda non venga degradata a conservazione reazionaria.
In conclusione si potrebbe porre una citazione del Boni dall’Alvaro di Quasi una vita: “Il personaggio romanzesco non è un’invenzione veramente fantastica, ma è un simbolo, un segno, un sintomo; così in Balzac e in Dostoevskij”; così, anche, in tutta la letteratura che vuole ridare all’uomo il vero volto di se stesso e la vera natura del suo essere al mondo.

[da “Letteratura Italiana Contemporanea”, Anno VI, n. 14, gennaio-aprile 1985]

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