
Il sogno decadente chiama le macchie vestite sulla pelle. E noi siamo negli scatti, creando il cielo fino all’inverosimile. In questo progetto trionfa la compattezza: la geografia delle vite che empatizza con gli sfollati, tutto d’un fiato, e la parola di Gerico che si lascia andare, nelle acque che desiderano di essere sommerse. Venite o monti dell’Apocalisse, calate le nubi costruite per la catena di montaggio. Venite o venti dell’Oreb. Venite, festanti. Mentre il mondo chiama di gioia il dorso. Mentre il mondo gioca a fare la fame.
II
Così ci muoviamo nell’oneroso di una scommessa: quanto il segno può pregiudicare la salvezza? C’era il giorno in cui il fiato garantiva un volto dalla pelle unta, minacciando il tramonto, gridando l’erba delle firme convinte e costanti. C’era quel giorno: noi ci nascondevamo, preparando il calice di legno, il memoriale che sapesse lucidare i compattatori. E venne la polemica, l’industria dei rapiti al diritto della parola. Ma la parola non sa farsi montare: guarda il corpo abbastanza, per suggerire il deserto, il destino degli affascinati.
III
Si riapre la mano alla parola, fino al pregiudizio dei sopravvissuti in serie. La lingua vale l’eccitazione di una rapina. Da piaga a piaga il verso fa salterelli. Poi bacia l’unzione (la saliva degli indeterminati) per coricare la poesia al luogo della sventura. C’è una genealogia violenta nei sepolcri: ad ognuno spetta la diaspora della battaglia mortale. Tu che lieviti il giorno per dire notte. Tu che cuci la luna per far inginocchiare i fiumi: privarli dell’enigma che ti chiami al gioco della seduzione. Abele, il giusto, è un cattivo mandriano. Spopola le foreste selvagge.
IV
Il cuore esaudisce la pietra, attendendo gli immedesimati. Stare al sale – innanzi al grido logorante (Vol-de-mort) – ed attendere la sua ingiustizia, l’insufficienza che arena e spiaggia i movimenti. Venga il tempo degli ingiusti: ci auguriamo di prestare il segno nelle calamite. Di aderire dove gli alfabeti fanno la fame. Quattro per le dieci piaghe del deserto, ogni settima volta. Ora i nodi si rattristano: chiedono un bacio di fiore e rallentano gli auspici, i deliri posti a microfoni. Esiste un’industria dello sfacelo. Esiste la ricerca che rende vedova la poesia.
V
Ma sa il cuore della terra esaudire gli intimi. Allegare nel simbolo l’oro dello spatriamento, riedificando mondi di suono. Verrà la ricognizione del senso (salmo sul Cristo che rifiuta l’aceto) e caleremo le braghe ai sogni del carro trainato dagli ornitorinchi (i cani che riecheggiano le fantasticherie surreali). Caleremo le braghe al diario dai nidi di ragno (dal pulviscolo che dice il vuoto). Carlo sostiene che Schrodinger abbia disperso il gatto, acquisendo nuovo miagolio. È questa la venuta delle ombre: cominciamo a toccarla.
