Sara Bini, “Ultrafania” e “Cristalli”

Articolo di Giovanni Agnoloni

Sara Bini, Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022) e Cristalli (Interno Libri, 2024)

“Nel bosco”

Vento
Il verde tetto di foglie
mi riparerà dai pensieri tristi

Dolore
Questo è tutto ciò che sento

Le ombre danzano
sul sentiero sassoso

Curva Parabolica
ancora ricordi
La Vecchia Quercia piange
Quei giorni di mille anni fa.

(da Ultrafania, p. 16)

Se dovessi trovare un termine capace di contenere in sé tutte le sfumature stilistiche ed emozionali di questa raccolta di versi di Sara Bini – Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022) –, sceglierei la parola “ballata”. Forma poetica di origini medievali, fin dalle sue origini è stata legata al canto e alla danza, passando attraverso molteplici tradizioni nello spazio e nel tempo, fino ad approdare oggi alla musica rock, dove generalmente connota un pezzo lento e legato – come il suo antecedente poetico – al tema dell’amore e delle passioni.

La poesia di Sara Bini, che non a caso è anche musicista (cantautrice e violinista) e per anni ha cantato e suonato in una band, viaggia precisamente su queste frequenze. Anzi, sembra raccogliere in sé un lontano sedimento, proveniente da epoche ancestrali e inerente alle dinamiche più intime, ricorrenti e perturbanti dell’animo umano.

Chiaro l’ascendente romantico, ma evidente anche la propensione ermetica, che con pochi, sapienti tocchi conduce nella parte più viscerale e scomoda dell’interiorità, dove il sentimento abita fianco a fianco con l’ombra junghiana, confrontandovisi costantemente fino a cuocerne la sostanza collosa, così da scioglierla in istantanee rivelazioni del Sé.

Musicalmente, lo potrei anche inquadrare come uno di quei componimenti con un tema ritornante in infinite variazioni, per esempio una passacaglia. In particolare, una delle sue manifestazioni più celebri e struggenti, che ha attraversato i secoli e comunque nasceva proprio per accompagnare e ispirare dei balli: la Follia, di cui Händel e Vivaldi, tra gli altri, sono stati sontuosi interpreti. Leggendo i versi di Sara, mi è sembrato, a tratti, di cogliere alcune inflessioni riconducibili a quel modello di origine portoghese (folia), che con ogni probabilità si chiamava così perché partiva da un ritmo calmo e poi, progressivamente “prendeva giri”, finendo per diventare travolgente.

Ecco, la propensione al climax emotivo appartiene anche alle poesie di Sara Bini, che peraltro non “accelerano” in senso letterale sul piano ritmico, ma restano appunto ballate nel senso contemporaneo del termine. Tuttavia, recano in sé l’impronta di feste e dolori passati, di incontri colti e perduti, e forse di più crepuscoli che albe. Hanno, cioè, una propensione fondamentalmente contemplativa (dal latino contemplari, ovvero “attrarre nel proprio orizzonte”, lo spazio interiore, metafora del “templum”, lo spazio fisico all’interno del quale gli antichi àuguri interpretavano il volo degli uccelli).

È precisamente da questa contemplazione delle tacite (ma fragorose “dentro”) dinamiche interiori che nasce l’intuizione dell’alba alla fine della notte. E la misura di “follia” – e di “accelerazione” – qui sta in questo: nell’attraversare la notte oscura dell’anima (per citare San Giovanni della Croce) con la coscienza che è proprio essa a contenere in sé l’elemento più vitale e travolgente di qualunque vera ballata, ovvero la luce dello Spirito.

I versi di questa autrice fuori da qualunque schema rilucono silentemente, e sia pur con risonanze magnetiche, proprio di questa luce in fieri, e vanno così caricandosi di entusiasmo, nel senso etimologico della parola greca antica ????????????, enthousiasmòs, che in sostanza significava “interiorizzazione del soffio divino” (perché composta da ??, en, e ????, theòs, il “dio di dentro”). In altre parole, attraverso la contemplazione guidata da una sensibilità musicale, l’ispirazione poetica tende a fare tutt’uno con un’aspirazione mistica, che parte dalle cose e dalle persone concrete per intuire un “oltre” che tuttavia è già in esse, già qui. Nonostante i loro limiti e le loro assenze.

“In riva al lago”

Quel che ne è stato
di me
e di te

Schegge di luce splendente
sulla superficie increspata del lago
Scivola e brilla
il sole nell’acqua

Cosa ne è stato
Cosa ne è stato

Anche se ti amo
malgrado me
E malgrado tutto
nemmeno sulla carta
so più esprimere il mio cuore
è dolore anche questo
Dolore Assordante

(da Ultrafania, p. 23)

Così introducevo la silloge poetica di Sara Bini Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022), in una prefazione intitolata “Ballate silenziose”, che qui ho fatto precedere e seguire da due delle liriche contenute nella raccolta. Oggi, iniziando questa riflessione su Cristalli (Interno Libri, 2024), posso dire che, rispetto a quella, la sua più recente silloge di versi è una sorta di quintessenza declinata secondo forme, metriche e ritmiche intime che si connotano appunto per il tratto dell’essenzialità, o meglio dell’essere “ridotte all’essenza”. Si tratta infatti delle forme caratteristiche della poesia giapponese, lo haiku e il tanka (secondo gli schemi sillabici rispettivamente 5-7-5 e 5-7-5-7-7). L’autrice stessa le illustra bene in due brevi capitoli-appendice del libro, evidenziando come lo haiku si agganci di regola, anche se non necessariamente in modo esplicito, a una stagione dell’anno o a uno stato d’animo – qualcosa di consonante (pur nella diversità) con i Raga della tradizione musicale indiana – come veicoli per trasmettere una sia pur minima illuminazione, mentre il tanka approccia queste dimensioni in modo meno concentrato, in quanto la sua principale funzione è trasmettere, in modo contenuto e “cifrato”, messaggi tra amanti.

Da qui i temi di fondo dell’intera raccolta, dove i cristalli sono appunto gli attimi di lancinante – e sia pur microscopica – comprensione del mondo e della vita interiore, ovvero le subitanee rivelazioni che questa misurata forma poetica (mi riferisco in particolare allo haiku) è in grado di trasmettere, ben intonandosi dunque alla propensione all’intuizione metafisica frammista di elementi tratti direttamente dalla vita, che è in genere propria di Sara Bini.

Per esempio qui, nello “HAIKU #3 – epifanico” (p. 11):

Un frullare di
lenzuola autunnali
trapassa la luce

O qui, nello “HAIKU #7 – alchemico”, che è quasi “eracliteo” (p. 13):

Dai miei contrasti
come rugiada emergo
filo di perla

O ancora qui, nello “HAIKU #11 – mattutino” (p. 17):

Vestita d’alba
nel candore imperfetto
del letto disfatto

Questa breve selezione di haiku tratti dalle prime pagine del libro esemplifica efficacemente quanto si diceva sopra. Peraltro, c’è sempre una misura di spietatezza e insieme di dolcezza nel modo in cui l’autrice interpreta lo schema sillabico 5-7-5 di questa forma poetica. Ed è figlia, credo, della sintesi di formazione musicale e filosofica che le appartiene, e che, come evidenziavo nella prefazione a Ultrafania, è contemplazione ed entusiasmo nel senso letterale dei due termini. Sa insomma fondere un qui materico e impregnato di storia vissuta e sentimenti abrasivi con un alto – o abissale – in cui quella storia e quei sentimenti, filtrati dalla Natura e dalle stagioni del tempo, lasciano intravedere le dinamiche dello Spirito (e, in questo senso, mi viene da accostarla ad alcuni dei migliori esiti della poesia di Cristina Campo).

Interessante è anche il fatto che Sara dà un breve titolo a ogni haiku e anche ai tanka della seconda sezione, nonostante questi, nella poesia tradizionale giapponese, non li avessero: altro segno dell’attualizzazione di queste forme poetiche rispetto a una sensibilità, la sua e più in genere la nostra di lettori moderni, che tende a focalizzare l’attenzione su un tema o un mood specifico (direi quasi su uno hashtag, come i titoli degli haiku citati sopra paiono evidenziare).

Più articolato – anche per i suoi tratti intrinseci – il discorso sviluppato attraverso i tanka. Come nel “TANKA #1 – della frantumazione” (p. 33):

Pulviscolo di
desideri e rimpianti
cristalli infranti.
Iridato splendore,
sull’alba, mi commuove.

O nel “TANKA #15 – invano” (p. 48):

Lacrime asciutte
da intorpidire dita:
sapida pioggia.
Il mio passare invano
brucia vuote lanterne

La terza sezione, “Poesie cristalline”, si avvicina a certe pagine di Ultrafania per l’intensità compressa e crescente – sia pur in modo dosato – che racchiude. Qui, però, quell’accenno alla follia (musicalmente intesa), da intendersi come un crescendo interiore insito in una sorta di “ballata”, trova una sublimazione figlia del precedente percorso mistico-poetico che gli haiku e i tanka hanno reso possibile: la loro lezione, e direi il loro spirito, continua cioè ad aleggiare su questi versi. Così è ad esempio in “Cristalli” (p. 55), la poesia eponima di tutta la raccolta, introdotta da un’epigrafe in corsivo (“Quando il magma si raffreddò, si formarono i cristalli”):

Luce rifratta
di seta tagliente
ferì i miei occhi
– e più non seppi.

Viaggio un viaggio fra i riflessi.

Anni luce di ricordi
per cristalli di quiete;
un reticolo di versi
cauterizza la mia vita.

Viaggio un viaggio in differita.

E sospiro ancora il bacio
che riverberi l’Assoluto
in questo esilio a ritroso
cristallo d’infinito.

Sara Bini con una copia di “Ultrafania”

Ma anche in “Drenata” (p. 67), introdotta da un verso del poeta Premio Nobel svedese Tomas Tranströmer (“La metà afona della musica è qui” – “Musiken stumma hälft är här”):

Il mio pianto incompiuto
tutto
me lo farai fiammeggiare.

Sui campi di colza
è aprile greve,
greve di corvi, di spighe
e rugiada
che cola per lacrime
in strada

E infine c’è la quarta sezione, “Canzoni”, che raccoglie alcuni testi della Sara Bini cantautrice che sono particolarmente in linea con lo spirito delle parti precedenti del libro. La più significativa, a mio avviso, è “Fumo” (p. 97) (qui la versione cantata):

Disvelata poesia è la vita mia
che in fumo se ne andrà.
Estatica penombra e nostalgia
di Fuochi Lontani che sono
l’Origine e il nostro Destino

E da quel fumo, comprenderai che ti amo
trascolorando piano, col vento salirò
Senti il suono del cuore trattenuto,
amore rimandato, che in fumo sublimò.

Disvelata poesia è la vita mia
che in fumo se ne va.
Estatica penombra e nostalgia
di occhi e di un battito, uno
che infiammerà nell’Assoluto.

E da quel fumo, comprenderai che ti amo
trascolorando piano, col vento salirò
Senti il suono del cuore trattenuto,
amore rimandato, che in fumo sublimò.

Questi versi si ispirano a un passo dell’Hagakure, il codice segreto dei samurai, nel quale si afferma che l’amore più alto e intenso è quello mai dichiarato, che si “confessa” solo nel fumo che rimane di colui che è morto portandoselo dentro senza mai dichiararsi – forse perché era un amore impossibile, forse perché contrastava col voto di servizio al proprio signore espresso dal samurai, che il bushido (il codice di condotta del guerriero, che comprendeva in sé lealtà e onore) gli avrebbe impedito di rompere. E contengono, trasfuso, tutto il senso della comprensione intuitiva dell’Assoluto attraverso la contemplazione del finito che è tipica dello haiku, nonché quello della passionalità vissuta intimamente propria del tanka. Chiudono così idealmente il cerchio di una riflessione iniziata con il concetto di “ballata” e approdata a un senso di misura musicale puramente interiore. In attesa di nuovi sviluppi poetici che, ne sono certo, arriveranno presto.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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