La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Maria Grazia Palazzo

Viviamo un tempo complesso e disorientante, perché nel caos della cronaca attuale che i media riportano, in tutto o in parte, in modo inesatto, incompleto, persino fuorviante, ci ritroviamo ad essere fruitori passivi di una narrazione ambigua, come in un loop di cui non conosciamo più bene la regia e di cui non ci sentiamo responsabili. Il nostro vivere è inestricabilmente legato a ciò che avviene nel mondo e abbiamo bisogno di interazioni diverse, per nutrire una speranza realista e sana, attraversando il presente nel modo più onesto possibile. La cultura della morte e del conflitto ci viene inoculata in ogni modo, senza soluzione di continuità.

Non possiamo prescindere dai diversi contesti da cui provengono le informazioni che i media manipolano e che le istituzioni nazionali e internazionali producono o contribuiscono a produrre, con la loro attività o inattività, riducendo di fatto la possibilità dei cittadini di partecipare alla costruzione di percorsi di cittadinanza responsabile, di pace e di benessere per le comunità umane. Sembra che le scelte politiche ed economiche, anche di un’Europa quasi “vascello fantasma” di tecnocrazie che appartengono alla industria delle armi e dell’informatica, ma soprattutto all’élite dei grandi capitali, siano difficili anche da tracciare, impossibili da condizionare. A questo punto della storia, per chi come noi, ha attraversato gli anni ’80 e ‘90, guardando ad eventi come il crollo del muro di Berlino, tangentopoli tra prima e seconda Repubblica, il progetto di un’Europa non solo del libero mercato, ma di valori umani e culturali condivisi, è importante ritrovare il coraggio e l’energia di un diverso impegno, per affermare, nel qui ed ora, la possibilità di relazioni concrete, più autentiche, più sane, meno egoriferite. Credo sia importante riaffermare la responsabilità di tutti, intellettuali e artisti, operatori della formazione sociale ed economica, di una cultura creativa, per ritornare al proprium dell’umano, alla sua bellezza e fragilità, ai vincoli di solidarietà che possono fiorire solo nell’incontro, nel dialogo, nel rispetto di valori umani condivisi.
Credo si debba porre un limite alla cultura del superfluo, della vetrina fine a sé stessa, dell’addormentamento delle coscienze, dell’intrattenimento massificante. La domanda che mi pongo è in che modo concreto offrire spazio e risorse al progettare, agire, stare in relazione gli uni gli altri e, rispetto ai sistemi di massificazione, in relazione ai diversi mondi culturali. È un tempo questo che bisogna riabitare, a partire da noi stessi, che corriamo il rischio di perdere entusiasmo, ribilanciando continuamente i pesi che gravano sulle nostre vite. È tempo in cui è opportuno arginare il senso di vuoto dilagante, tangibilmente diffuso, anche tra le più giovani generazioni. Riscoprire le proprie radici culturali, attraverso la lingua, specie in poesia, come elaborazione di una tradizione ma anche di una innovazione, può contribuire a costruire un nuovo umanesimo basato su una rinascita culturale, intergenerazionale, laica e/o credente insieme. Possiamo vivere quella spiritualità che appartiene a ognuno, anche al non credente, all’agnostico, all’ateo, intorno all’urgenza di riconoscerci corresponsabili di una lotta, di una resistenza per la vita, per la dignità di ogni essere umano, di ogni comunità umana. Siamo sempre più fragili, più soli senza la pace non solo tra i popoli ma nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro, nelle comunità piccole o grandi di appartenenza. Occorre una cultura della pace, che a partire dal ristabilire contesti di giustizia sociale, promuova e permetta una coesistenza umana, sensibile, evitando e correggendo soprusi e abusi disumani dilaganti. Occorre sostenere un essere per e con, un agire anche artistico divergente, di resistenza e protesta contro il disumano, l’indifferenza, il cinismo, la violenza. La proliferazione di attività online ha aumentato la percezione di bisogni indotti, rallentando esperienze in presenza, necessarie per formarsi e conoscere ciò che il mondo oggi chiede di cambiare. È necessario tornare alla vita attiva politica, qui ed ora, per una presa di posizione sociale, evitando disimpegno e demotivazione, qualunquismo e disinformazione. Per me, come soggetto vivente, che tenta di interpretare la vita, la prima testimonianza di assunzione di responsabilità è uscire dalla logica dell’io ed entrare nella logica del noi. A cominciare dalla trasmissione della memoria collettiva, per uscire dalla illusione del culto dell’individuo, anche nelle relazioni interpersonali e familiari. Uscire dalla logica di una autoreferenzialità o di protezionismo paternalista o patriarcale, nella ricerca di approvazione o evidenza sociale, fino alla sponsorizzazione della propria immagine, finanche del prodotto di creatività, come può essere l’opera letteraria, o artistica, per marcare il successo effimero di un attimo, nel cerchio magico degli amici degli amici a tutti i costi e non per testimoniare un’esperienza. È necessario, invece, secondo me, costruire percorsi, attraverso ciò che facciamo, diciamo o scriviamo, coltivando relazioni tra persone e tra mondi, progetti artistici e culturali più grandi degli individui e delle loro singole ambizioni.
Ci si può realizzare in molti modi e oggi penso sia urgente lasciare emergere il meglio, non il peggio di noi, denunciare le ipocrisie, scoprire le ferite per ricucirle, guarirle, allontanarsi dai conflitti, accorgersi del narcisismo patologico o dalla immaturità illusoria di essere dentro un circuito virtuoso, poiché esistono protagonismi tossici e esibizioni sterili che, in definitiva, sono manifestazioni di una cultura costruita per il successo a tutti i costi. Decadenza valoriale per me oggi è non percepire, in buona o in cattiva fede, il rischio di galleggiare in mondi evanescenti, futili, frivoli, in cui non togliamo e non aggiungiamo nulla al già detto, al già visto. Decadenza valoriale è spendere risorse di tempo ed economiche per investire nella programmazione di eventi a pioggia, senza un orizzonte ampio di costruzione di un progetto di comunità inclusivo, col benestare delle istituzioni, sempre più portavoce del delirio di onnipotenza di poteri maggioritari. Nel sogno antico e solidale di un cambio di passo e arginare la spinta alla disumanizzazione, chi pensa, sente, scrive, crea può tornare a guardare alla bellezza e alla fragilità della condizione umana, alla riconquista di una coscienza civile forte, accogliendo la condizione di ininfluenza dal margine, contrastare il rischio fuorviante di una vita massificante, alienante, violenta, che rifiuta la logica della cura, che non riconosce la dignità dei più deboli. Concludo con due mie poesie tratte da TOTO CORDE, La Vita felice, 2020.

Toto corde nei piccoli gesti
risvegliare in noi rizomi,
modificare il corso degli eventi,
ridurre in frammenti passaggi di stato.

Segni inavvertiti, battiti minimi, precipitati
nel paradosso di riso e pianto, sguardo e teatro.
Con il corpo e la voce, esposti a ogni intemperia
in una specie di caduta continua, antidiluviana.

Proviamo a praticare una sorte differente
a ponderare i controtempi della mente
dentro la vena lirica di un tempo
della resa e del vuoto.

*

Dicono esista l’autodeterminazione,
con il surriscaldamento del pianeta
firmeremo l’autodistruzione e presto,
presto, ci verranno assegnati dei loculi
dove gratuitamente distribuiranno
pacchi di ossa indifferenziati,
per l’ultima combustione a km 0.

Anche noi sottovuoto nella catena
alimentare dell’ultimo inceneritore.
Torneremo, prima o poi, all’era glaciale
o alla festa patronale primordiale.
Dissotterrando l’animale segreto
torneremo all’acqua e al fuoco,
al disabitato pianeta, all’ignoto.

A ricordarci il viaggio sulla luna
ci penserà un refrain in replica
inviato da un’artefice cyber stratega.
Una corda rotta di tartaruga sarà
la batteria che non si rigenera.
E torneremo all’albero senza
la mela di Adamo ed Eva.

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