Prima dell’estate e del tuono, di Luca Pizzolitto

Introduzione di Gianfranco Lauretano a Prima dell’estate e del tuono, ultima raccolta poetica di Luca Pizzolitto, edita da peQuod nel settembre 2025.

Cosa possiamo opporre noi alla morte, dato che “è nel gemito della carne il morire”? Ci sono poeti che fanno discorsi, la prendono larga, raccontano per farci toccare la luce che hanno visto: Montale ne I limoni. Altri che arrivano subito al dunque, come se vivessero una continua, simultanea illuminazione dell’immenso. Ma è anche il passaggio che ha compiuto Cesare Pavese dal primo libro, narrativo e discorsivo, alle estreme poesie, un conterraneo di Luca Pizzolitto; in entrambi gli autori non c’è verso subordinato, immagine che stia su un gradino inferiore, bensì tutto è paratattico, come le note che si susseguono su uno spartito. Siffatta materia, dunque, sostanzia la poesia di questo libro, caratteristica ancor più in evidenza rispetto all’opera precedente.

Da qui due conseguenze, che chiariscono cosa lega questi testi. La prima è che le tessere equivalenti del mosaico che vanno a comporre si possono apprezzare solo con uno sguardo di insieme, come facendo un passo indietro rispetto alla proiezione della personale voglia irragionevole di appiccicare significati precostituiti alle poesie e al mondo. Ascoltare, ascoltare, con la stessa pazienza con cui il poeta ascolta la voce della propria coscienza riverberarsi nei fatti dolorosi della vita e nelle evidenze splendenti della natura. È con questo ascolto senza pregiudizi che, come diceva Dylan Thomas echeggiando la Lettera ai Romani, “death shall not have dominion”. La seconda è la musica: un segreto “legame musaico” infatti incorona queste poesie in un andamento profondo a cui la voce non può che accordarsi.

La poesia, come la parola stessa, è sempre farsi materia di qualcosa: “qui dove dimora il niente/qui dove è salva la parola”. Pizzolitto ci sfida a vivere la metamorfosi del vuoto in luce e a riconsiderare in modo più metafisico e spirituale -e meno positivistico- la straordinaria, paradossale conclusione di Vittorio Sereni: “Non lo sospetti ancora/che di tutti i colori il più forte/il più indelebile/è il colore del vuoto?”. Da un po’ di tempo i poeti ci avvertono che il vuoto è colorato, che il nulla non è la natura dell’essere ma un’esperienza dolorosa, anzi una specie di riposo dell’essere, un frangente in cui la lontananza smette di coincidere col dolore e diventa riposo: “Perché santo è bruciare senza sapere,/santo il riposo nella tua lontananza”.

Pizzolitto raggiunge poesie che oscillano dal vuoto al pieno della luce. Un’attenzione scarna e sostanziale riporta alla superficie inquadrature isolate, spesso neppure fissate in immagine certa, ma solo percepite attraverso il sottilissimo senso dell’anima. Il poeta si abbandona al canto discreto che sgorga dalla sua coscienza e genera una specie di unità, di fusione tra quella musica e la natura: “l’abbandono del giglio e delle tue braccia”.

Il paesaggio generale che ne deriva non è armonico, né facilmente pacificato. Il dramma rimane. È in un paesaggio interiore fatto di silenzi, rovine e invocazioni per testi che lavorano sull’immagine, sulla sottrazione e sull’evocazione di un oltre, sempre sfiorato ma mai raggiunto pienamente. Così l’abbandono avviene sul ciglio pericoloso della desolazione, la ricerca di senso non è tale se non tocca la redenzione e non cessa mai la tensione tra morte e rinascita, perché “un baratro è l’uomo, il suo cuore un abisso”. Una soglia che viene evocata in sintonia con la poesia che, nei salmi, tocca l’inconsistenza del destino umano: “l’uomo è un soffio, ombra del vuoto/che passa” dice un passaggio che rivive il Salmo 144 e, forse, il respiro mozzato di Qoelet, ma anche, nel ricorrente riferimento all’ombra, fa memoria dei battiti di campana altrettanto assoluti di Celan: “chi parla nell’ombra chi veste/lo sfolgorio del cielo l’anima/stanca la vita attesa?”. Nell’ombra dimora il senso, dunque, lì bisogna cercarlo. Assumendosi il rischio di non trovarlo, essendo Celan un Isacco che l’angelo non è riuscito a salvare nell’ultimo istante.

Quando sentiamo il poeta affermare che questo è “il tempo sacro dell’abbandono”, che occorre “abitare il corpo dei non ritorni”, o “l’angoscia del nulla” lo vediamo immediatamente aggirarsi attraverso “nuovi deserti”, spazio fortemente spirituale e simbolico, luogo in cui le parole rischiano addirittura di non nascere (“la parola dal grembo mai generata”) e il tempo sembra sospeso, inchiodato alla sete e all’immobilità. Ma, nonostante la desolazione, non cessa mai la tensione alla luce, che è in grado di rintracciare persino nel nulla (“questo è il vestito dorato del niente”) e nella lontananza. Pizzolitto cerca una “dimora nel lontano”, una sorgente, un varco oltre l’assedio, e arriva a toccare la preghiera con una discrezione assoluta, l’unica che la nostra epoca concede: “pietà di noi, Signore, pietà di noi”.

La rinascita non è mai pienamente compiuta, ma evocata come tensione, come desiderio che tiene in vita. Silenzio e rovina, luce e voce sono compresenti: “qui dove tutto tace e splende, tra le rovine”; “Tutto grida, tende alla luce”. Si tratta probabilmente di un’opera in cammino, che sta compiendo un attraversamento. La voce di un poeta che percorre un deserto all’alba o attraversa una foresta in salita per giungere a un monastero in montagna. Lo sguardo lanciato ai mondi esteriori e interiori, che si riflettono incessantemente, intrecciano senza indugio morte e rinascita, voce e silenzio, viandanza e sosta, così che “la luce dagli occhi scompare”, ma anche “il verde ramo sfida l’inverno”. In queste poesie la parola si fa corpo e viceversa, il deserto scende nel viaggio interiore verso una luce già presente, e la salvezza, anche se lontana, rimane necessaria e invocata. La poesia, qui, è spazio sacro di resistenza e ripresa.

 

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