
Da: LE CENERI DI GRAMSCI
I
Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia
con cieche schiarite … questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio… Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,
tra le vecchie muraglie l’autunnale
maggio. In esso c’è il grigiore del mondo;
la fine del decennio in cui appare
tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo…
Tu, giovane Gramsci, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore;
quanto meno sventato e più impuramente sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano
delineavi l’ideale che illumina
(ma non per noi: tu, morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido
giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi? che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia
patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d’incudine
dalle officine di Testaccio, sopito
nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude
la sua giornata, mentre intorno spiove.
II
Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.
Scelte, dedizioni…. altro suono non hanno
ormai che questo del giardino gramo
e nobile, in cui caparbio l’inganno
che attutiva la vita resta nella morte.
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno
che mostrare la superstite sorte
di gente laica le laiche iscrizioni
in queste grige pietre, corte
e imponenti. Ancora di passioni
sfrenate senza scandalo son arse
le ossa dei miliardari di nazioni
più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti,
i cui corpi sono nell’urne sparse
inceneriti e non ancora casti.
Qui il silenzio della morte è fede
di un civile silenzio di uomini rimasti
uomini, di un tedio che nel tedio
del Parco, discreto muta: e la città
che, indifferente, lo confina in mezzo
a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
vi perde il suo splendore. La sua terra
grassa di ortiche e di legumi dà
questi magri cipressi, questa nera
umidità che chiazza i muri intorno
a smorti ghirigori di bosso, che la sera
rasserenando spegne in disadorni
sentori d’alga…. quest’erbetta stenta
e inodora, dove violetta si sprofonda
l’atmosfera, con un brivido di menta,
o fieno marcio, e quieta vi prelude
con diurna malinconia, la spenta
trepidazione della notte. Rude
di clima, dolcissimo di storia, è
tra questi muri il suolo in cui trasuda
altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido, e risuonano
– familiari da latitudini e
orizzonti dove inglesi selve coronano
laghi spersi nel cielo, tra praterie
verdi come fosforici biliardi o come
smeraldi: <And O ye Fountains…> – le pie
invocazioni….
III
Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso, l’urna, sul terreno cereo,
diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei
morti: Le ceneri di Gramsci…Tra speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi
alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato
e anche di più umile, ebbra simbiosi
d’adolescente di sesso con morte…)
E, da questo paese in cui non ebbe posa
la tua tensione, sento quale torto
– qui nella quiete delle tombe – e insieme
quale ragione – nell’inquieta sorte
nostra – tu avessi stilando le supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme
non ancora disperso dell’antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso
che affonda nei secoli il suo abominio
e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d’incudini, in sordina,
soffocato e accorante – dal dimesso
rione – ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso…povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in vetrine
dal rozzo splendore, e che ha smarrito
la sporcizia delle più sperdute strade,
delle panche dei tram, da cui stranito
è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade
di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo
l’odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
– con te – il mondo, oggetto non appare
di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto
perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio – nella sua miseria
sprezzante e perso – per un oscuro scandalo
della coscienza.
IV
Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell’estetica passione,
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria
dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica; ed altro più
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…
Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce?
V
Non dico l’individuo, il fenomeno
dell’ardore sensuale e sentimentale….
altri vizi esso ha, altro è il nome
e la fatalità del suo peccare.
Ma in esso impastati quali comuni,
prenatali vizi, e quale
oggettivo peccato! Non sono immuni
gli interni e esterni atti, che lo fanno
incarnato alla vita, da nessuna
delle religioni che nella vita stanno,
ipoteca di morte, istituite
a ingannare la luce, a dar luce all’inganno.
Destinate a esser seppellite
le sue spoglie al Verano, è cattolica
la sua lotta con esse: gesuitiche
le manie con cui dispone il cuore;
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
la sua coscienza…e ironico ardore
liberale…. e rozza luce, tra i disgusti
di dandy provinciale, di provinciale
salute… Fino alle infinite minuzie
in cui sfumano, nel fondo animale,
Autorità e Anarchia…Ben protetto
dall’impura virtù e dall’ebbro peccare,
difendendo una ingenuità di ossesso,
e con quale coscienza! vive l’io: io,
vivo, eludendo la vita, con nel petto
il senso di una vita che sia oblio
accorante, violento… Ah come
capisco, muto nel fradicio brusio
del vento, qui dov’è muta Roma,
tra i cipressi stancamente sconvolti,
presso te, l’anima il cui graffito suona
Shelley… Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell’avventura, estetica
e puerile: mentre prostrata l’Italia
come dentro il ventre di un’enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
col membro gonfio tra gli stracci un sogno
goethiano, il giovincello ciociaro….
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
d’erba saetta in cui si stampa chiaro
il nocciòlo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
Ciecamente fragranti nelle asciutte
curve della Versilia, che sul mare
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
le tarsie lievi della sua pasquale
campagna interamente umana,
espone, incupita sul Cinquale,
dipanata sotto le torride Apuane,
i blu vitrei sul rosa…Di scogli,
frane, sconvolti, come per un panico
di fragranza, nella Riviera, molle,
erta, dove il sole lotta con la brezza
a dar suprema soavità agli olii
del mare…. E intorno ronza di lietezza
lo sterminato strumento a percussione
del sesso e della luce: così avvezza
ne è l’Italia che non ne trema, come
morta nella sua vita: gridano caldi
da centinaia di porti il nome
del compagno i giovinetti madidi
nel bruno della faccia, tra la gente
rivierasca, presso orti di cardi,
in luride spiaggette…
Mi chiederai tu, morto disadorno,
d’abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?
VI
Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
che al quartiere in penombra si rapprende.
E lo sommuove. Lo fa diventare, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende
di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco
e assoluto. E (tu Pasolini) senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami
caseggiati dove si consuma l’infido
ed espansivo dono dell’esistenza –
quella vita non è che un brivido,
corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita, ma sopravvivenza
– forse più lieta della vita – come
d’un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione
che per l’operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l’umile corruzione. Quanto più è vano
– in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace –
ogni ideale, meglio è manifesta
la stupenda, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine…
Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia, Via Franklin, l’intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande
lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.
Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti, e freddi di tristezza
quasi marina…Manca poco alla cena;
brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d’operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,
verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d’immondizia
nell’ombra, rintanate zoccolette
che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra le casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti
di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa
vespertina; e scrosciano le saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci
e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.
È un brusio la vita, e questi persi
in essa la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi
eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce…. Ma io, con il cuore cosciente
di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?
*
Da: LA RELIGIONE DEL MIO TEMPO
Ché qualcos’altro, ancora, brucia il cuore:
fuoco, anche questo, di cui io, vile,
non vorrei parlare: come di un dolore
troppo interiore e misero, per dire
l’interiore e misera grandezza
che pure ha in sé ogni nostro dolore.
Il desiderio di poter contare
sul pane, almeno, e un po’ di povera lietezza.
Ma preme senza vita l’ansia che più serve
a stare in vita… Quanta vita mi ha tolto
l’essere stato per anni un triste
disoccupato, una smarrita vittima
di ossesse speranze. Quanta vita
l’essere corso ogni mattina tra resse
affamate, da una povera casa, perduta
nella periferia, a una povera scuola
perduta in altra periferia: fatica
che accetta solo chi è preso alla gola,
e ogni forma dell’esistenza gli è nemica.
Ah, il vecchio autobus delle sette, fermo
al capolinea di Rebibbia, tra due
baracche, un piccolo grattacielo, solo
nel sapore del gelo o dell’afa…
Quelle facce dei passeggeri
quotidiani, come in libera uscita
da tristi caserme, dignitosi e seri
nella finta vivacità di borghesi
che mascherava la dura, l’antica
loro paura di poveri onesti.
Era loro la mattina che bruciava,
sul verde dei campi di legumi intorno
all’Aniene, l’oro del giorno,
risvegliando l’odore dei rifiuti,
spargendo una luce pura come uno sguardo
divino, sulle file delle mozze casette,
assopite insieme nel cielo già caldo…
Quella corsa sfiatata tra le strette
aree da costruzione, le prodaie bruciate,
la lunga Tiburtina… Quelle file di operai,
disoccupati, ladri, che scendevano
ancora unti del grigio sudore
dei letti – dove dormivano da piedi
coi nipoti – in camerette sporche
di polvere come carrozzoni, biechi e gai…
Quella periferia tagliata in lotti
tutti uguali, assorbiti dal sole
troppo caldo, tra cave abbandonate,
rotti argini, tuguri, fabbrichette…
*
Sesso, consolazione della miseria!
La puttana è una regina, il suo trono
è un rudere, la sua terra un pezzo
di merdoso prato, il suo scettro
una borsetta di vernice rossa:
abbaia nella notte, sporca e feroce
come un’antica madre: difende
il suo possesso e la sua vita.
I magnaccia, attorno, a frotte,
gonfi e sbattuti, coi loro baffi
brindisi o slavi, sono
capi, reggenti: combinano
nel buio, i loro affari di cento lire,
ammiccando in silenzio, scambiandosi
parole d’ordine: il mondo, escluso, tace
intorno a loro, che se ne sono esclusi,
silenziose carogne di rapaci.
Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c’è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore…
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.
Nella facilità dell’amore
il miserabile si sente uomo:
fonda la fiducia nella vita, fino
a disprezzare chi ha altra vita.
I figli si gettano all’avventura
sicuri d’essere in un mondo
che di loro, del loro sesso, ha paura.
La loro pietà è nell’essere spietati,
la loro forza nella leggerezza,
la loro speranza nel non avere speranza.
*
Al principe
Se torna il sole, se discende la sera,
se la notte ha un sapore di notti future,
se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
non sento più, davanti a me, tutta la vita…
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.
*
Alla mia nazione
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
*
Da: POESIA IN FORMA DI ROSA
Ballata delle madri
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
da esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non da un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto l’antico,
vergognoso segreto d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi.
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E’ così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
*
Vittoria
Dove sono le armi? Io non conosco
che quelle della mia ragione:
e nella mia violenza non c’è posto
NEANCHE PER UN’OMBRA DI AZIONE
NON INTELLETTUALE. Faccio ridere
ora, se, suggerite dal sogno,
in un grigio mattino che videro
morti, e altri morti vedranno, ma per noi
non è che un ennesimo mattino, grido
parole di lotta? Non so poi
che ne sarà di me a mezzogiorno,
ma il vecchio poeta è «ab joi»
che parla, come lauzeta o storno
– e come un giovane vorrebbe morire.
Dove sono le armi? Non ritornano
i vecchi giorni lo so, ogni aprile
rosso, di gioventù, è passato.
Solo un sogno, di gioia, può aprire
una stagione di dolore armato.
Io che fui un partigiano inerme
– un mistico, imberbe Innominato –
adesso sento nella vita il germe
orrendamente profumato della Resistenza.
Nel mattino le foglie sono ferme
come sul Tagliamento o la Livenza:
non è un temporale che viene,
né una sera che scende, è l’assenza
della vita, che si contempla, si tiene
lontana da sé, intenta a capire
quali terribili, quali serene
forze ancora la empiano: profumo d’aprile!
un giovane armato per ogni filo d’erba,
volontario per voglia di morire!
———————
Bene, mi sveglio per la prima volta in vita mia
col desiderio d’impugnare un’arma.
Il ridicolo è che lo dico in poesia
– e a quattro amici di Roma, due di Parma –
che mi capiranno, in questa nostalgia
idealmente tradotta dal tedesco, in questa calma
archeologica, che contempla un’Italia solatia
e spopolata, sede di partigiani barbari,
che scendono Alpi o Appennini, per la Vecchia Via…
Non è la mia che frenesia dell’alba.
A mezzogiorno sarò coi miei connazionali
alle opere, ai pasti, alla realtà che inalbera
la bandiera, oggi bianca, dei Destini Generali.
E voi, comunisti, miei compagni non compagni,
ombre di compagni, straniati cugini carnali
persi nei giorni presenti come in lontani,
non immaginati giorni del futuro, voi, padri
senza nome, che avete sentito richiami
che io credevo simili ai miei, quelli che ardono
oggi come dei fuochi abbandonati,
sulle fredde pianure, lungo i margini
dei fiumi dormienti, sui monti bombardati…
———————
Prendo tutta su di me la colpa (vecchia
mia vocazione, inconfessata, facile fatica)
della disperata nostra debolezza
per cui milioni di noi, con una vita
in comune, non furono in grado
di andare fino in fondo. È finita,
trallallà, cantiamo, cadono
le ultime foglie della Guerra
e della martire vittoria, sempre più rade,
distrutte a poco a poco da quella
che sarebbe stata la realtà,
non solo della cara Reazione, ma della bella
Socialdemocrazia nascente, trallallà.
Prendo (con piacere) su di me la colpa
di aver lasciato tutto com’era:
della sconfitta, della sfiducia, della sporca
speranza degli Anni Amari, trallallera.
E prendo su di me lo straziante
dolore della nostalgia più nera,
quella che si rappresenta le cose rimpiante
con tanta verità, che spera
quasi di ricrearle, o ricostruirne le infrante
condizioni che le necessitavano, trallallera…
———————
Dove sono sparite le armi, pacifica
produttiva Italia che non importi al mondo?
Nella schiava bonaccia che giustifica
oggi la ristrettezza come ieri il benessere – dal profondo
al ridicolo – e nella più perfetta solitudine –
j’accuse! No, calma, non il Governo, o il Latifondo,
o i Monopoli – ma solo i loro drudi,
gl’intellettuali italiani, tutti,
anche coloro che giustamente si giudicano
miei forti amici. Saranno stati questi i più brutti
anni della loro vita: PER AVERE ACCETTATO
UNA REALTA CHE NON C’ERA. I frutti
di questa connivenza, di questo ideale peculato,
sono che la realtà reale ora non ha poeti.
(Io? Io sono inaridito e superato.)
Ora che Togliatti se ne va con gli echi
degli ultimi scioperi di sangue,
vecchio, nel numero dei profeti
che, ahi, hanno avuto ragione – sogno nel fango
armi nascoste, nel fango elegiaco
tra piccoli che giocano, vecchi padri che vangano,
mentre dalle lapidi cade la malinconia,
le liste dei nomi si incrinano,
i coperchi delle tombe saltano via,
e i giovani cadaveri con la spolverina
che usava in quegli anni, i calzoni
larghi, e sulla chioma partigiana la bustina
militare, scendono lungo i muraglioni
dove stanno i mercati, giù dai viottoli
che uniscono i primi orti ai costoni
delle colline: scendono dai cimiteri. Giovanotti
con negli occhi qualcos’altro che amore:
una follia segreta, di uomini che lottano
come chiamati da un destino diverso dal loro.
Con quel segreto che non è più segreto,
scendono giù, muti, nel primo sole,
e, pur così vicino alla morte, il loro è il passo lieto
di chi ha tanto cammino da fare nel mondo.
Ma essi sono abitanti del monte, del greto
selvaggio del fiume padano, del fondo
della fredda pianura. Cosa fanno fra noi?
Tornano, e nessuno li ferma. Non nascondono
le armi – che stringono senza dolore né gioia –
e nessuno li guarda, come accecato dal pudore
per quell’osceno brillare di mitra, quel passo d’avvoltoi,
che scendono al loro oscuro dovere, nella luce del sole.
———————
Vorrei vedere chi ha il coraggio di dirgli
che l’ideale che arde segreto nei loro occhi
è finito, appartiene ad altro tempo, che i figli
dei loro fratelli da anni ormai non lottano
più, e la storia crudelmente nuova,
ha dato altri ideali, li ha quietamente corrotti…
Toccheranno, rozzi come barbari poveri,
le nuove cose che in questi due decenni l’uomo
crudele si è dato, cose inette a commuovere
chi cerca giustizia…
Ma facciamo festa, prendiamo le bottiglie
del buon vino della Cooperativa…
A sempre nuove vittorie, e nuove Bastiglie!
Il Refosco, il Bacò… Evviva, Evviva!
Salute, vecchio! Forza, compagno!
E tanti auguri alla bella comitiva!
Viene da oltre le vigne, da oltre lo stagno
delle Fonde, il sole: dalle tombe vuote,
dalle lapidi bianche, dal tempo lontano.
Ma adesso che violenti, assurdi, con ignote
voci di emigranti, sono qua,
impiccati a lampioni, straziati da garrote,
chi, alla nuova lotta, li guiderà?
Togliatti, lui, è finalmente vecchio
come per tutta la vita egli ha
voluto, e si tiene allarmato nel petto
come un pontefice, il bene che gli vogliamo,
sia pur fissato in epico affetto,
lealtà che accetta anche il più disumano
frutto di lucidità arsa e tenace come scabbia.
«Ogni politica è una realpolitica», anima
guerriera, con la tua delicata rabbia!
Non riconosci un’altra anima, eh? Questa
dove c’è tutta la prosa dell’uomo abile,
del rivoluzionario attaccato all’onesta
media dell’uomo (anche la complicità
con gli assassinii degli Anni Amari s’innesta
nel classicismo protettore, che fa
il comunista perbene): non riconosci il cuore
che diventa schiavo del suo nemico, e va
dove il nemico va, condotto dalla storia
ch’è storia di tutti due, e li fa, nel profondo,
stranamente fratelli; non riconosci i timori
d’una coscienza che, lottando col mondo,
ne condivide le norme della lotta nei secoli,
come per un pessimismo in cui affondano,
per farsi più virili, le speranze. Lieto
d’una lietezza che non sa retroscena
è questo esercito – cieco nel cieco
sole – di giovani morti, che viene
ed aspetta. Se il suo padre, il suo capo,
lo lascia solo nei bianchi monti, nelle serene
pianure – assorbito in un misterioso dibattito
con il Potere, legato alla sua dialettica
che la storia rinnova senza pace –
piano piano dentro i barbarici petti
dei figli, l’odio si fa amore per l’odio,
ardendo solo in essi, i pochi, i benedetti.
Ah, Disperazione che non conosci codici!
Ah, Anarchia, libero amore
di Santità, con i tuoi canti prodi!
———————
Prendo, anche, su di me la colpa del tentare
tradendo, del lottare arrendendosi,
dell’accettare il bene come il minor male,
antinomie simmetriche che io tengo
in pugno come vecchie abitudini…
Tutti i problemi dell’uomo, col loro tremendo
volerci ambigui (il nodo delle solitudini
dell’io che si sente morire
e non vuol presentarsi davanti a Dio nudo):
tutto prendo su me, onde poter capire,
da dentro, il frutto di quell’ambiguità:
un uomo adorabile, da cui in questo aprile
incalcolato, mille giovani scesi dall’Aldilà,
aspettano fiduciosi un segno che abbia
la forza della fede senza pietà,
a consacrare la loro umile rabbia.
Struggente, è in lui, Nenni, l’incertezza
con cui ha rimesso in gioco se stesso, e l’abile
coerenza, l’accettata grandezza.
Con cui ha rinunciato all’epico affetto
che poteva anche a diritto avere avvezza
la sua anima: e, uscendo dalla scena di Brecht,
per ritirarsi nei bui retroscena,
dove impara nuove parole reali l’eroe incerto,
ha spezzato a sue spese la catena
che lo legava al popolo come un vecchio idolo,
dando alla sua vecchiezza nuova pena.
I giovani Cervi, mio fratello Guido,
i ragazzi caduti a Reggio nel Sessanta,
col loro casto, il loro forte, il loro fido
occhio, sede della luce santa,
lo guardano, e aspettano le vecchie parole.
Ma egli, eroe ormai diviso, manca
ormai della voce che tocca il cuore:
si rivolge alla ragione non ragione,
alla sorella triste della ragione, che vuole
capire la realtà nella realtà, con passione
che rifiuta ogni estremismo, ogni temerità.
Che cosa dirgli? Che la realtà ha una nuova tensione
che è quella che è, e ormai non ha
più senso altro che accettarla…
CHE LA RIVOLUZIONE DIVENTA ARIDITÀ
S’È SENZA MAI VITTORIA… che forse non è tardi
per chi vuol vincere, ma non con la violenza
delle vecchie, disperate armi…
Che bisogna sacrificare la coerenza
all’incoerenza della vita, tentare un dialogo
creatore, anche contro la nostra coscienza.
Che la realtà, anche di questo piccolo, avaro
Stato, è più di noi, è sempre un’immensa cosa:
e bisogna rientrarne, se pure è così amaro…
Ma che ragione volete che ascolti questa ansiosa
masnada di uomini, che hanno lasciato – come
dicono i canti – la casa, la sposa,
la vita stessa, proprio nel nome della Ragione?
———————
Ma c’è forse, una parte dell’anima dí Nenni, che vuole
dire a questi compagni – venuti da laggiù,
con vesti militari, i buchi nelle suole
delle scarpe borghesi, e la loro gioventù
innocentemente assetata di sangue –
«Dove sono le armi? Avanti, su,
prendetele, dalla paglia, dal fango,
non vedete che non è cambiato niente?
Coloro che piangevano ancora piangono.
Quelli di voi che hanno cuore puro e innocente
vadano a parlare in mezzo ai tuguri,
ai caseggiati della povera gente,
che dietro i suoi vicoli e i suoi muri
nasconde la peste vergognosa, la passività
di chi si sa tagliato fuori dai giorni futuri.
Quelli di voi che possiedono un cuore
votato alla maledetta lucidità,
vadano nei laboratori, nelle scuole,
a ricordare che nulla in questi anni ha
mutato la qualità del conoscere, eterno pretesto,
forma utile e dolce del Potere, NON MAI VERITÀ.
Quelli di voi che obbediscono a un onesto
vecchio imperativo di religione
vadano tra i figli che crescono
col cuore vuoto di ogni reale passione,
a ricordare che il loro nuovo male
è SEMPRE, ANCORA la divisione del mondo. Quelli
infine tra voi a cui una triste nascita casuale
in famiglie senza speranza, ha dato spalle dure, capelli
ricci di criminale, oscuri zigomi, occhi senza pietà,
vadano, tanto per cominciare, dai Crespi, dagli Agnelli,
dai Valletta, dai potenti delle Società
che hanno portato l’Europa sulle rive del Po:
è giunta per ognuno di loro l’ora che non ha
proporzione con quanto ebbe e quanto odiò.
Coloro poi che hanno sottratto al bene comune
capitale prezioso, e che nessuna legge può
punire, ebbene, andate, legateli con la fune
dei massacri. In fondo a Piazzale Loreto
ci sono ancora, riverniciate, alcune
pompe di benzina, rosse nel quieto
solicello della primavera che riviene
col suo destino: è ora di rifarne un sepolcreto.»
———————
Se ne vanno… Aiuto, ci voltano le schiene,
le loro schiene sotto le eroiche giacche
di mendicanti, di disertori… Sono così serene
le montagne verso cui ritornano, batte
così leggero il mitra sul loro fianco, al passo
ch’è quello di quando cala il sole, sulle intatte
forme della vita – tornata uguale nel basso
e nel profondo! Aiuto, se ne vanno! Tornano ai loro
silenti giorni di Marzabotto o di Via Tasso…
Con la testa spaccata, la nostra testa, tesoro
umile della famiglia, grossa testa di secondogenito,
mio fratello riprende il sanguinoso sonno, solo
tra le foglie secche, i caldi fieni
di un bosco delle prealpi – nel dolore
e la pace d’una interminabile Domenica…
Eppure, questo è un giorno di vittoria!
*
Da: TRASUMANAR E ORGANIZZAR
Panagulis
Questa volta no. Non deve succedere.
Siamo sopravvissuti ormai tante volte a cose simili.
Ma eravamo ragazzi: il diavolo ci tentava.
Essere dalla parte degli uccisi significava sperare.
Una fucilazione aumentava la vitalità: si cantava.
I martiri erano comodi: il PCI non era in crisi.
La garrota e il cappio erano buoni argomenti
dovuti alla stupidità del nemico.
Ma ora non siamo più ragazzi.
L’URSS è uno stato piccolo-borghese.
Non ci sono più speranze; non ci sono buone ragioni per sopravvivere.
L’avere ragione non rende più innocentemente ricattatori.
Non vogliamo fare alcun uso della morte di Panagulis.
Vogliamo che Panagulis non muoia, come il ragazzo Meneceo.
Gli Dei dicono che occorre un sacrificio umano
per la buona riuscita di qualcosa che riguarda l’intera città?
E il ragazzo indicato per il sacrificio, lo accetta?
Niente affatto, niente affatto. L’Inferno non è reale.
Tu, Meneceo, resterai qui con noi. La tua sete di morte
non deve essere accontentata. I tiranni non dovranno commettere
questo errore, e noi non dobbiamo sfruttarlo.
Dobbiamo piangere la tua morte prima che tu muoia.
Perché? Perché i duemila veri comunisti impiccati a Praga
non hanno più nulla da dire: e quindi nessuno ne dice nulla.
Perché Panagulis non vale sei milioni di Ebrei
del cui silenzio tutti approfittiamo per non parlarne.
E’ andata a finire che il ragazzo Meneceo è morto;
Tebe ha vinto; e al potere è restato chi c’era.
Siamo impotenti, è vero. Ma le parole valgono pure qualcosa.
Se tu morirai, noi ammazzeremo. Sceglieremo una vittoria significativa:
che non vuole morire, conoscendo la dolcezza di prima della rivoluzione! (1)
Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione.
Tuttavia siamo con chi ha ragione: ma senza illuderci.
Amici che non sventolate bandiere, ma siete diventati seri
come gente che rimugina senza dolore l’idea del suicidio,
non ci sono argomenti: l’unico argomento
è negli occhi neri di Panagulis, che rinuncia alla vita.
*
Comunicato all’Ansa (Scelta stilistica)
Smetto di essere poeta originale, che costa mancanza
di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo.
Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero.
Naturalmente per ragioni pratiche.
*
Versi del testamento
La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
È il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.
*
La poesia della tradizione
Oh generazione sfortunata!
Cosa succederà domani, se tale classe dirigente –
quando furono alle prime armi
non conobbero la poesia della tradizione
ne fecero un’esperienza infelice perché senza
sorriso realistico gli fu inaccessibile
e anche per quel poco che la conobbero, dovevano dimostrare
di voler conoscerla sì ma con distacco, fuori dal gioco.
Oh generazione sfortunata!
che nell’inverno del ’70 usasti cappotti e scialli fantasiosi
e fosti viziata
chi ti insegnò a non sentirti inferiore –
rimuovesti le tue incertezze divinamente infantili –
chi non è aggressivo è nemico del popolo! Ah!
I libri, i vecchi libri passarono sotto i tuoi occhi
come oggetti di un vecchio nemico
sentisti l’obbligo di non cedere
davanti alla bellezza nata da ingiustizie dimenticate
fosti in fondo votata ai buoni sentimenti
da cui ti difendevi come dalla bellezza
con l’odio razziale contro la passione;
venisti al mondo, che è grande eppure così semplice,
e vi trovasti chi rideva della tradizione,
e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente ribalda,
erigendo barriere giovanili contro la classe dominante del passato
la gioventù passa presto; oh generazione sfortunata,
arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia
senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere
e che non si gode senza ansia e umiltà
e così capirai di aver servito il mondo
contro cui con zelo «portasti avanti la lotta»:
era esso che voleva gettar discredito sopra la storia – la sua;
era esso che voleva far piazza pulita del passato – il suo;
oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!
Era quel mondo a chiedere ai suoi nuovi figli di aiutarlo
a contraddirsi, per continuare;
vi troverete vecchi senza l’amore per i libri e la vita:
perfetti abitanti di quel mondo rinnovato
attraverso le sue reazioni e repressioni, sì, sì, è vero,
ma soprattutto attraverso voi, che vi siete ribellati
proprio come esso voleva, Automa in quanto Tutto;
non vi si riempirono gli occhi di lacrime
contro un Battistero con caporioni e garzoni
intenti di stagione in stagione
né lacrime aveste per un’ottava del Cinquecento,
né lacrime (intellettuali, dovute alla pura ragione)
non conosceste o non riconosceste i tabernacoli degli antenati
né le sedi dei padri padroni, dipinte da
– e tutte le altre sublimi cose
non vi farà trasalire (con quelle lacrime brucianti)
il verso di un anonimo poeta simbolista morto nel
la lotta di classe vi cullò e vi impedì di piangere:
irrigiditi contro tutto ciò che non sapesse di buoni sentimenti
e di aggressività disperata
passaste una giovinezza
e, se eravate intellettuali,
non voleste dunque esserlo fino in fondo,
mentre questo era poi fra i tanti il vostro dovere,
e perché compiste questo tradimento?
per amore dell’operaio: ma nessuno chiede a un operaio
di non essere operaio fino in fondo
gli operai non piansero davanti ai capolavori
ma non perpetrarono tradimenti che portano al ricatto
e quindi all’infelicità
oh sfortunata generazione
piangerai, ma di lacrime senza vita
perché forse non saprai neanche riandare
a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto:
povera generazione calvinista come alle origini della borghesia
fanciullescamente pragmatica, puerilmente attiva
tu hai cercato salvezza nell’organizzazione
(che non può altro produrre che altra organizzazione)
e hai passato i giorni della gioventù
parlando il linguaggio della democrazia burocratica
non uscendo mai della ripetizione delle formule,
ché organizzar significar per verba non si poria,
ma per formule sì,
ti troverai a usare l’autorità paterna in balia del potere
imparlabile che ti ha voluta contro il potere,
generazione sfortunata!
Io invecchiando vidi le vostre teste piene di dolore
dove vorticava un’idea confusa, un’assoluta certezza,
una presunzione di eroi destinati a non morire –
oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano
una meravigliosa vittoria che non esisteva!
