POESIA E POLITICA.22. Pier Paolo PASOLINI

Da: LE CENERI DI GRAMSCI

 

 I

 

Non è di maggio questa impura aria

che il buio giardino straniero

fa ancora più buio, o l’abbaglia

 

con cieche schiarite … questo cielo

di bave sopra gli attici giallini

che in semicerchi immensi fanno velo

 

alle curve del Tevere, ai turchini

monti del Lazio… Spande una mortale

pace, disamorata come i nostri destini,

 

tra le vecchie muraglie l’autunnale

maggio. In esso c’è il grigiore del mondo;

la fine del decennio in cui appare

 

tra le macerie finito il profondo

e ingenuo sforzo di rifare la vita;

il silenzio, fradicio e infecondo…

 

Tu, giovane Gramsci, in quel maggio in cui l’errore

era ancora vita, in quel maggio italiano

che alla vita aggiungeva almeno ardore;

 

quanto meno sventato e più impuramente sano

dei nostri padri – non padre, ma umile

fratello – già con la tua magra mano

 

delineavi l’ideale che illumina

(ma non per noi: tu, morto, e noi

morti ugualmente, con te, nell’umido

 

giardino) questo silenzio. Non puoi,

lo vedi? che riposare in questo sito

estraneo, ancora confinato. Noia

 

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,

solo ti giunge qualche colpo d’incudine

dalle officine di Testaccio, sopito

 

nel vespro: tra misere tettoie, nudi

mucchi di latta, ferrivecchi, dove

cantando vizioso un garzone già chiude

 

la sua giornata, mentre intorno spiove.

 

II

 

Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.

Scelte, dedizioni…. altro suono non hanno

ormai che questo del giardino gramo

 

e nobile, in cui caparbio l’inganno

che attutiva la vita resta nella morte.

Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno

 

che mostrare la superstite sorte

di gente laica le laiche iscrizioni

in queste grige pietre, corte

 

e imponenti. Ancora di passioni

sfrenate senza scandalo son arse

le ossa dei miliardari di nazioni

 

più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,

le ironie dei principi, dei pederasti,

i cui corpi sono nell’urne sparse

 

inceneriti e non ancora casti.

Qui il silenzio della morte è fede

di un civile silenzio di uomini rimasti

 

uomini, di un tedio che nel tedio

del Parco, discreto muta: e la città

che, indifferente, lo confina in mezzo

 

a tuguri e a chiese, empia nella pietà,

vi perde il suo splendore. La sua terra

grassa di ortiche e di legumi dà

 

questi magri cipressi, questa nera

umidità che chiazza i muri intorno

a smorti ghirigori di bosso, che la sera

 

rasserenando spegne in disadorni

sentori d’alga…. quest’erbetta stenta

e inodora, dove violetta si sprofonda

 

l’atmosfera, con un brivido di menta,

o fieno marcio, e quieta vi prelude

con diurna malinconia, la spenta

 

trepidazione della notte. Rude

di clima, dolcissimo di storia, è

tra questi muri il suolo in cui trasuda

 

altro suolo; questo umido che

ricorda altro umido, e risuonano

– familiari da latitudini e

 

orizzonti dove inglesi selve coronano

laghi spersi nel cielo, tra praterie

verdi come fosforici biliardi o come

 

smeraldi: <And O ye Fountains…> – le pie

invocazioni….

 

III

 

Uno straccetto rosso, come quello

arrotolato al collo ai partigiani

e, presso, l’urna, sul terreno cereo,

 

diversamente rossi, due gerani.

Lì tu stai, bandito e con dura eleganza

non cattolica, elencato tra estranei

 

morti: Le ceneri di Gramsci…Tra speranza

e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato

per caso in questa magra serra, innanzi

 

alla tua tomba, al tuo spirito restato

quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa

di diverso, forse, di più estasiato

 

e anche di più umile, ebbra simbiosi

d’adolescente di sesso con morte…)

E, da questo paese in cui non ebbe posa

 

la tua tensione, sento quale torto

– qui nella quiete delle tombe – e insieme

quale ragione – nell’inquieta sorte

 

nostra – tu avessi stilando le supreme

pagine nei giorni del tuo assassinio.

Ecco qui ad attestare il seme

 

non ancora disperso dell’antico dominio,

questi morti attaccati a un possesso

che affonda nei secoli il suo abominio

 

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,

quel vibrare d’incudini, in sordina,

soffocato e accorante – dal dimesso

 

rione – ad attestarne la fine.

Ed ecco qui me stesso…povero, vestito

dei panni che i poveri adocchiano in vetrine

 

dal rozzo splendore, e che ha smarrito

la sporcizia delle più sperdute strade,

delle panche dei tram, da cui stranito

 

è il mio giorno: mentre sempre più rade

ho di queste vacanze, nel tormento

del mantenermi in vita; e se mi accade

 

di amare il mondo non è che per violento

e ingenuo amore sensuale

così come, confuso adolescente, un tempo

 

l’odiai, se in esso mi feriva il male

borghese di me borghese: e ora, scisso

– con te – il mondo, oggetto non appare

 

di rancore e quasi di mistico

disprezzo, la parte che ne ha il potere?

Eppure senza il tuo rigore, sussisto

 

perché non scelgo. Vivo nel non volere

del tramontato dopoguerra: amando

il mondo che odio – nella sua miseria

 

sprezzante e perso – per un oscuro scandalo

della coscienza.

 

IV

 

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere

con te e contro te; con te nel cuore,

in luce, contro te nelle buie viscere;

 

del mio paterno stato traditore

– nel pensiero, in un’ombra di azione –

mi so ad esso attaccato nel calore

 

degli istinti, dell’estetica passione,

attratto da una vita proletaria

a te anteriore, è per me religione

 

la sua allegria, non la millenaria

sua lotta: la sua natura, non la sua

coscienza; è la forza originaria

 

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,

a darle l’ebbrezza della nostalgia,

una luce poetica; ed altro più

 

io non so dirne, che non sia

giusto ma non sincero, astratto

amore, non accorante simpatia…

 

Come i poveri povero, mi attacco

come loro a umilianti speranze,

come loro per vivere mi batto

 

ogni giorno. Ma nella desolante

mia condizione di diseredato,

io possiedo: ed è il più esaltante

 

dei possessi borghesi, lo stato

più assoluto. Ma come io possiedo la storia,

essa mi possiede; ne sono illuminato:

 

ma a che serve la luce?

 

V

 

Non dico l’individuo, il fenomeno

dell’ardore sensuale e sentimentale….

altri vizi esso ha, altro è il nome

 

e la fatalità del suo peccare.

Ma in esso impastati quali comuni,

prenatali vizi, e quale

 

oggettivo peccato! Non sono immuni

gli interni e esterni atti, che lo fanno

incarnato alla vita, da nessuna

 

delle religioni che nella vita stanno,

ipoteca di morte, istituite

a ingannare la luce, a dar luce all’inganno.

 

Destinate a esser seppellite

le sue spoglie al Verano, è cattolica

la sua lotta con esse: gesuitiche

 

le manie con cui dispone il cuore;

e ancor più dentro: ha bibliche astuzie

la sua coscienza…e ironico ardore

 

liberale…. e rozza luce, tra i disgusti

di dandy provinciale, di provinciale

salute… Fino alle infinite minuzie

 

in cui sfumano, nel fondo animale,

Autorità e Anarchia…Ben protetto

dall’impura virtù e dall’ebbro peccare,

 

difendendo una ingenuità di ossesso,

e con quale coscienza! vive l’io: io,

vivo, eludendo la vita, con nel petto

 

il senso di una vita che sia oblio

accorante, violento… Ah come

capisco, muto nel fradicio brusio

 

del vento, qui dov’è muta Roma,

tra i cipressi stancamente sconvolti,

presso te, l’anima il cui graffito suona

 

Shelley… Come capisco il vortice

dei sentimenti, il capriccio (greco

nel cuore del patrizio, nordico

 

villeggiante) che lo inghiottì nel cieco

celeste del Tirreno; la carnale

gioia dell’avventura, estetica

 

e puerile: mentre prostrata l’Italia

come dentro il ventre di un’enorme

cicala, spalanca bianchi litorali,

 

sparsi nel Lazio di velate torme

di pini, barocchi, di giallognole

radure di ruchetta, dove dorme

 

col membro gonfio tra gli stracci un sogno

goethiano, il giovincello ciociaro….

Nella Maremma, scuri, di stupende fogne

 

d’erba saetta in cui si stampa chiaro

il nocciòlo, pei viottoli che il buttero

della sua gioventù ricolma ignaro.

 

Ciecamente fragranti nelle asciutte

curve della Versilia, che sul mare

aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,

 

le tarsie lievi della sua pasquale

campagna interamente umana,

espone, incupita sul Cinquale,

 

dipanata sotto le torride Apuane,

i blu vitrei sul rosa…Di scogli,

frane, sconvolti, come per un panico

 

di fragranza, nella Riviera, molle,

erta, dove il sole lotta con la brezza

a dar suprema soavità agli olii

 

del mare…. E intorno ronza di lietezza

lo sterminato strumento a percussione

del sesso e della luce: così avvezza

 

ne è l’Italia che non ne trema, come

morta nella sua vita: gridano caldi

da centinaia di porti il nome

 

del compagno i giovinetti madidi

nel bruno della faccia, tra la gente

rivierasca, presso orti di cardi,

 

in luride spiaggette…

 

Mi chiederai tu, morto disadorno,

d’abbandonare questa disperata

passione di essere nel mondo?

 

VI

 

Me ne vado, ti lascio nella sera

che, benché triste, così dolce scende

per noi viventi, con la luce cerea

 

che al quartiere in penombra si rapprende.

E lo sommuove. Lo fa diventare, vuoto,

intorno, e, più lontano, lo riaccende

 

di una vita smaniosa che del roco

rotolio dei tram, dei gridi umani,

dialettali, fa un concerto fioco

 

e assoluto. E (tu Pasolini) senti come in quei lontani

esseri che, in vita, gridano, ridono,

in quei loro veicoli, in quei grami

 

caseggiati dove si consuma l’infido

ed espansivo dono dell’esistenza –

quella vita non è che un brivido,

 

corporea, collettiva presenza;

senti il mancare di ogni religione

vera; non vita, ma sopravvivenza

 

– forse più lieta della vita – come

d’un popolo di animali, nel cui arcano

orgasmo non ci sia altra passione

 

che per l’operare quotidiano:

umile fervore cui dà un senso di festa

l’umile corruzione. Quanto più è vano

 

– in questo vuoto della storia, in questa

ronzante pausa in cui la vita tace –

ogni ideale, meglio è manifesta

 

la stupenda, adusta sensualità

quasi alessandrina, che tutto minia

e impuramente accende, quando qua

 

nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina

il mondo, nella penombra, rientrando

in vuote piazze, in scorate officine…

 

Già si accendono i lumi, costellando

Via Zabaglia, Via Franklin, l’intero

Testaccio, disadorno tra il suo grande

 

lurido monte, i lungoteveri, il nero

fondale, oltre il fiume, che Monteverde

ammassa o sfuma invisibile sul cielo.

 

Diademi di lumi che si perdono,

smaglianti, e freddi di tristezza

quasi marina…Manca poco alla cena;

 

brillano i rari autobus del quartiere,

con grappoli d’operai agli sportelli,

e gruppi di militari vanno, senza fretta,

 

verso il monte che cela in mezzo a sterri

fradici e mucchi secchi d’immondizia

nell’ombra, rintanate zoccolette

 

che aspettano irose sopra la sporcizia

afrodisiaca: e, non lontano, tra le casette

abusive ai margini del monte, o in mezzo

 

a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi

leggeri come stracci giocano alla brezza

non più fredda, primaverile; ardenti

 

di sventatezza giovanile la romanesca

loro sera di maggio scuri adolescenti

fischiano pei marciapiedi, nella festa

 

vespertina; e scrosciano le saracinesche

dei garages di schianto, gioiosamente,

se il buio ha resa serena la sera,

 

e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio

il vento che cade in tremiti di bufera,

è ben dolce, benché radendo i capellacci

 

e i tufi del Macello, vi si imbeva

di sangue marcio, e per ogni dove

agiti rifiuti e odore di miseria.

 

È un brusio la vita, e questi persi

in essa la perdono serenamente,

se il cuore ne hanno pieno: a godersi

 

eccoli, miseri, la sera: e potente

in essi, inermi, per essi, il mito

rinasce…. Ma io, con il cuore cosciente

 

di chi soltanto nella storia ha vita,

potrò mai più con pura passione operare,

se so che la nostra storia è finita?

 

 

*

 

Da: LA RELIGIONE DEL MIO TEMPO

 

Ché qualcos’altro, ancora, brucia il cuore:

fuoco, anche questo, di cui io, vile,

non vorrei parlare: come di un dolore

troppo interiore e misero, per dire

l’interiore e misera grandezza

che pure ha in sé ogni nostro dolore.

Il desiderio di poter contare

sul pane, almeno, e un po’ di povera lietezza.

Ma preme senza vita l’ansia che più serve

a stare in vita… Quanta vita mi ha tolto

l’essere stato per anni un triste

disoccupato, una smarrita vittima

di ossesse speranze. Quanta vita

l’essere corso ogni mattina tra resse

affamate, da una povera casa, perduta

nella periferia, a una povera scuola

perduta in altra periferia: fatica

che accetta solo chi è preso alla gola,

e ogni forma dell’esistenza gli è nemica.

Ah, il vecchio autobus delle sette, fermo

al capolinea di Rebibbia, tra due

baracche, un piccolo grattacielo, solo

nel sapore del gelo o dell’afa…

Quelle facce dei passeggeri

quotidiani, come in libera uscita

da tristi caserme, dignitosi e seri

nella finta vivacità di borghesi

che mascherava la dura, l’antica

loro paura di poveri onesti.

Era loro la mattina che bruciava,

sul verde dei campi di legumi intorno

all’Aniene, l’oro del giorno,

risvegliando l’odore dei rifiuti,

spargendo una luce pura come uno sguardo

divino, sulle file delle mozze casette,

assopite insieme nel cielo già caldo…

Quella corsa sfiatata tra le strette

aree da costruzione, le prodaie bruciate,

la lunga Tiburtina… Quelle file di operai,

disoccupati, ladri, che scendevano

ancora unti del grigio sudore

dei letti – dove dormivano da piedi

coi nipoti – in camerette sporche

di polvere come carrozzoni, biechi e gai…

Quella periferia tagliata in lotti

tutti uguali, assorbiti dal sole

troppo caldo, tra cave abbandonate,

rotti argini, tuguri, fabbrichette…

 

 

*

 

 

Sesso, consolazione della miseria!

La puttana è una regina, il suo trono

è un rudere, la sua terra un pezzo

di merdoso prato, il suo scettro

una borsetta di vernice rossa:

abbaia nella notte, sporca e feroce

come un’antica madre: difende

il suo possesso e la sua vita.

I magnaccia, attorno, a frotte,

gonfi e sbattuti, coi loro baffi

brindisi o slavi, sono

capi, reggenti: combinano

nel buio, i loro affari di cento lire,

ammiccando in silenzio, scambiandosi

parole d’ordine: il mondo, escluso, tace

intorno a loro, che se ne sono esclusi,

silenziose carogne di rapaci.

 

Ma nei rifiuti del mondo, nasce

un nuovo mondo: nascono leggi nuove

dove non c’è più legge; nasce un nuovo

onore dove onore è il disonore…

Nascono potenze e nobiltà,

feroci, nei mucchi di tuguri,

nei luoghi sconfinati dove credi

che la città finisca, e dove invece

ricomincia, nemica, ricomincia

per migliaia di volte, con ponti

e labirinti, cantieri e sterri,

dietro mareggiate di grattacieli,

che coprono interi orizzonti.

 

Nella facilità dell’amore

il miserabile si sente uomo:

fonda la fiducia nella vita, fino

a disprezzare chi ha altra vita.

I figli si gettano all’avventura

sicuri d’essere in un mondo

che di loro, del loro sesso, ha paura.

La loro pietà è nell’essere spietati,

la loro forza nella leggerezza,

la loro speranza nel non avere speranza.

 

 

*

 

Al principe

 

Se torna il sole, se discende la sera,

se la notte ha un sapore di notti future,

se un pomeriggio di pioggia sembra tornare

da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,

io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:

non sento più, davanti a me, tutta la vita…

 

Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:

ore e ore di solitudine sono il solo modo

perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono,

vizio, libertà, per dare stile al caos.

 

Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte

che viene avanti, al tramonto della gioventù.

Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano,

che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

 

*

 

Alla mia nazione

 

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

 

 

*

 

Da: POESIA IN FORMA DI ROSA

 

 

Ballata delle madri

 

Mi domando che madri avete avuto.

Se ora vi vedessero al lavoro

in un mondo a loro sconosciuto,

presi in un giro mai compiuto

da esperienze così diverse dalle loro,

che sguardo avrebbero negli occhi?

Se fossero lì, mentre voi scrivete

il vostro pezzo, conformisti e barocchi,

o lo passate a redattori rotti

a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

 

Madri vili, con nel viso il timore

antico, quello che come un male

deforma i lineamenti in un biancore

che li annebbia, li allontana dal cuore,

li chiude nel vecchio rifiuto morale.

Madri vili, poverine, preoccupate

che i figli conoscano la viltà

per chiedere un posto, per essere pratici,

per non offendere anime privilegiate,

per difendersi da ogni pietà.

 

Madri mediocri, che hanno imparato

con umiltà di bambine, di noi,

un unico, nudo significato,

con anime in cui il mondo è dannato

a non dare né dolore né gioia.

Madri mediocri, che non hanno avuto

per voi mai una parola d’amore,

se non da un amore sordidamente muto

di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,

impotenti ai reali richiami del cuore.

 

Madri servili, abituate da secoli

a chinare senza amore la testa,

a trasmettere al loro feto l’antico,

vergognoso segreto d’accontentarsi dei resti della festa.

Madri servili, che vi hanno insegnato

come il servo può essere felice

odiando chi è, come lui, legato

come può essere, tradendo, beato,

e sicuro, facendo ciò che non dice.

 

Madri feroci, intente a difendere

quel poco che, borghesi, possiedono,

la normalità e lo stipendio,

quasi con rabbia di chi si vendichi

o sia stretto da un assurdo assedio.

Madri feroci, che vi hanno detto:

Sopravvivete! Pensate a voi!

Non provate mai pietà o rispetto

per nessuno, covate nel petto

la vostra integrità di avvoltoi.

 

Ecco, vili, mediocri, servi,

feroci, le vostre povere madri!

Che non hanno vergogna a sapervi

– nel vostro odio – addirittura superbi,

se non è questa che una valle di lacrime.

E’ così che vi appartiene questo mondo:

fatti fratelli nelle opposte passioni,

o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo

a essere diversi: a rispondere

del selvaggio dolore di esser uomini.

 

*

 

Vittoria

 

Dove sono le armi? Io non conosco

che quelle della mia ragione:

e nella mia violenza non c’è posto

 

NEANCHE PER UN’OMBRA DI AZIONE

NON INTELLETTUALE. Faccio ridere

ora, se, suggerite dal sogno,

 

in un grigio mattino che videro

morti, e altri morti vedranno, ma per noi

non è che un ennesimo mattino, grido

 

parole di lotta? Non so poi

che ne sarà di me a mezzogiorno,

ma il vecchio poeta è «ab joi»

 

che parla, come lauzeta o storno

– e come un giovane vorrebbe morire.

Dove sono le armi? Non ritornano

 

i vecchi giorni lo so, ogni aprile

rosso, di gioventù, è passato.

Solo un sogno, di gioia, può aprire

 

una stagione di dolore armato.

Io che fui un partigiano inerme

– un mistico, imberbe Innominato –

 

adesso sento nella vita il germe

orrendamente profumato della Resistenza.

Nel mattino le foglie sono ferme

 

come sul Tagliamento o la Livenza:

non è un temporale che viene,

né una sera che scende, è l’assenza

 

della vita, che si contempla, si tiene

lontana da sé, intenta a capire

quali terribili, quali serene

 

forze ancora la empiano: profumo d’aprile!

un giovane armato per ogni filo d’erba,

volontario per voglia di morire!

 

———————

 

Bene, mi sveglio per la prima volta in vita mia

col desiderio d’impugnare un’arma.

Il ridicolo è che lo dico in poesia

 

– e a quattro amici di Roma, due di Parma –

che mi capiranno, in questa nostalgia

idealmente tradotta dal tedesco, in questa calma

 

archeologica, che contempla un’Italia solatia

e spopolata, sede di partigiani barbari,

che scendono Alpi o Appennini, per la Vecchia Via…

 

Non è la mia che frenesia dell’alba.

A mezzogiorno sarò coi miei connazionali

alle opere, ai pasti, alla realtà che inalbera

 

la bandiera, oggi bianca, dei Destini Generali.

E voi, comunisti, miei compagni non compagni,

ombre di compagni, straniati cugini carnali

 

persi nei giorni presenti come in lontani,

non immaginati giorni del futuro, voi, padri

senza nome, che avete sentito richiami

 

che io credevo simili ai miei, quelli che ardono

oggi come dei fuochi abbandonati,

sulle fredde pianure, lungo i margini

 

dei fiumi dormienti, sui monti bombardati…

 

———————

 

Prendo tutta su di me la colpa (vecchia

mia vocazione, inconfessata, facile fatica)

della disperata nostra debolezza

 

per cui milioni di noi, con una vita

in comune, non furono in grado

di andare fino in fondo. È finita,

 

trallallà, cantiamo, cadono

le ultime foglie della Guerra

e della martire vittoria, sempre più rade,

 

distrutte a poco a poco da quella

che sarebbe stata la realtà,

non solo della cara Reazione, ma della bella

 

Socialdemocrazia nascente, trallallà.

 

Prendo (con piacere) su di me la colpa

di aver lasciato tutto com’era:

della sconfitta, della sfiducia, della sporca

 

speranza degli Anni Amari, trallallera.

E prendo su di me lo straziante

dolore della nostalgia più nera,

 

quella che si rappresenta le cose rimpiante

con tanta verità, che spera

quasi di ricrearle, o ricostruirne le infrante

 

condizioni che le necessitavano, trallallera…

 

———————

 

Dove sono sparite le armi, pacifica

produttiva Italia che non importi al mondo?

Nella schiava bonaccia che giustifica

 

oggi la ristrettezza come ieri il benessere – dal profondo

al ridicolo – e nella più perfetta solitudine –

j’accuse! No, calma, non il Governo, o il Latifondo,

 

o i Monopoli – ma solo i loro drudi,

gl’intellettuali italiani, tutti,

anche coloro che giustamente si giudicano

 

miei forti amici. Saranno stati questi i più brutti

anni della loro vita: PER AVERE ACCETTATO

UNA REALTA CHE NON C’ERA. I frutti

 

di questa connivenza, di questo ideale peculato,

sono che la realtà reale ora non ha poeti.

(Io? Io sono inaridito e superato.)

 

Ora che Togliatti se ne va con gli echi

degli ultimi scioperi di sangue,

vecchio, nel numero dei profeti

 

che, ahi, hanno avuto ragione – sogno nel fango

armi nascoste, nel fango elegiaco

tra piccoli che giocano, vecchi padri che vangano,

 

mentre dalle lapidi cade la malinconia,

le liste dei nomi si incrinano,

i coperchi delle tombe saltano via,

 

e i giovani cadaveri con la spolverina

che usava in quegli anni, i calzoni

larghi, e sulla chioma partigiana la bustina

 

militare, scendono lungo i muraglioni

dove stanno i mercati, giù dai viottoli

che uniscono i primi orti ai costoni

 

delle colline: scendono dai cimiteri. Giovanotti

con negli occhi qualcos’altro che amore:

una follia segreta, di uomini che lottano

 

come chiamati da un destino diverso dal loro.

Con quel segreto che non è più segreto,

scendono giù, muti, nel primo sole,

 

e, pur così vicino alla morte, il loro è il passo lieto

di chi ha tanto cammino da fare nel mondo.

Ma essi sono abitanti del monte, del greto

 

selvaggio del fiume padano, del fondo

della fredda pianura. Cosa fanno fra noi?

Tornano, e nessuno li ferma. Non nascondono

 

le armi – che stringono senza dolore né gioia –

e nessuno li guarda, come accecato dal pudore

per quell’osceno brillare di mitra, quel passo d’avvoltoi,

 

che scendono al loro oscuro dovere, nella luce del sole.

 

———————

 

Vorrei vedere chi ha il coraggio di dirgli

che l’ideale che arde segreto nei loro occhi

è finito, appartiene ad altro tempo, che i figli

 

dei loro fratelli da anni ormai non lottano

più, e la storia crudelmente nuova,

ha dato altri ideali, li ha quietamente corrotti…

 

Toccheranno, rozzi come barbari poveri,

le nuove cose che in questi due decenni l’uomo

crudele si è dato, cose inette a commuovere

 

chi cerca giustizia…

Ma facciamo festa, prendiamo le bottiglie

del buon vino della Cooperativa…

 

A sempre nuove vittorie, e nuove Bastiglie!

Il Refosco, il Bacò… Evviva, Evviva!

Salute, vecchio! Forza, compagno!

 

E tanti auguri alla bella comitiva!

Viene da oltre le vigne, da oltre lo stagno

delle Fonde, il sole: dalle tombe vuote,

 

dalle lapidi bianche, dal tempo lontano.

Ma adesso che violenti, assurdi, con ignote

voci di emigranti, sono qua,

 

impiccati a lampioni, straziati da garrote,

chi, alla nuova lotta, li guiderà?

Togliatti, lui, è finalmente vecchio

 

come per tutta la vita egli ha

voluto, e si tiene allarmato nel petto

come un pontefice, il bene che gli vogliamo,

 

sia pur fissato in epico affetto,

lealtà che accetta anche il più disumano

frutto di lucidità arsa e tenace come scabbia.

 

«Ogni politica è una realpolitica», anima

guerriera, con la tua delicata rabbia!

Non riconosci un’altra anima, eh? Questa

 

dove c’è tutta la prosa dell’uomo abile,

del rivoluzionario attaccato all’onesta

media dell’uomo (anche la complicità

 

con gli assassinii degli Anni Amari s’innesta

nel classicismo protettore, che fa

il comunista perbene): non riconosci il cuore

 

che diventa schiavo del suo nemico, e va

dove il nemico va, condotto dalla storia

ch’è storia di tutti due, e li fa, nel profondo,

 

stranamente fratelli; non riconosci i timori

d’una coscienza che, lottando col mondo,

ne condivide le norme della lotta nei secoli,

 

come per un pessimismo in cui affondano,

per farsi più virili, le speranze. Lieto

d’una lietezza che non sa retroscena

 

è questo esercito – cieco nel cieco

sole – di giovani morti, che viene

ed aspetta. Se il suo padre, il suo capo,

 

lo lascia solo nei bianchi monti, nelle serene

pianure – assorbito in un misterioso dibattito

con il Potere, legato alla sua dialettica

 

che la storia rinnova senza pace –

piano piano dentro i barbarici petti

dei figli, l’odio si fa amore per l’odio,

 

ardendo solo in essi, i pochi, i benedetti.

Ah, Disperazione che non conosci codici!

Ah, Anarchia, libero amore

 

di Santità, con i tuoi canti prodi!

 

———————

 

Prendo, anche, su di me la colpa del tentare

tradendo, del lottare arrendendosi,

dell’accettare il bene come il minor male,

 

antinomie simmetriche che io tengo

in pugno come vecchie abitudini…

Tutti i problemi dell’uomo, col loro tremendo

 

volerci ambigui (il nodo delle solitudini

dell’io che si sente morire

e non vuol presentarsi davanti a Dio nudo):

 

tutto prendo su me, onde poter capire,

da dentro, il frutto di quell’ambiguità:

un uomo adorabile, da cui in questo aprile

 

incalcolato, mille giovani scesi dall’Aldilà,

aspettano fiduciosi un segno che abbia

la forza della fede senza pietà,

 

a consacrare la loro umile rabbia.

Struggente, è in lui, Nenni, l’incertezza

con cui ha rimesso in gioco se stesso, e l’abile

 

coerenza, l’accettata grandezza.

Con cui ha rinunciato all’epico affetto

che poteva anche a diritto avere avvezza

 

la sua anima: e, uscendo dalla scena di Brecht,

per ritirarsi nei bui retroscena,

dove impara nuove parole reali l’eroe incerto,

 

ha spezzato a sue spese la catena

che lo legava al popolo come un vecchio idolo,

dando alla sua vecchiezza nuova pena.

 

I giovani Cervi, mio fratello Guido,

i ragazzi caduti a Reggio nel Sessanta,

col loro casto, il loro forte, il loro fido

 

occhio, sede della luce santa,

lo guardano, e aspettano le vecchie parole.

Ma egli, eroe ormai diviso, manca

 

ormai della voce che tocca il cuore:

si rivolge alla ragione non ragione,

alla sorella triste della ragione, che vuole

 

capire la realtà nella realtà, con passione

che rifiuta ogni estremismo, ogni temerità.

Che cosa dirgli? Che la realtà ha una nuova tensione

 

che è quella che è, e ormai non ha

più senso altro che accettarla…

CHE LA RIVOLUZIONE DIVENTA ARIDITÀ

 

S’È SENZA MAI VITTORIA… che forse non è tardi

per chi vuol vincere, ma non con la violenza

delle vecchie, disperate armi…

 

Che bisogna sacrificare la coerenza

all’incoerenza della vita, tentare un dialogo

creatore, anche contro la nostra coscienza.

 

Che la realtà, anche di questo piccolo, avaro

Stato, è più di noi, è sempre un’immensa cosa:

e bisogna rientrarne, se pure è così amaro…

 

Ma che ragione volete che ascolti questa ansiosa

masnada di uomini, che hanno lasciato – come

dicono i canti – la casa, la sposa,

 

la vita stessa, proprio nel nome della Ragione?

 

———————

 

Ma c’è forse, una parte dell’anima dí Nenni, che vuole

dire a questi compagni – venuti da laggiù,

con vesti militari, i buchi nelle suole

 

delle scarpe borghesi, e la loro gioventù

innocentemente assetata di sangue –

«Dove sono le armi? Avanti, su,

 

prendetele, dalla paglia, dal fango,

non vedete che non è cambiato niente?

Coloro che piangevano ancora piangono.

 

Quelli di voi che hanno cuore puro e innocente

vadano a parlare in mezzo ai tuguri,

ai caseggiati della povera gente,

 

che dietro i suoi vicoli e i suoi muri

nasconde la peste vergognosa, la passività

di chi si sa tagliato fuori dai giorni futuri.

 

Quelli di voi che possiedono un cuore

votato alla maledetta lucidità,

vadano nei laboratori, nelle scuole,

 

a ricordare che nulla in questi anni ha

mutato la qualità del conoscere, eterno pretesto,

forma utile e dolce del Potere, NON MAI VERITÀ.

 

Quelli di voi che obbediscono a un onesto

vecchio imperativo di religione

vadano tra i figli che crescono

 

col cuore vuoto di ogni reale passione,

a ricordare che il loro nuovo male

è SEMPRE, ANCORA la divisione del mondo. Quelli

 

infine tra voi a cui una triste nascita casuale

in famiglie senza speranza, ha dato spalle dure, capelli

ricci di criminale, oscuri zigomi, occhi senza pietà,

 

vadano, tanto per cominciare, dai Crespi, dagli Agnelli,

dai Valletta, dai potenti delle Società

che hanno portato l’Europa sulle rive del Po:

 

è giunta per ognuno di loro l’ora che non ha

proporzione con quanto ebbe e quanto odiò.

Coloro poi che hanno sottratto al bene comune

 

capitale prezioso, e che nessuna legge può

punire, ebbene, andate, legateli con la fune

dei massacri. In fondo a Piazzale Loreto

 

ci sono ancora, riverniciate, alcune

pompe di benzina, rosse nel quieto

solicello della primavera che riviene

 

col suo destino: è ora di rifarne un sepolcreto.»

 

———————

 

Se ne vanno… Aiuto, ci voltano le schiene,

le loro schiene sotto le eroiche giacche

di mendicanti, di disertori… Sono così serene

 

le montagne verso cui ritornano, batte

così leggero il mitra sul loro fianco, al passo

ch’è quello di quando cala il sole, sulle intatte

 

forme della vita – tornata uguale nel basso

e nel profondo! Aiuto, se ne vanno! Tornano ai loro

silenti giorni di Marzabotto o di Via Tasso…

 

Con la testa spaccata, la nostra testa, tesoro

umile della famiglia, grossa testa di secondogenito,

mio fratello riprende il sanguinoso sonno, solo

 

tra le foglie secche, i caldi fieni

di un bosco delle prealpi – nel dolore

e la pace d’una interminabile Domenica…

 

Eppure, questo è un giorno di vittoria!

 

 

*

 

 

Da: TRASUMANAR E ORGANIZZAR

 

 

Panagulis

 

Questa volta no. Non deve succedere.

Siamo sopravvissuti ormai tante volte a cose simili.

Ma eravamo ragazzi: il diavolo ci tentava.

Essere dalla parte degli uccisi significava sperare.

Una fucilazione aumentava la vitalità: si cantava.

I martiri erano comodi: il PCI non era in crisi.

La garrota e il cappio erano buoni argomenti

dovuti alla stupidità del nemico.

Ma ora non siamo più ragazzi.

L’URSS è uno stato piccolo-borghese.

Non ci sono più speranze; non ci sono buone ragioni per sopravvivere.

L’avere ragione non rende più innocentemente ricattatori.

Non vogliamo fare alcun uso della morte di Panagulis.

Vogliamo che Panagulis non muoia, come il ragazzo Meneceo.

Gli Dei dicono che occorre un sacrificio umano

per la buona riuscita di qualcosa che riguarda l’intera città?

E il ragazzo indicato per il sacrificio, lo accetta?

Niente affatto, niente affatto. L’Inferno non è reale.

Tu, Meneceo, resterai qui con noi. La tua sete di morte

non deve essere accontentata. I tiranni non dovranno commettere

questo errore, e noi non dobbiamo sfruttarlo.

Dobbiamo piangere la tua morte prima che tu muoia.

Perché? Perché i duemila veri comunisti impiccati a Praga

non hanno più nulla da dire: e quindi nessuno ne dice nulla.

Perché Panagulis non vale sei milioni di Ebrei

del cui silenzio tutti approfittiamo per non parlarne.

E’ andata a finire che il ragazzo Meneceo è morto;

Tebe ha vinto; e al potere è restato chi c’era.

Siamo impotenti, è vero. Ma le parole valgono pure qualcosa.

Se tu morirai, noi ammazzeremo. Sceglieremo una vittoria significativa:

che non vuole morire, conoscendo la dolcezza di prima della rivoluzione! (1)

Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.

Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.

Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.

Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.

Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione.

Tuttavia siamo con chi ha ragione: ma senza illuderci.

Amici che non sventolate bandiere, ma siete diventati seri

come gente che rimugina senza dolore l’idea del suicidio,

non ci sono argomenti: l’unico argomento

è negli occhi neri di Panagulis, che rinuncia alla vita.

 

*

 

Comunicato all’Ansa (Scelta stilistica)

 

Smetto di essere poeta originale, che costa mancanza

di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo.

Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero.

Naturalmente per ragioni pratiche.

 

*

 

Versi del testamento

 

La solitudine: bisogna essere molto forti

per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe

e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare

raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere

rapinatori o assassini; se tocca camminare

per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera

bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;

specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,

e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;

non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,

oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte

senza doveri o limiti di qualsiasi genere.

Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri

– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,

tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,

essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;

più caldo e vivo è il corpo gentile

che unge di seme e se ne va,

più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;

è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,

non il sorriso innocente o la torbida prepotenza

di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza

enormemente giovane; e in questo è disumano,

perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia

che è sempre la stessa in tutte le stagioni.

Un ragazzo ai suoi primi amori

altro non è che la fecondità del mondo.

È il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,

come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,

e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;

l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque

la solitudine è ancora più grande se una folla intera

attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –

l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente

come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.

Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,

specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,

e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;

e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,

e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire

che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,

e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine

è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?

Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,

che valga una camminata senza fine per le strade povere,

dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

 

*

 

La poesia della tradizione

 

Oh generazione sfortunata!

Cosa succederà domani, se tale classe dirigente –

quando furono alle prime armi

non conobbero la poesia della tradizione

ne fecero un’esperienza infelice perché senza

sorriso realistico gli fu inaccessibile

e anche per quel poco che la conobbero, dovevano dimostrare

di voler conoscerla sì ma con distacco, fuori dal gioco.

Oh generazione sfortunata!

che nell’inverno del ’70 usasti cappotti e scialli fantasiosi

e fosti viziata

chi ti insegnò a non sentirti inferiore –

rimuovesti le tue incertezze divinamente infantili –

chi non è aggressivo è nemico del popolo! Ah!

I libri, i vecchi libri passarono sotto i tuoi occhi

come oggetti di un vecchio nemico

sentisti l’obbligo di non cedere

davanti alla bellezza nata da ingiustizie dimenticate

fosti in fondo votata ai buoni sentimenti

da cui ti difendevi come dalla bellezza

con l’odio razziale contro la passione;

venisti al mondo, che è grande eppure così semplice,

e vi trovasti chi rideva della tradizione,

e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente ribalda,

erigendo barriere giovanili contro la classe dominante del passato

la gioventù passa presto; oh generazione sfortunata,

arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia

senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere

e che non si gode senza ansia e umiltà

e così capirai di aver servito il mondo

contro cui con zelo «portasti avanti la lotta»:

era esso che voleva gettar discredito sopra la storia – la sua;

era esso che voleva far piazza pulita del passato – il suo;

oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!

Era quel mondo a chiedere ai suoi nuovi figli di aiutarlo

a contraddirsi, per continuare;

vi troverete vecchi senza l’amore per i libri e la vita:

perfetti abitanti di quel mondo rinnovato

attraverso le sue reazioni e repressioni, sì, sì, è vero,

ma soprattutto attraverso voi, che vi siete ribellati

proprio come esso voleva, Automa in quanto Tutto;

non vi si riempirono gli occhi di lacrime

contro un Battistero con caporioni e garzoni

intenti di stagione in stagione

né lacrime aveste per un’ottava del Cinquecento,

né lacrime (intellettuali, dovute alla pura ragione)

non conosceste o non riconosceste i tabernacoli degli antenati

né le sedi dei padri padroni, dipinte da

– e tutte le altre sublimi cose

non vi farà trasalire (con quelle lacrime brucianti)

il verso di un anonimo poeta simbolista morto nel

la lotta di classe vi cullò e vi impedì di piangere:

irrigiditi contro tutto ciò che non sapesse di buoni sentimenti

e di aggressività disperata

passaste una giovinezza

e, se eravate intellettuali,

non voleste dunque esserlo fino in fondo,

mentre questo era poi fra i tanti il vostro dovere,

e perché compiste questo tradimento?

per amore dell’operaio: ma nessuno chiede a un operaio

di non essere operaio fino in fondo

gli operai non piansero davanti ai capolavori

ma non perpetrarono tradimenti che portano al ricatto

e quindi all’infelicità

oh sfortunata generazione

piangerai, ma di lacrime senza vita

perché forse non saprai neanche riandare

a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto:

povera generazione calvinista come alle origini della borghesia

fanciullescamente pragmatica, puerilmente attiva

tu hai cercato salvezza nell’organizzazione

(che non può altro produrre che altra organizzazione)

e hai passato i giorni della gioventù

parlando il linguaggio della democrazia burocratica

non uscendo mai della ripetizione delle formule,

ché organizzar significar per verba non si poria,

ma per formule sì,

ti troverai a usare l’autorità paterna in balia del potere

imparlabile che ti ha voluta contro il potere,

generazione sfortunata!

Io invecchiando vidi le vostre teste piene di dolore

dove vorticava un’idea confusa, un’assoluta certezza,

una presunzione di eroi destinati a non morire –

oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano

una meravigliosa vittoria che non esisteva!

 

 

 

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