Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Vincenzo Crosio

‘Koan, la parola che ci interroga’

 Breve introduzione-saggio sulla parola come linguaggio del divino

In genere i saggi sulla fenomenologia della religione e del sacro, anche i più consapevoli e scientificamente avanzati, si fermano alle soglie della domanda: cos’è il sacro e quale sia la sua lingua. In realtà già questo ci dice molto sul rito e sui linguaggi semiogenetici che ‘il sacro’ (categoria recentemente riaffrontata dalla scuola di santa Giustina in Padova e in particolare da Roberto Tagliaferri) attiva. In qualsiasi tempo e luogo si comprende proprio come la ritualità, a volte il linguaggio magico rituale, disegni una vera e propria mappa di Thom, ovverossia il teatro/luogo dell’umano che ‘recita’ l’omelia del sacro a volte ritualmente silente, a volte parlando ai più una lingua estranea,nel senso di misteriosa. Ma a veder bene non è così. Dai canti sciamanici siberiani, a quelli indo vedici, ai sutra, alle preghiere recitate in ebraico con la loro struttura musicale. Bellissimo ad esempio il canto musicato de ‘Il cantico dei cantici’ attribuito a seconda della tradizione a re Salomone o a suo padre, Davide, che essendo anche citaredo e guaritore col canto quale novello Apollo, probabilmente è il vero autore. Il canto poetico e ‘mieloso’(pieno di miele sono le tue labbra o mia gazzella dei monti…) è connesso ad una pratica della semiogenesi espressiva che non ha eguali al mondo. Tranne che ad osservare bene come i mantrajari indù siano esattamente questo, poemi in versi, ritmati, battuti sui metri di nove, dieci e dodici misure. Come acutamente osservarono Mauss e Granet, il metro di Anna virai fa degli inni vedici, dei poemi in canto e musica di una strana forza e persuasione poetica. Ricollegabili questa tradizione ai poemi omerici e alla successiva riscrittura sintattica e metrica dei poemi latini come l’Eneide e persino del De Rerum Natura di Lucrezio.’

‘Aeneadum genetrix, hominum divumque voluptas,
alma Venus, caeli subter labentia signa
quae mare navigerum, quae terras frugiferentis
concelebras, per te quoniam genus omne animantum
concipitur visitque exortum lumina solis

È il suo straordinario incipit, il cosiddetto Inno a Venere, dunque di iniziazione al sacro come potenza generatrice, in questo caso Venere. Ma non è da meno Dante Alighieri e la sua Comedia, riconosciuta sacra da Boccaccio che ne segnalò il progetto di lingua divina, di ispirazione divina oltre che architettonicamente organizzata come un’ascesi, una ascesa a quella che teologicamente poi Tommaso d’Aquino definì una ‘restitutio ad integrum’, la restituzione degli uomini alla loro integrità. Ma di chi e a chi? Questo è il punto. Che sia questo anche la scrittura giapponese del Koan, dell’enigma, come parola che ci interroga sul misterioso, che cosa sia questa cosmica invenzione? Può la parola attraverso il ritmo, cioè il suo scorrimento quasi come un numero infinito, giungere fino al suo creatore? Il Veni Creator Spiritus, è un inno liturgico dedicato allo Spirito Santo ed attribuito a Rabano Mauroarcivescovo di Magonza, vissuto nel IX secolo. Ed è forse la sua più alta invocazione. Sembra strano ma questa tradizione naviga anche in Dante come riesumazione storica e filologica nel primo Canto del Paradiso come testimonia un commentatore anonimo’

«Comincia la terza cantica de la Commedia di Dante Alaghieri di Fiorenza, ne la quale si tratta de’ beati e de la celestiale gloria e de’ meriti e premi de’ santi, e dividesi in nove parti. Canto primo, nel cui principio l’auttore proemizza a la seguente cantica; e sono ne lo elemento del fuoco e Beatrice solve a l’auttore una questione; nel quale canto l’auttore promette di trattare de le cose divine invocando la scienza poetica, cioè Appollo chiamato il deo de la Sapienza.»

Dunque si tratta di capire come l’empito e la voluntas come giustamente in G.B.Vico, vengono incanalati nella ritmica semantica, attraverso la canzone. L’ekpedan è il ritmo battuto con le mani o con i piedi meglio ancora, con una girata e una voluta (voltata, virata) che fa il verso da sinistra verso destra e per strofe cantate e dunque dove il canto diventa respiro e battito anche ‘cardiaco’ come sa benissimo il melodramma che è in prosa cantata. Tutto ha inizio dal ditirambo di Dioniso che più sacro non si può, nella tragicità del capro, antico dramma religioso, in cui il coro e poi la danza e poi la coscienza sacra della collettività rappresentava letteralmente la presenza della divinità in scena, in questo caso Dioniso stesso. Non diversamente, questa messa in scena della tenda dell’alleanza, in cui si attendeva la sua presenza in questo caso di D.o, la sua shekinà, anche qui con antichi canti e preghiere pre-yaveici, sciamanici fino in fondo, in genere processioni rituali guidate da donne. Magismo rituale e preghiera sono la stessa cosa? In qualche modo si, laddove questi si coniugano a vicenda in quello che Ugo Volli chiama ‘Topismo del sacro’. Rito, ritualità e filosofia dei luoghi, segnano questo Topismo, il cui antecedente storico teologico è niente meno che il Pardesh, il Paradiso terreste, lo stato della beatitudine iniziale, ove il primo dialogo tra l’uomo e la donna, la doppia immagine può avvenire nella somiglianza; dunque in tutti i riferimenti religiosi la manifestazione del sacro tra parola e luogo è questa dimensione sacra. In una scenografia, la prima, in cui viene anche detto l’eros come inizio dell’epopea del sacro amore. Ma non è solo questo. Nella trasmigrazione dei popoli avviene qualche volta un miracolo straordinario e cioè che sia ‘la cantica’ giunzione, conciliazione delle differenze e non conflitto, come nel caso della perfetta convivenza nella Spagna degli Almoravidi di Ebrei, Cristiani e Arabi, esperienza che da luogo ad una filosofia teologica comune, una lingua comune, il ladino in cui il Dio comune viene celebrato ritualmente in una danza andalusa e gitana. Io ho riscritto questa lingua di mezzo in una ‘Cantica de Amor’ del 14OO circa in italiano e spagnolo di cui vi do contezza:

Cantica de Amor

(Reinvenmento de Amor)

Lo straziante amore della mia vita
mi segue per le strade al ritmo
del passo andaluso pieno
di tempo perso,
pieno del tempo
perso alla luce del tuo amore
sopra la terra e le montagne
luce di verità del tuo amore
sopra la terra e le montagne,
perso alla luce del tuo amore
m’aggiro per le strade
in cerca della tua ombra
sotto il portico ombrato
e lo zampillare dell’acqua,
la fonte a cui mi abbevero
nelle giornate di sole caldo.
Vado cosi in cerca sotto la calura
di quell’acqua che mi disseta,
di quell’amor che da tristezza mi sollevi.

El amor desgarrador de mi vida
me sigue por las calles al ritmo
del pase andaluz completo
de tiempo perdido,
lleno de tiempo
perdido a la luz de tu amor
sobre la tierra y las montañas
luz de verdad de tu amor
sobre la tierra y las montañas,
perdido a la luz de tu amor
deambulo por las calles
buscando tu sombra
bajo el porche sombreado
y el chorro de agua,
la fuente de la que bebo
en días calurosos y soleados.
Así que voy a buscar en el calor
de esa agua que calma mi sed,
de ese amor que me levanta de la tristeza.

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