Una raccolta bipartita, quella di Tamara Vitan, al secondo libro dopo l’esordio di Accade la luce (Firenze Libri 2022): si tratta di due sezioni che danno origine a una sorta di prosimetro, con una prima parte, Lettere a un’amica, in una prosa lievissima di riflessioni diaristiche e una seconda, eponima, in versi liberi. Si tratta di due sezioni che nelle rispettive modalità si parlano: il colloquio con l’amica morente, giunta sulla soglia fra vita e oltrevita, è una splendida riflessione sul valore della nostra esperienza terrena, da vivere non tanto alla maniera heideggeriana di un “vivere per la morte”, ma con una forte consapevolezza religiosa che l’oltre che attende alla fine non è che l’inizio della trascendenza.
Le parole all’amica, quindi, diventano molto più di una banale consolazione, ma configurano una profonda riflessione sulla vita stessa dell’autrice, e, di rimando, di tutti noi. “Qui fuori la vita scorre sempre. Tutto continua anche senza di te”, scrive Tamara Vitan (p. 29), che prosegue riflettendo su ciò che rimane: “Un’impronta, sì!” (p. 33), quindi un ricordo di ciò che siamo stati per gli altri, nella memoria dei nostri cari soprattutto, perché “Sento che se tu ti spezzi […] qualcosa si spezzerà anche dentro di me, per sempre” (p. 39). Non siamo lontani dall’altezza (insuperabile) dell’appello di John Donne “Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto […] Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità.” Gli ultimi giorni dell’amica, che resterà una “presenza […] seduta accanto a me” (p. 49), sono seguiti passo passo, ma non banalmente descritti: ciò che fluisce sulla pagina è in realtà un’alta meditazione sulla vita e sulla morte, che trascende in più punti il mero afflato religioso per farsi sommesso grido di vita (ossimoro voluto).
Più lieve il tono della seconda sezione, che è composta da brevi componimenti in verso libero e affronta il difficile tema della salvezza, citata nel titolo della raccolta. Alla luce di una esperienza religiosa fortemente sentita, quale è quella della poetessa toscana (nata a Bucarest), la salvezza poggia su base morali, sull’attesa di “un cenno divino” di fronte allo smarrimento, per trovare “la retta via”: la preghiera è quindi soprattutto volta a se stessi, nell’attesa fiduciosa che sola può garantire la salvezza. Non c’è rovello religioso in Tamara Vitan, né l’ossessione del male e del peccato: la sua fede è soprattutto volta al lato luminoso dell’esperienza e alla fiducia che “arriverà la parola che confessa / Ti stupirai di averla sentita” (p. 76). La vita è quindi ascolto del creato e di se stessi come parte del tutto, con lo sguardo sempre rivolto in alto e verso una dimensione che raggiunge una valenza cosmica, perché “Anche le galassie / hanno un polso, / battono al ritmo del cuore” (p. 91).
Il vivido contrasto fra la tensione morale di questo assunto e l’apparente fragilità dei versi, sorretti da una sintassi minimale, ma mai minimalista negli esiti tematici ed espressivi, fa parte della cifra stilistica di una autrice originale, che non teme il confronto con i temi massimi della riflessione poetica e che è sempre capace di evitare ogni caduta nella retorica.


Gentile Mauro Ferrari se è lei tanti anni fa lessi un suo libro civiltà di poesia? Nn ricordo bene. Ci siamo sentiti un paio di volte al telefono x una pubblicazione che sfociò nn so xchè lei all’ epoca collaborava con la joker edizioni che ha che fare con la rivista la clessidra… Poi ho me lo regalò o me lo comprai un suo libro di versi il bene della visita mi rimane impressa una poesia della raccolta l’ uomo di fango mi corregga se sbaglio. Grazie! È stato un piacere risentirla in questa sede puntuale ogni sua osservazione un abbraccio!
Scusi il bene della vista.