Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La traccia

(M. Rothko)

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».


All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

[Gv 11,1-45]

Nel vangelo di Giovanni, sono disseminate della “tracce”. Vanno cercate e seguite per individuare la strada che si sta percorrendo.

Sono i “segni” in cui l’autore ha posto il suo annuncio. Fra questi segni (sette per la precisione) gli ultimi due sono quello del cieco che diviene vedente e quello di Lazzaro. Sono, per l’appunto, segni, tracce. Non c’è mai volontà di ostentazione di potenza. Sempre, c’è desiderio di parlare di qualcosa non facilmente esprimibile, di cui si parla meglio non parlandone ma solo gettando delle tracce da individuare e da seguire, come per mettere mano ad una composizione complessa non facilmente racchiudibile in un orizzonte unico, ma aperto a sfaccettature che solo un racconto può permettere di cogliere, senza sottacere nulla ma anche senza enfasi fuorviante.

Così, abbiamo visto la sete e la sorgente, il buio e la luce e, ora, il morire e il vivere.

Non si tratta di esperienze contrapposte, in cui il secondo elemento è risolutivo rispetto al problema sollevato. La sorgente non dipende dalla sete, ma chi ha sete può ben capire che cosa sia diventare sorgente. La luce non è il naturale compimento del buio, ma ne rappresenta la consapevolezza. Così, la resurrezione non è la soluzione al problema della morte, ma obbliga a chiedersi che cosa è vivere e che cosa è morire.

Insomma, una traccia non è mai un’evidenza.  Si fa domanda, interpellanza, provocazione.

La “resurrezione” di Lazzaro non è resurrezione. Lazzaro resta mortale, fra i mortali. Egli non è stato risuscitato; è stato restituito alla realtà comune a tutti gli altri esseri viventi, realtà a cui la malattia lo aveva sottratto. È semmai una “restitutio ad integrum” quella di cui Lazzaro è oggetto. È restituito all’integrità di ciò che egli è, alla totale ed autentica integrità. Lazzaro è restituito a se stesso e alla sua relazionalità.

Questa restituzione passa attraverso il pianto. Piangono Marta e Maria. Piangono gli amici accorsi. Piange Gesù. È questa relazione, di cui il pianto è segno, che costituisce l’ambiente in cui è possibile affermare:

«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.»

Non si dice “dopo che è morto”, ma “anche se muore”. E non si dice: “vivrà per sempre”, ma: “non morrà in eterno”.

la tensione che unisce le due affermazioni opera un cambiamento di senso nel rapporto tra morire e vivere. Per l’essere umano mortale, non-morire-in-eterno significa iniziare a vivere ora una vita che non può essere confusa con la morte, nella misura in cui, anche se la morte c’è, il Vangelo non le riconosce alcuna finalità e non le assegna dunque alcun posto all’origine.[B. Van Meenen,Le passage de la mort à la vie, in “Lumiere et Vie” 243 (trad. nostra)].

Non si tratta di pretendere di stabilire un “al-di-là” della morte, lasciando a questa il ruolo originario, senza cui non ci sarebbe vita. Come se la morte fosse il passaggio necessario per accedere alla vita.

In Giovanni, è Gesù che segna questa possibilità. È lui “la resurrezione e la vita”. Non ci può essere subordinazione alla morte. Infatti, il concetto di “vita” è posto in relazione a quello di “credere-in me”.

Chi muore, è colui che “non crede-in-me”. Chi vive è colui che “crede-in-me”. C’è un movimento che si instaura. In greco «credere-in-» si scrive con la preposizione “eis, che indica un movimento-verso”.

È questo “movimento” che genera vita e la stabilisce nonostante la morte. Non è un modo per superare l’indicibilità della morte. Non è un modo per rendere la morte accettabile. È l’affermazione della vita che si origina nel momento in cui nasce, cresce e si compie il movimento verso chi della vita è senso e pienezza.

“In prospettiva cristiana, la domanda non è più: come superare la morte? Ma: che cosa, nell’intimo, mi fa vivere? (Pierre Gisel).

Alle soglie di Pasqua, ci investe la domanda, ci interpella e ci inquieta:

Che cos’è “vivere”? Che cosa “morire”?

Non sono forse io quel morto “che già manda cattivo odore” a cui è urlato “Vieni fuori”?

Quali sono le “bende” che oggi mi legano e devono essere sciolte?

Che viso appare, tolto il sudario che mi nasconde la faccia?

Avrò ancora la pretesa titanica di liberarmi da solo? O riuscirò finalmente ad affidarmi per essere liberato e lasciato andare? La libertà ultima passa da una relazione. Chi piange per me e con me è anche colui che mi libera e lascia che io sia.

13

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *