di Kika Bohr
Ecco il seguito dell’intervista con Rita Vitali Rosati (la cui prima parte potete vedere qui)
Kika: – Ricordo ” Per fortuna ci sono anch’io ” una performance…
Rita: – Ricordo concretamente anch’io e non è solo un ricordo proustiano, così com’è indicato nella domanda, ma il tempo di questa performance si connota come una realtà che oggi è essenziale nella storia del mio curriculum. Per fortuna ci sono anch’io , ha visualizzato in uno slogan il progetto di accelerare l’urgenza di riconsegnare alla memoria un passaggio fondamentale che è stato quello del futurismo di Marinetti e del dadaismo del giovane Evola. Facendo della provocazione un segno che come quello di Zorro, indica che dove c’è sfida, c’è anche una belligeranza perché partendo dalla constatazione che da sempre “c’est l’argent qui fait la guerre” le grandi mostre istituzionalizzate si fanno con i grandi forzieri di Stato. Si è trattato di riformulare un evento avendo come obiettivo quello di duplicare, clonare la mega-mostra “Gentile da Fabriano” e company e l’altro Rinascimento, affrontando un improbabile braccio di ferro con l’ignaro Francesco Merloni. Utilizzando il linguaggio e la struttura di una campagna pubblicitaria virtuale, con poster, locandine, comunicati stampa, volantini, intervallati e accompagnati da una serie di azioni diversificate, occupando spazi non usuali dell’arte (per esempio l’aereo che vola trascinando il mio slogan preferito “Per fortuna ci sono anch’io” vero tormentone come ogni carosello che si rispetti).

Rita Vitali Rosati, 2006
Un lavoro di ” relazione “, perché la necessità di un confronto, di un dialogo già vent’anni fa faceva i conti con la mia aspirazione al gioco, trovando negli ascoltatori, come li definiva Carmelo Bene “una platea di morti”.
L’artista è sempre solo contro tutti e lo scenario è il medesimo, a Fabriano come a Milano. Vincono e fanno la Storia le grandi espressioni economiche. La deriva psichica a cui stiamo assistendo sta facendo passare con il rosso ogni anomalia deteriorando ogni previsione sul futuro prossimo venturo. A questo mondo senza dignità senza etica l’arte rinnova le sue impopolari domande al solito pubblico più che mai democraticamente narcotizzato. Perché le risposte seguono con scrupolo le “regole della Community” e questo deve bastare.




Kika: – Gli altri libri fotografici ( ho in mente Inventario, Ahi, la Passiflora non è una passeggiata en plein air… )
Rita: – La fotografia concettuale trova la sua migliore certificazione nella essenziale monografia La vera storia della fotografia concettuale di Adriano Altamira, singolare traduttore, oltre che artista lui stesso, di quelli che sono stati i passaggi dalla pittura delle varie correnti a un nuovo medium espressivo circoscritto alla fotografia.
In questi ultimi trent’anni ho affiancato alla mia ricerca la realizzazione di libri fotografici facendo di questo linguaggio (come quello dei video) uno strumento di indagine preferenziale.
Scegliendo e privilegiando argomenti, idee e concetti per lasciare alla fotografia il compito di evolvere il tutto in immagini. Da qui l’input concettuale dei miei “artefatti” tridimensionali. Ho messo in campo quel filtro anticonvenzionale per meglio osservare e registrare l’eros drammatico della vita, per arrivare al punto principale delle cose anche con uno sguardo ironico, ribaltandone i punti di vista. Non priva di una coraggiosa attitudine trasgressiva, destabilizzante, un segnale emblematico di una volontà socialmente impegnata e libera. Indirizzando verso il “capitale umano” la mia comunicazione sociale, coniugando il flusso del gioco e anche il suo nonsenso come le trame più nascoste.
Il libro Ahi riveste il ruolo di una performance documentata per mezzo della stampa foto dopo foto, per sottolineare e mettere in luce la nostra quotidianità esposta alla spettacolarizzazione, inesorabile e indisturbata come negli show televisivi. Per additare e allo stesso tempo confondere la tragedia umana e il suo esatto contrario.
La Passiflora non è una passeggiata en plein air affronta il tema della malattia come il limite del tempo che opera attraverso il male. Attraverso un viaggio, quello della percezione e dei diversi rimandi iconici non disgiunti da quelli poetici per rendere coesi la duplicità dei segni e le sue variabili. Il sottile filo della provocazione è sempre latente e inevitabilmente rimanda a Les fleurs du mal di Charles Baudelaire, al viaggio immanente verso l’inferno quotidiano. Il tutto tramite l’utilizzo della metafora, della passiflora appassionata e nel finale disadorna. Durante l’esecuzione delle foto c’è una migliore messa a fuoco dell’idea originaria e mentre i modelli assumono gli atteggiamenti suggeriti succedono cose imprevedibili. Prendendo vigore la responsabilità e la gravosità di questo impegno e la consapevolezza che l’arte è patrimonio di tutti, prova a cui l’artista risponde.

Rita Vitali Rosati, Ahi, 2010

Rita Vitali Rosati, La Passiflora non è una passeggiata en plein air, 2013

Ancora da: La Passiflora non è una passeggiata en plein air, 2013
Kika: – Le cartoline (come finta pubblicità)
Rita: – Postcards, un progetto durato alcuni anni attorno ai ’90. Così scrivevo : “Carissimi estimatori delle mie postcards, il mio lavoro, spiegato come un controcanto, consiste nello spedire immagini formato cartolina, di dimensioni variabili inviate a molte persone del mondo dell’arte e non. Alcune di queste immagini le ho stampate in grandi dimensioni per accertare e potenziare la forza del messaggio, il cui contenuto è l’espressione di un processo di alfabetizzazione sui significati assoluti dell’immagine seriale.
Mi piace ricordarne alcune : Aria Fritta, Voyeur, KO, Ore liete, Intervallo, Kamikaze ,Diesel, Fratelli d’Italia, Relax. Un modo di inventarsi la vita e inventariare dubbi, sospetti, interrogativi, quelle sollecitazioni che si insinuano alla mia attenzione. Mi piace spiare i dettagli della quotidianità ed etichettarli come requisiti del nostro sguardo: sono una voyeur e amo rendere visibili le speculazioni della comunicazione. Non continuiamo a fare finta di niente insomma, riprendiamo la parola e comunichiamo ciò che sentiamo urgente, allarmante, intollerabile ed essenziale. “In mezzo è l’aria”, mi suggerisce Ghezzi e quale suggestione migliore di compiacimento, (perché no?), ritrovarsi tra le mani come in un tempo trapassato, un artefatto residuo di una memoria ancorata al lessico della tradizione. Oggi super-superata dai potenti software in azione, da una comunicazione ravvicinata ma sempre più inespressiva, disumanizzata, illusoria e depotenziata. Al di là delle abbaglianti apparenze e dell’esplicitamento sommerso.
Alle mie Postcards solo il ruolo di reliquia?

Ecco le cartoline di Rita Vitali Rosati. Riceverle era una festa.

