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Niente facili “promenades” con Rita! (2)

di Kika Bohr

Ecco il seguito dell’intervista con Rita Vitali Rosati (la cui prima parte potete vedere qui)

Kika: – Ricordo ” Per fortuna ci sono anch’io ” una performance…
Rita: – Ricordo concretamente anch’io e non è solo un ricordo proustiano, così com’è indicato nella domanda, ma il tempo di questa performance si connota come una realtà che oggi è essenziale nella storia del mio curriculum. Per fortuna ci sono anch’io , ha visualizzato in uno slogan il progetto di accelerare l’urgenza di riconsegnare alla memoria un passaggio fondamentale che è stato quello del futurismo di Marinetti e del dadaismo del giovane Evola. Facendo della provocazione un segno che come quello di Zorro, indica che dove c’è sfida, c’è anche una belligeranza perché partendo dalla constatazione che da sempre “c’est l’argent qui fait la guerre” le grandi mostre istituzionalizzate si fanno con i grandi forzieri di Stato. Si è trattato di riformulare un evento avendo come obiettivo quello di duplicare, clonare la mega-mostra “Gentile da Fabriano” e company e l’altro Rinascimento, affrontando un improbabile braccio di ferro con l’ignaro Francesco Merloni. Utilizzando il linguaggio e la struttura di una campagna pubblicitaria virtuale, con poster, locandine, comunicati stampa, volantini, intervallati e accompagnati da una serie di azioni diversificate, occupando spazi non usuali dell’arte (per esempio l’aereo che vola trascinando il mio slogan preferito “Per fortuna ci sono anch’io” vero tormentone come ogni carosello che si rispetti).

Rita Vitali Rosati, 2006

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Sessantaquattro cappellini da donna in feltro degli anni quaranta

di Kika Bohr

“Kosuth dice ciao a Ensor” (foto di Mauro Meschino)

Da piccola sempre col berretto di lana. Negli anni del liceo sempre a testa nuda, capelli al vento. All’università indossavo ampi cappelli di feltro da uomo, ereditati dai nonni o comprati alla fiera di Senigallia. In camera mia ho una cappelliera – dono di un’anziana vicina di casa – in cui custodisco ancora gelosamente quella decina di cappelli cui sono legati vari ricordi. Non avrei mai pensato di fare qualcosa con i cappelli che consideravo un significativo capo di vestiario – perché copre la testa – ma comunque capo di vestiario e basta.
Tutto è cambiato nel giro di pochi giorni. Continua a leggere