La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Massimo Morasso

Fare luce con la poesia – intervista a Massimo Morasso

Per Massimo Morasso la luce è un principio ontologico che coincide con la capacità di conoscenza della realtà sia essa fisica che metafisica. La poesia non deve addolcire o consolare, né risolversi in una sterile diatriba fra luce e buio come un fatto estetico, piuttosto deve farsi carico di aprire un accesso alla verità.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?

Sì, ma a una condizione: che non confonda la luce con l’ottimismo, tanto quello della ragione quanto quello del sentimento. Nella nostra più alta tradizione poetica e teologica, la luce non è mai stata un accessorio consolatorio – è un principio ontologico. Dalla Genesi ai presocratici, dalle Enneadi alla Divina Commedia, dagli Inni alla notte alle cose estreme di Mario Luzi la luce coincide con l’Essere, con la forza di manifestazione del reale.
Il Novecento ha spesso assolutizzato il negativo, fino a farne una postura estetica. Ma il buio, se diventa sistema e refugio scepticorum, smette di essere un veicolo di conoscenza, com’è, per intenderci, la fase della “notte oscura” nel percorso dei mistici.
La poesia, oggi, ha senso solo se riapre un accesso alla realtà – e la realtà ha bisogno della luce per rendersi visibile.
Cantare la vita significa semplicemente esporsi alla sua evidenza: che non vuol dire addolcirla, né sublimarla.

La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?

Può, senza alcun dubbio, anche se non nei termini di un tempo. Il sacro, oggi, non è più garantito da un orizzonte culturale e rituale condiviso: va riattivato, e misurato nei sensi, intesi come le porte tramite le quali l’invisibile può transitare in noi.
La poesia è uno degli ultimi linguaggi capaci di farlo, perché lavora sulla soglia tra dicibile e indicibile. Non ha bisogno di dimostrare la sacertà di ciò che esiste: la fa accadere come esperienza.
Quando il linguaggio poetico è autentico, rompe l’automatismo percettivo. E in quella frattura – in quel crac metafisico – apre a qualcosa d’altro, riuscendo a “far simbolo” fra il lato tangibile e quello intangibile dell’universo creato.
La poesia che vale evita di mettere in parola una didattica del sacro, ma continua a riattualizzarlo per immagini e per suoni.

Cos’è per te la luce?

La luce è l’apertura del mondo. È quanto strappa le cose all’indistinto e le costringe ad apparire, permettendoci di vederle.
Dire “luce” per me significa chiamare in causa il luogo in cui il reale accade, dove prende forma e si offre al nostro sguardo. Senza luce non c’è oscurità: a pensarci bene, l’oscurità è ancora una figura della luce. Senza luce c’è solo ciò che non ha volto, né distanza, né nome. Anche per questo la mia poesia non può sottrarsi all’idea della luce come origine, come generazione continua e, forse, come fine.

La parola ai versi

Non mi rassegno al pensiero della notte
la mia dissoluzione il mio
non esserci.
Dal fango del laghetto
ho visto alzarsi in volo un’anatra.
Dietro alle canne
sentivo correre i miei cani, ansanti.
Luce. Luce.

(da Le poesie di Vivien Leigh, Marietti 2005)

*

Pensando agli altri mondi
stanotte inseguo sogni di maestà
nei nessi che collegano ogni vita
a un intravisto varco celestiale. Sogno
generazioni e ceppi millenari
come fiorenti irresistibili che scoppiano
buttando su dalle radici
altre radici, più profonde. Come una piccola luce,
come una piccola tenera luce
sospesa in questa grande orfanità,
nella speranza dell’attesa,
in questa grande architettata orfanità
penso il pensiero dell’inizio immaginato
in ogni semplice cosa.

(da La caccia spirituale, Jaca Book 2012)

*

Tu che un tempo eri tutto
mi seguirai nel castello dell’anima
come il cagnetto in un vicolo incontrato
in cui mi riconobbi
sgambetterai strusciandoti guardandomi
fino allo spazio smisurato
dov’è un grande binocolo puntato.
Lì i fuochi diventano ciechi
per eccesso d’altezza
c’è come una caduta delle immagini nel nulla

una notte gravida di luce
sorella del mistero che ci unisce.

(inedita)

Massimo Morasso è nato a Genova. Germanista di formazione, è poeta, saggista e traduttore. Ha pubblicato una ventina di libri, tra i quali, in versi, il vasto ciclo poetico de Il portavoce (L’Obliquo, Raffaelli, Jaca Book 1997-2012 e Algra 2023) e Frammenti di nobili cose (Passigli 2023) con il quale ha vinto il Premio Flaiano Poesia 2024. Sul piano critico, in Re-visione della poesia (Industria & Letteratura 2024) ha articolato una prospettiva di lettura in chiave anagogica della poesia, che mira a recuperare la funzione “ascensionale” del testo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *