Recensione per Restituzione di Ilaria Palomba
(Interno Libri Edizioni, 2025)
di Francesco De Girolamo
La raccolta poetica Restituzione di Ilaria Palomba, pubblicata alla fine del 2025 da “Interno Libri Edizioni”, rappresenta il capitolo conclusivo e più luminoso di una densa quadrilogia sul dolore e l’esplorazione dell’“Io”. Il libro, impreziosito dalla prefazione di Gianpaolo G. Mastropasqua e dalla postfazione di Silvio Raffo, si propone come un diario catartico di una rinascita, capace di rielaborare un’originaria fase di crisi, dalla quale una personalità ferita e riemersa completa la sua parabola di un superamento, di una crescita e del suo percorso verso una consapevolezza più salda e profonda della propria volontà e potenzialità vitale.
Ma la raccolta, nel suo scandaglio tanto tenace e risoluto, non si limita certamente a raccontare una vicenda esistenziale, pur tanto emblematica: attraversa il riflesso del vissuto, lo esplora in profondità, oltrepassa completamente la mera narrazione. L’autrice traccia un percorso in sette tappe (Alluvione, Catabasi, Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica) dove la voce poetica si muove tra il crollo e la ricomposizione, in bilico tra ombra e luce. Un viaggio interiore, che parte da uno stallo e da una successiva radicale ripartenza per arrivare alla conquista di un nuovo equilibrio, senza scorciatoie, senza facili consolazioni.
La forza di queste pagine sta proprio in un movimento continuo: si scende, ci si perde, ci si dissolve, e poi improvvisamente si risale. Il corpo e la memoria si fanno terreno di gioco, mentre la scrittura resta il filo che tiene insieme i pezzi. Palomba lavora con un verso che va dritto al punto. Tagliente quando serve, visionario se la materia lo chiede, ma sempre ancorato a qualcosa di reale, di vissuto sulla propria pelle. Qui non c’è retorica, c’è carne.
Tra il mito e il quotidiano, le radici personali e gli archetipi, il libro apre spazi vastissimi, in cui la scrittura non si chiude dentro l’originario retroterra personale. Già in “Alluvione” la voce esce un po’ da se stessa, dalla rievocazione del proprio intimo vissuto, per osservare un paese fantasma distrutto da un maremoto, una bambina tagliata più e più volte dall’oceano:
“da oggi appartieni a questo buio di falene / a questo vuoto passaggio del mare / a questo mare di onde e schiume / a questo sangue che mi macchiò le vesti / a questo vento che sparigliò le acque / a queste rocce franate in voci”.
E in “Mistica” lo sguardo si fa ancora più ampio, fino a fare persino riferimento alla tragedia di Gaza:
“Siamo pronti a girare a vuoto. / Chi fu trafitto trafiggerà, / chi impazzì accuserà di follìa / chi fu schiavo schiavizzerà, / chi fu ucciso ucciderà, / i popoli sterminati, stermineranno.”
Il libro, allora rompe ogni residuo schema di “poesia confessional”. Trasforma il proprio dolore in un canale dove scorre il dolore del mondo e di questi tempi tanto travagliati e crudeli.
Tra i testi più emblematici e laceranti della raccolta spicca la poesia che si apre con “La notte prima della crocifissione”, nella sezione “Catabasi”. Qui la poetessa sposta subito il lettore in un tempo sospeso, quello della vigilia del trauma: “guardammo le frane e la terra, guardammo l’algore dell’uomo”. È uno sguardo collettivo, senza alibi, che registra un crollo e insieme una colpa: “nessuno seppe chiedere perdono”.
La voce si fa poi singolare e inquieta nel domandarsi. “Perché sono tornata adesso?” Il ritorno non ha una ragione pura, è per “sconquassare la ruggine nelle mani”, cioè per smuovere ciò che il tempo ha ossidato, ma è anche “per non sapere”, per restare nell’anestesia di chi “non ha coscienza delle piaghe”. È la condizione di chi esce dal confessional per entrare in una zona più vasta, dove il dolore personale si fa soglia.
Lo sguardo si alza infine “nell’altissimo”, a cercare “l’uomo, la via baluginante nella gioia”. La gioia non è piena luce, ma bagliore incerto, traccia da inseguire dopo la rovina. E la chiusura, secca e senza consolazione, fissa una legge della raccolta: “Alla ferita succede l’abbandono”.
In poche righe il testo riassume l’intero arco di Restituzione: discesa nella frana, corpo segnato, ricerca mistica ferita, e assenza di facili resurrezioni. È una poesia che non sembra voler offrire una redenzione, ma un’impietosa testimonianza. E proprio per questo diventa forse una possibile chiave di lettura di tutto il libro.
Chi legge, di passo in passo, non può restare fuori a guardare: viene trascinato dentro. Non per trovare risposte pronte, ma per riconoscersi nel gesto stesso di cercare. Ed è qui che la poesia smette di essere solo testo e si fa esperienza viva, uno strumento per mettere ordine nel caos e nominare il dolore, trasformandolo.
Restituzione parla a chiunque abbia attraversato la perdita, lo smarrimento, i confini sottili tra la lucidità e il disorientamento. Ma lo fa muovendosi con un respiro ampio, capace di unire l’intimo al simbolico. È un’opera necessaria, di quelle che non hanno paura del buio e che proprio lì dentro trovano la via per tornare a respirare. Una poesia sapiente, fisica, che lascia il segno e ti resta addosso anche dopo l’ultima pagina.
Sette poesie da Restituzione:
Di terra e sabbia le mani, /
di fango la spuma, /
le onde in rivolta, la spiaggia che frange. /
Avrei voluto fermarli, riportarli / dove non v’era che ombra. /
Ricordare il futuro. /
Scavatemi un lembo /
nella ferita del velo, /
restituitemi al cielo.
*
Sarà forse il muretto della strada, /
strapiombo, campagna e precipizio. /
Il doppio nero, il doppio oscuro guarda /
ceppi infuocati, boscaglia al tramonto, /
vespro di tutte le solitudini. / Andremo sopra i carri del perdono, / arrubinate ai vespri come streghe, / abbandonate al mondo come sante.
*
Sacra luce delle cripte, /
accogli le carovane nel deserto. / Luce di cielo livido al martirio, /
nelle lingue del sole / ogni luce scompare.
*
Tu giocavi con la via della sparizione, /
dicevi di amare il mio respiro. / L’incanto smisurato nella pioggia, /
non dicevi quando saresti venuto, / se saresti partito o tornato. /
Ci saremmo rivisti in altre lune. /
Lo sai, nella notte, torneremo a essere.
*
Tutto il viaggio è un ritorno, /
un ritorno alla rosa di nessuno. /
L’avrai vista sfiorire tra le foglie, /
invietrarsi cava, pietrificarsi. /
È rifiorita – i petali strappati /
dal vento feroce di marzo – /
muore e si fa bocciolo, rifiorisce. /
Nella calma del tempio, /
prigionieri del bianco, /
ne scalderemo le ceneri.
*
Tutto raggiunge la pienezza, /
all’apice dell’estasi si torna in basso. /
Non ho mai vinto la bramosia / di esserci e sparire, di sparire dalla vita comune. /
È un’illusione, la sparizione, / sei sempre nel mondo, chiunque può vederti. / L’ebrezza illude di esser vivi, / forze che non sono certa di poter contenere. /
L’impermanenza della madre, l’inversione. / Voglio tornare indietro, tornare acqua, / non fiume, non mare, voglio / andare oltre la linea di confine.
*
Chi attraversa la notte possiede il giorno.


Intensa disamina di Francesco De Girolamo della silloge “Restituzione”, lo sguardo volto a profonda visione tra le istanze -duplici- che compongono la natura simbiotica, mai scissa in Ilaria, poetica e animica.
La Rosa che fiorisce incontro al Nulla, di Celan, torna a declinare il suo ineffabile transito polare; inquiete latitudini, controverse ai punti cardinali, ove smarrirsi od orientarsi. La cifra stilistica sdilinquisce tra sponde decretate da codice intimo, confluente in sponsale delta. Il mare appare di lontano, linea cobalto a limen di due confini, come liturgico assieparsi in trascendenze de- vote alla lingua del tra- passo.
Soggiace a ogni verso il tributo restituente il debordante mondo del dolore; coro esanime di ombre oblunghe tra crinali despoti alla lingua gentile. Si torna alle ‘cose’ dette e fugate nel silenzio sillabato a stento. Metronomo di una eternità in scala ridotta, esangue al richiamo di chi, “attraversando la notte”, forse, “possiede il giorno”.
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Cara Marina,
grazie infinite per le tue preziose parole.
Mi onora molto la profondità e la finezza con cui hai saputo leggere il mio intervento critico sulla raccolta di Ilaria Palomba: è un’attenzione rara e generosa, la tua, abituale e puntuale, che apprezzo moltissimo.
Un caro saluto.
Francesco De Girolamo