Riflessione di Fornaretto Vieri
Nei testi dell’ultima opera di Raffaela Fazio, “Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer”, che si caratterizza per levatura tematica e qualità stilistica, e in special modo nella prima sezione del libro, viene posto in massima evidenza il rapporto tra riflessione filosofica e canto.
Non posso fare a meno di sottolineare che, accostandomi alla produzione lirica di Raffaela, sono rimasto impressionato dalla consonanza della sua idea di poesia, del suo sentire e del suo fare artistico, con tutto ciò di cui mi sono convinto in tanti anni di riflessioni.
Per Raffaela, la poesia assume il pensiero, si misura con esso, se ne fa carico, ma nel momento in cui lo tocca per farlo suo, inevitabilmente lo trasforma, fino a portarlo oltre sé stesso. Perché la vera poesia giunge là dove il pensiero filosofico non ha la possibilità di arrivare. Mentre il dire teoretico, raziocinante è un dire che delimita, definisce e circoscrive, il dire poetando è sempre un dire oltre, un oltredire che porta lontano. E il lontano della poesia è però qualcosa che ci riguarda molto da vicino, riguarda la nostra essenza più autentica, è come un luogo di cui avvertiamo una struggente nostalgia.
La poesia, nel portarci lontano, è come l’amore: ci proietta nell’oltranza spaesante e stuporosa del mistero. La poesia, che, per usare le parole di Raffaela, «ha coscienza/ della sua insufficienza», assume tale insufficienza fino a farne la propria forza, fino a sfiorare l’ineffabile. Avverte Raffaela che «il vivere/ eccede sempre il detto». La poesia sa bene che non basta la «molatura delle lenti», che non sarà mai disponibile «un filtro che permette/ la mappatura dell’inapparente» (p. 21). La poesia sceglie, per usare ancora le parole dell’autrice, «di lasciare intatto/ il mistero/ che lei stessa invoca». È tensione verso qualcosa allo stesso tempo di familiare e di ignoto, perché, anche se «abbiamo casa/ nell’istante» e «non viviamo/che di stanza in stanza (intermittenza o snodo dell’intero)», e viviamo per così dire in una condizione di sineddoche, «la parte per il tutto» (come si legge a chiare note a p. 38: «tutto è connesso/ – trama di un unico velario»), «portiamo dentro – da sempre – uno sconfinamento». E la poesia dà voce a questo sconfinamento, è linguaggio sconfinante.
Raffaela stessa all’inizio del libro parla di «rendere omaggio all’inconoscibile frequentandone i margini» sulle tracce della «sottilissima orma che il mistero lascia di sé in mezzo a noi». Ma se ci si è innamorati del Mistero e della Vita, allora la risposta può essere proprio quella che Raffaela prende in prestito dai profeti dell’Antico Testamento: «Hinneni/ – eccomi! ci sono.» Sono qui, sono qui per venire a te, vivendo. Il che è anzitutto ritrovata consapevolezza, cito ancora i versi di Raffaela, «di ciò che ci accomuna/ e sopravanza».
Ciò che conta per Raffaela è quel sì che potremmo chiamare di assenso ontologico, un sì performativo che è un sì all’essere e all’esserci. Si tratta di una risposta di adesione totale alla vita, risposta che irrompe spontanea ma che è al contempo meditata, profonda: «ed è un Sì a fondo perduto/ senza ritorno/ che va ripetuto ripetuto ripetuto» canta l’autrice dialogando con Nietzsche.
Il sentimento profondo dell’esserci è, per Raffaela, un ritrovarsi con gli altri e negli altri, continuo coinvolgimento e partecipazione. Ossia l’esatto contrario dell’isolamento narcisistico dell’io. È proclamazione del kairòs dell’incontro e della portata veritativa dell’apertura all’altro: «E soprattutto corpi/ dentro ai quali/ la verità cammini/ diventi a ogni svolta/ su ogni traccia/ un tendersi di braccia/ un’occasione.»
Significativa risulta la risposta che l’io poetante dà all’istanza spinoziana del conatus come «istinto essendi» – istinto a conservarsi nell’essere, perseverantia in esse, o istinto di autoconservazione – contrapponendo ad essa il «gesto/ così, contro-natura» di coloro che hanno sacrificato sé stessi per gli altri: il sacrificio altruistico che è espressione dell’amore agapico, vale a dire della forma più alta di amore, di quell’amore che vuole il bene dell’altro prima ancora del proprio. Amore per la vita che implica una capacità di vivere la gioia anche sui crinali del dolore, in un continuo spostamento di confini: «Di giorno in giorno sarà/ una mina che salta/ in ciò che è circoscritto/ un’uscita continua/ dall’Egitto.» Un esodo dunque ininterrotto, che presuppone una precondizione ineludibile: il possesso di un habitus generoso di coraggio: «[…] Mi voglio/ dissidente/ davanti a chi ti dice: non hai scelta./ La vera libertà – ne sono certa – è quella che abbiamo di reagire.» E se imprescindibile risulta la vitalità del desiderio, ad essa sempre si accompagna l’incognita del rischio: «Ma in te/ riesco a sostare/ esposta più di prima/ al lampo dell’ignoto// se il desiderio/ è volo per metà/ e per metà/ altissima caduta.» Come pure ad essa si accompagna l’inevitabilità del sacrificio. Rischio e sacrificio sempre accettati con determinazione: «Mi riporti in vita./ Mi ricordi/ della vita/ l’impossibile presa/ e insieme l’agile andatura. Io ne conosco la pretesa:/ lei intera/ si dona, ma tutto esige/ persino la rinuncia/ come un canto a cui votarsi/ anche quando/ si spezza la pronuncia.» Laddove pare di poter ravvisare chiaramente le ossimoriche coordinate del mondo poetico di Raffaela: l’impossibilità della «presa» e l’agilità dell’«andatura», l’esigente donarsi della vita che reclama persino l’atto del rinunciare, nella logica di un canto che può procedere anche spezzato, vulnerato, e distendersi a esprimere le esperienze dolorose della morte e della malattia, che non offuscano mai del tutto il fascino dell’esistenza, nella consapevolezza che se la bellezza «è vista/ dalla lente del dolore/ non è più solo bellezza:/ è grido/ che in alto nell’oro/ si avvita/ ultima accensione – ragione/ di vita.»
Dal punto di vista formale, la tessitura musicale di questi componimenti è sincopata, sempre risorgente, e la prevalenza dei versi brevi non inibisce l’espansione di versalità più distese e onniavvolgenti. Il dettato poetico risulta ritmicamente e sintatticamente mosso, vibrante, puntuale nell’aderire ai sobbalzi dell’animo e allo slancio delle convinzioni. Donde l’ininterrotto soppunto trascolorante delle rime, delle assonanze, delle costanti foniche. Ma dire tutto questo potrebbe sembrare riduttivo, se lo si intendesse semplicemente nel senso di una veste formale adeguata al contenuto. Perché non esiste contenuto poetico che prescinda in sé dalla forma che lo esprime.
La forma poetica – cito da Raffaela – «libera il pensiero, lo sovverte/ lo rende/ viva carne anche se tende/ a un altrove/ scegliendo/ di lasciare intatto/ il mistero/ che lei stessa invoca.» (pp. 19-20). Così enuncia in versi metapoetici Raffaela, spiegando in poesia cosa è poesia. La forma poetica rigenera e trasfigura la sostanza concettuale conducendola a livelli altrimenti inaccessibili («tende/ a un altrove»). Ed è proprio questo che stanno a mio avviso a significare i dialoghi della poetessa con alcuni dei più rappresentativi filosofi della modernità. A questi filosofi, riconosciuti per l’importanza del loro pensiero, viene ricordata quella irrinunciabile oltranza a cui la poesia sa alludere. Tutto ciò non nel senso di una bacchettata vibrata contro i raziocinanti interlocutori, perché la poesia non è mai supponente, bensì intende affiancare a sistemi filosofici ou tout se tient, e nel modo più affabile e colloquiale – «Io porterò un bouquet/ di fiori di campo», la verità emozionale dell’Erlebnis, dell’esperienza vissuta, concreta, esperienza il cui balenante nucleo veritativo può essere solo accennato, tenendo insieme il quotidiano e il trascendente, il presente e l’oltranza, il relativo e l’assoluto, in una rabdomantica quanto rigorosa ricerca che concilia dimensione estetica e positività etico-assiologica.
Per la poesia, come è detto nel testo rivolto a Popper, i «famosi cigni» è come se fossero «tutti bianchi». Essa non batte, infatti, le strade epistemologiche della verificazione e della falsificazione, ma persegue piuttosto la via dell’azzardo pascaliano, della scommessa esistenziale: «Allora, Signor Popper, so che la verità/ non è concessa/ (neanch’io mi affido/ alla ricorrenza come prova)./ Per questo finché posso/ scelgo la fede, il partito preso.» L’arte canta il mistero: non lo chiarisce, non lo svela: lo sente e lo vive: «Così nel giusto desiderio di chiarezza/ a chiarirsi/ non è il mistero vivo/ ma il porsi/ di ognuno al suo cospetto». Vivere dunque nell’avvertimento del mistero. È infatti costitutivo della poesia il thâuma, lo stupore, la meraviglia. E non solo come momento di innesco, di avvio, come lo è per il domandare filosofico, ma come sua condizione permanente e costitutiva (si ricordino a tal proposito le pagine del Fanciullino pascoliano). Non è proprio della poesia l’impiego dello scandaglio euristico, esplorativo, a fini esplicativi, di cattura primariamente concettuale. Lo aveva del resto dichiarato Montale fin dai suoi esordi con quel suo perentorio avvertimento: «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti». Non si tratta di scoprire formule risolutive. Il compito è in fondo molto più prossimo e al contempo arduo ed è quello che la poetessa compendia nell’immagine-emblema della scalata di un fiore: la «missione eterna/ di arpionare il senso/ scalare un fiore». La poesia, e l’arte in generale, dischiude una visione diversa nel reale. Essa è, come scrive Paolo Pera nella sua postfazione, «una ferita luminosa nel reale», riferendosi alla svettante chiusa del componimento dedicato a Baumgarten, fondatore dell’estetica: «E Bellezza/ è capire un girasole/ in modo più perfetto/ da quando sulla tela/ Van Gogh ha aperto/ incandescente/ un foro».
Non è un caso che, essendo l’esperienza estetico-artistica una delle vie privilegiate per pronunciare il sì illocutorio alla Vita, nel libro vengano menzionati vari pittori. Van Gogh è citato non solo nel dialogo con Baumgarten, ma anche nell’ultima sezione della raccolta. Là, troviamo splendidi testi su tre altri artisti. Rispettivamente su Edvard Munch (a proposito del dipinto che ritrae la giovane sorella morta di tubercolosi), con accenti che sfumano in toccanti memorie pascoliane: «Traspare assorto/ o forse solo assente/ il viso bambino/ già compreso nell’occhio del lutto// un occhio indeciso/ se chiudersi del tutto/ o restare aperto/ ancora un pochino». Su Caspar David Friedrich (il cui fratello morì per salvare lui bambino, caduto dentro il ghiaccio): «Nel tuo occhio da allora crepita l’abisso/ che preme sulla tela/ che ti chiama// – caduta senza fine verso l’orizzonte/ oscurità sublime nella quale l’immagine incagliata/ si mostra/ e si cela./ Dietro l’opale della lastra/ ti scongiura. La sua voce/ è dismisura»; serie, questa, di spezzature e enjambement che dicono tutto il dramma del sublime che risucchia e sconvolge nelle tele di questo straordinario pittore. Su Amedeo Modigliani, laddove si scandaglia l’enigma di quei volti che sono maschere autobiografiche perse nel vuoto dell’immota vertigine dello sguardo: «E il volto che indossi/ è schermo e spiraglio/ come maschera che amplifica la voce serrandone il mistero».
Non si può, avviandoci alla conclusione, non fare riferimento anche a quelle tre poesie con cui il volume si chiude e che costituiscono a mio avviso tre commosse quanto toccanti preghiere che si sviluppano per sorprendenti movimenti e immagini sempre struggenti: «Ti trovo – almeno credo-/ solo se ti seguo/ lungamente sull’onda/ in disarmo/ nelle risacche degli stormi», «Ma sei di colpo pace/ nel mutuo deflettersi di intrecci/ cascata/ di cellule, millenni, esopianeti/ un vorticare di possibilità». Colloquio d’amore che si fa intima trama di metafore e sinestesie trascoloranti sulla inconsutile sinopia dell’inesprimibile: «Sii paziente/ con me che chiedo prove/ non per capire:/ per non cadere/ dal tuo frondoso fiato. […] Dimmi che mi ami./ Fa’ che io veda/ al mattino la tua voce/ di notturni alveari». Versi che riescono a contenere e sprigionare passione e intuizione, con forza e, al contempo, lievità, fino all’explicit dell’ultima poesia: «Non darci vergogna/ o rimpianto/ né paura/ di essere il tuo sogno:/ creatura».
Vorrei a questo punto veramente concludere la mia riflessione con un ringraziamento a Raffaela per il dono che ci fa della sua voce poetica, la cui cifra inconfondibile è data, occorre ribadirlo, da uno straordinario intreccio di limpidezza di pronuncia, di intensità di sentimento e di profondità di pensiero, in un segno costante di genuinità e commozione.
