
LA LUCE DEL PENSIERO. NOTA PER GISELDA PONTESILLI
di Matteo Veronesi
Questa nuova raccolta di Giselda Pontesilli (degna erede del singolare classicismo della «Scuola Romana» degli anni Ottanta, legata a riviste come Braci e Prato Pagano, che rivisitò, con esiti di rara limpidezza e preziosa, ricercata naturalezza, l’antica poetica dell’ars celare artem, di una fluidità e di un nitore tutt’altro che ingenui, e anzi nutriti da un paziente labor limae, ed esito di una laboriosa e sofferta sublimazione e purificazione dell’esperienza e della parola) è degnamente suggellata da versi di assoluto valore, forse fra i più alti ed essenziali della poesia italiana degli ultimi anni.
Alludo alla successione di cinque componimenti che va sotto il titolo limpido e arioso di Come fa chiaro in noi: cinque sonetti, per così dire, senza rima (o con rime appena accennate, dissimulate, nascoste nel mezzo del verso, o trasmutate in sottili assonanze o consonanze, o contrappesate da sottilissimi rinvii fonici interni, vibrazioni latenti, sommessi e sommersi giochi d’eco), ma che di quella forma originaria e purissima, quasi archetipica, della tradizione lirica italiana conservano perfettamente ? come risorti da una lontananza di sogno, risaliti da un’immensa e per ciò stesso impercettibile distanza storica ? la struttura e il respiro.
Oh! dolce vivere, dolce parlare
ed essere concordi con quel sempre
che è a noi passato, futuro, presente.
Come una sola anima la terra
allora è nuova e ovunque di sé trova
immagine diversa, risplendente.
Viene in mente Petrarca, il suo sine tempore vivere, la sua luce interiore, intellettuale e memoriale («m’è rimasa nel pensier la luce»); il suo ultimo risolvere, infine, ogni cosa, ogni esperienza e figura e parvenza (pur nel consapevole vibrare all’unisono con il fremito fugace del divenire), nella «contemporaneità di tutti i tempi», come la chiamerà Luzi: «E le tre parti sue vidi ristrette / ad una sola, e quella una esser ferma / sì che, come solea, più non s’affrette, / e quasi in terra d’erbe ignuda et erma, / né «fia» né «fu» né «mai» né «inanzi» o «’ndietro» / ch’umana vita fanno varia e ’nferma. / Passa il penser sì come sole in vetro, / anzi più assai, però che nulla il tene».
«… noi, e in ogni tempo tutto, e tutto / portato a compimento», scrive la nostra autrice. Nel ciclico rito del ricordare, del trasmettere affetti e memorie di generazione in generazione (allo stesso modo che il tempo rinnova ciclicamente se stesso nel succedersi e nell’inanellarsi degli anni e delle stagioni), si profila qualcosa di simile ad una terrena e umana prefigurazione della plenitudo temporumracchiusa nel cuore del messaggio cristiano.
Ed è come se questa intensissima luce con cui il libro si chiude si proiettasse, poi, su ciò che precede; tanto che il testo (profondamente, premeditatamente organico, anzi quasi un piccolo romanzo in versi) va forse letto iniziando dalla fine (o, forse, visto come un ingranaggio testuale in cui, parafrasando Baudelaire, tutto può essere fine o principio, proprio come nel tempo ciclico di cui si parlava).
Non è casuale che il libro si apra con un’intensa rievocazione del clima culturale della Voce (appena sfiorato, attraverso un velo sottile, eppure doloroso e invalicabile, d’alterità e d’incomprensione, da Campana); e, in particolare, della tormentata scissione, della sofferta dialettica, in seno ad esso, tra l’assoluto letterario, la «religione delle lettere» che animavano la Voce bianca e, per converso, la passione umana ed etica dei “moralisti vociani?.
Un rapporto, un binomio, questi fra letteratura e vita, che l’autrice sembra voler risolvere facendole coincidere; vedendo nella vita vissuta, nella vasta condivisione di sentimenti, ricordi, valori da ritrovare, una fonte di poesia, e nella poesia stessa, di riflesso, un possibile tramite e strumento di persistenza e di permanenza, un possibile argine alla deriva e alla dispersione, inarrestabili e labili, del vivere.
Grandi autori come nomi oscuri, figure celebri come persone comuni, si stringono, idealmente, in uno stesso immenso abbraccio, in un coro uno e molteplice. L’antichissima Grande Catena dell’Essere, l’omerica Catena Aurea (che scintilla e balena anche in brevissimi lampi, in dettagli o ricordi minimi, fissati dalla poesia proprio sul limitare del buio, proprio un istante prima che siano inghiottiti per sempre dall’oblio) assumono ?nell’assolutezza istantanea e perenne della Parola-Luce ? le forme dell’«azione a distanza», della «nonlocalità» oggi indagata dalla meccanica quantistica, e per la quale il prima e il poi, il vicino e il lontano, non sono che concetti relativi.
A brillare nel pensiero è la «sostanza continua / inconscia della vita»; la «pura luce», la «forza del passato» che anche Pasolini vedeva incarnata tanto nel paesaggio quanto nell’arte, nella memoria, nella storia. «Un’aria / che sempre varia e sempre è presente / raccolta in se stessa»; il pascoliano «qualcosa di nuovo anzi d’antico», l’agostiniana pulchritudo tam antiqua et tam nova.
Si percepisce, anche nelle frasi più quotidiane e semplici, una «voce perenne». La poesia deve attraversare un lungo e arduo processo di meditazione e limatura, di perfezionamento tormentoso e incontentabile, per arrivare ad esserne l’eco limpida, depurata e assoluta, come un disegno o un mosaico in cui nulla difetta e nulla sovrabbonda.
Credo che tale raro prodigio abbia avuto luogo in queste pagine.
Matteo Veronesi
da Come fa chiaro in noi
Come fa chiaro in noi, così noi siamo
portati in un sol giorno a grande altezza
e un borgo antico, una campagna mesta
soccorriamo, al cui risveglio e al nostro
è grande festa; come in pianura
come in lieta brezza di primavera
andiamo in un sol giorno oltre le Alpi
a trovare un amico che ci aspetta.
Oh! dolce vivere, dolce parlare
ed essere concordi con quel sempre
che è a noi passato, futuro, presente.
Come una sola anima la terra
allora è nuova e ovunque di sé trova
immagine diversa, risplendente.
da “MARRADI?CORI”
Quando Dino Campana, povero “uomo dei boschi”,
d’inverno (“inverno dello scrivere nemico”)
col suo pregiato, tanto costato scritto,
cala alla Firenze vociana,
Scipio non c’è, l’ha lasciata
per la Germania: [dunque] la Voce stessa non c’è:
“Qui, la Voce nostra è finita” –
Scipio scrive a Giani mesi prima –
perché è stata smembrata, divisa,
ora, è pura letteratura, non più buona
“da impegnarci le nostre persone” –
Scipio scrive ancora –
Peccato! – uno dice: se c’era Scipio,
Dino non dormiva all’asilo notturno,
non andava da Vallecchi con “gli occhi a terra
e le mani rosse e gonfie di geloni
pendule lungo i fianchi”.
E non gli si diceva: “Sto lavorando, non vede?”
– non gli si concedeva l’onore di parlarci
per strada,
mentre veloci si cammina, e lui,
umiliato, ci trotterella al fianco.
Se c’era Scipio, Scipio era come Regolo
per Dino.
Era calato anche lui pochi anni prima,
dal Carso a Trieste
e da Trieste alla Firenze vociana.
da “SINISCOLA?ARTENA?CASTELNUOVO DI PORTO”
Una signora vecchia a un bambino:
“Sono così contenta
quando ti vedo con questa
crestina…
sembri un piccolo galletto”.
da “APRILIA?FILETTINO?”
Qui intorno, c’è chi compra
un lotto di terra e all’inizio
riesce a viverci in tenda,
o in roulotte
o in case fatte da sé
rimediate
che costano poco
e si pagano a rate.
C’è tutto un movimento
una vita
che in campagna si svela:
che sia qui, la sorpresa
la ripresa?
Che ammirazione, comunque sia, si prova
davanti a uomini
che sanno fare tutto: fondazioni, pavimenti,
impianto elettrico, camino…
e i loro modi di agire conviviali
col conoscente, l’immigrato, il vicino…
prestarsi attrezzi,
Quando passo nel comune di Aprilia
lo guardo sempre questo tabernacolo,
questa piccola edicola che sta all’incrocio
e oggi mi ci fermo finalmente:
ricorda i camini d’una volta,
vicino ha una tettoia
(così se piove, si sta al riparo,
se fa caldo, all’ombra)
e sotto la tettoia
due panchine.
Chi l’ha fatto?
Vorrei chiederlo a questa signora
che arriva in bicicletta
e ora si è seduta
sull’altra panchina.
Questo posto – penso –
mi ricorda il giardinetto e la cappella
che ho visto a Gigean
in Provenza
e tutti e due mi ricordano quello
che sta a Castello,
in Spagna.
da “Variazioni di una poesia”
?NOVALIS O EUROPA?
Com’è sicuro, com’è vero e chiaro
che tanti cari uomini
presenti/antichi
ci sono sempre intorno,
premurosi con noi
benevoli vicini.
Sono persone a volte
viste una sola volta
di cui dopo, d’un tratto, si ricorda
un solo tratto timido,
un domandare invano,
una frase.
Ora, che di loro tutto tace
che non possiamo parlarci, scusarci,
vederli fisicamente,
che più facciamo di noi? Che più speriamo?
Chi siamo? Non si sa, non si può
non c’è rimedio a niente.
Ma intanto, è grazie a loro
se ancora siamo trattati
umanamente
se io mi pento, e almeno in questo
ho un centro, è perché li amo,
li frequento.

Grazie mille per la condivisione.