Un ricordo di don Mario Torregrossa, di Augusto Benemeglio

Ciò che mi opprime non si può curare; è la mia croce e devo portarla da solo, …ma Dio sa quanto si è incurvata  la mia schiena per lo sforzo” 

(S. Freud)

“Ecco l’uomo” è un libro di Fabrizio Centofanti, Effatà , 2011, – dedicato a Don Mario Torregrossa, l’uomo del fuoco, del sole, l’uomo dell’insonnia, la faccia chiara del mondo, la goccia d’inchiostro di sangue e di miele, colui che non è più tra noi , e tuttavia continua ad essere freccia conficcata nell’altare, vetrata luminosa, croce di pietra e legno con nomi incisi tutt’intorno, memoria di memoria che si inventa una storia, cento, mille storie di mani tese , di voci e di gridi. 

“Ecco l’uomo” è il ricordo del santo bruciato vivo, nella sua chiesa,  la memoria che si fa cronaca, storia, coscienza del mondo  per sciogliere il nodo del tempo dei nostri egoismi/classismi/razzismi  che non mutano, nonostante tutto; lui è sempre lì, sopra il cielo grigio sporco della brutta parrocchia  di San Carlo da Sezze, parrocchia di periferia, che sembra una stazione ferroviaria del  vecchio West, ma lui , don Mario di Taormina, è l’aquila e la colomba, il bosco pensante, la lampada, il lapis, il coltello, lo zampillo, la benzina, il rosso e il nero, le labbra annerite , il corpo combusto, lo straccio avvolto nel suo enigma nudo.

Don Mario è il quadro appeso alle nostre coscienze deboli,  sta al chiodo, ancora al chiodo, sorridente, con l’unico dente rimastogli, è la voce viva gioiosa e commossa nel cammino buio, nel pianto, nello smarrimento, nella solitudine senza limiti del prete, del cuore del prete vero, dell’essere più profondo del prete, del pozzo infinito, dell’abisso oceanico. 

E quanto il “santo bruciato” sia ancora presente, quanto agisca con lo spirito potente della sua energia, lo scopriamo fin dalle prime pagine di questo libro nell’ora instabile di mezzogiorno o mezzanotte, nel suono del sassofono, nel tunnel, nel coro di commozione, nelle lacrime, – io credo, io spero, io amo,- nello stupore, l’incanto, la gioia, le mani e la coscienza del tempo senza limiti, nella tenerezza di sentirsi uniti e amati, nella scoperta degli assoluti, nell’eternità, (– oh, Dio!, quello era il paradiso, e non era una cosa noiosa, immobile, statica, o un dolce non più alla moda; no, era energia pura, potente, fragorosa, il fascio di luce di un angelo grigio e scalcinato che suonava il sassofono e t’invadeva tutto, fino alle radici  dell’essere).

Forse Don Mario non ha insegnato nulla di particolare a nessuno, ma chiunque è venuto a contatto con lui, con il suo spirito potente, è diventato “qualcosa”, qualcosa di vivo e concreto, è entrato nella vita vera. E’ stato un po’ come camminare al fianco di Cristo , sulla via di Emmaus: vivere l’istante che è eterno.

          

2 pensieri su “Un ricordo di don Mario Torregrossa, di Augusto Benemeglio

  1. giorgio stella

    banale tutti assieme in una mediocrità appunto infinita ecc ecc al limite confinato in un porcile. menomale che c’è la bottiglia. giorgio stella.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *