12 pensieri su “Luigi Maria Corsanico legge Mario Luzi. 21

  1. Luigi Maria Corsanico

    Mario Luzi – Di gennaio, di notte
    MARIO LUZI
    QUADERNO GOTICO
    VALLECCHI EDITORE – 1° gennaio 1947

    Lettura di Luigi Maria Corsanico

    Franz Schubert: Piano Sonata No.20 in A, D.959 – 2. Andantino
    Alfred Brendel, piano

    ~~~~~~~~

    Di gennaio, di notte
    quando lungo le sue vene lo spazio
    trepida per un vento inesauribile, ravviva
    negli alberi speranze ancora vane
    e li sveglia a una vita ancora incerta,
    troppo remota oltre le cime
    ed oltre le radici;

    nei giorni incerti ai crocevia del tempo
    nelle ore dopo la passione quando
    anche il dolore ha fine
    e l’anima si tiene appena
    che non frani nel suo vuoto
    e si chiede stupita più che ansiosa
    s’è quella l’agonia ch’è in ogni inizio
    o il termine, il termine di tutto,

    e accade che qualcuno
    per certezza, per afferrarsi a un segno
    mormori il suo tra il nome dei suoi cari
    ed è strano come murare lapidi
    su case per memoria d’un passaggio,
    d’una sosta nel transitare eterno,

    viso di molto amata un tempo
    che tra pagina e pagina del libro
    sfogliato senza termine degli anni
    hai la pace che dà l’essere fiochi
    e spenti sotto la crudele patina
    qualcuno soffia nelle tue fattezze,
    t’eccita, ti richiama al mio tormento
    quale fosti d’età in età, puerile,
    puerile sotto nuvole di marzo,
    giovinetta sgusciata da anni informi
    tra infanzia e pubertà, donna nel vento.
    Frattanto siamo divenuti grigi.

    Esco, guardo addossato ai muri alti
    la mia patria ventosa e montuosa,
    prendo fiato, poi seguo la via crucis.

    (da ‘Quaderno gotico’, 1947)

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  2. antonio sagredo

    Passaggio di stagione

    L’alba mi affossava le ciglia in un via vai di alberi scheletrici,
    l’adrenalina faceva cilecca col fiato increspato sulle gialle labbra
    e non avevo che un lebbrosario da cantare alle pustole esterrefatte
    in quel luogo che celebrava i fasti dell’urina e degli amplessi.

    Camminavo… io sui trampoli di una antica schiavitù e biascicavo
    canti e stornelli tra quei vessilli bianchi di un ospedale disossato,
    i gridi mi parevano i canti delle banderuole stroncati dalle ugole
    monche di un soprano che rubato aveva l’aria a una traviata.

    La panchina brillava di ramarro irritato dal sole di febbraio,
    sgusciava molluschi sfiancati dalla via d’argento, cristallina
    al gelo segnava un tragitto di catastrofi e un finale di pellicola,
    l’occhio di un regista s’accecava per una fine mai terminata.

    La primavera snervò il canto e il gallo con occhio di giumenta, torbide
    parole di leuca fasciavano l’attore moresco dai gesti incompiuti, le mammelle
    gelose del molo e delle spume schizzavano la propria indecenza sui marosi.
    Nelle mani avevo una collana di suicidi, di arcate, di navate in fuga – gelatinosa.

    Antonio Sagredo

    Roma, 5 aprile 2014
    (all’ora sesta)

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  3. Marcello Comitini

    Luzi a volte ci presenta dei versi oscuri a prima lettura, com’è di tutte le poesie che possono definirsi tali. Oscuri però soltanto se, leggendo non riflettiamo e non mettiamo insieme i nostri dubbi ai suoi, le nostre amarezze alle sue. Perché i dubbi e le amarezze di Luzi non sono quelle di un letterato che si diletta a scrivere poesie. Sono innanzi tutto umane, comuni a tutti gli esseri mortali. E le parole che usa sono quelle che noi usiamo ogni giorno. Certo Luzi le mette in ordine armonico, da vero letterato ne fa un canto. E di questo canto ci fa partecipi, ci coinvolge, ci dice : “Ecco vedi? Riprendi fiato, segui la via crucis”. E grazie a questa sua armonia noi sappiamo che la via crucis può essere percorsa anche da noi, povera gente, gente umile dalle mani vuote.

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  4. Luigi Maria Corsanico

    Ti ringrazio di cuore, carissimo Marcello per il tuo profondo commento, che ci aiuta a comprendere e amare la complessità della lirica dell’immenso Luzi.
    Ringrazio sempre con affetto grande don Fabrizio che sempre ospita le mie letture.

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  5. PIETRO EREMITA

    “gente umile dalle mani vuote.”… (?)
    veramente l’umiltà riempie le mani, tanto che traboccano di compassione e carità, e altro.
    ———————————————————————
    “immenso Luzi”…
    andiamoci piano all’uso degli aggettivi: sono dei tranelli e fanno male dapprima ai poeti che decantiamo troppo bellamente.
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    VI PREGO DI LEGGERE QUESTI VERSI, GRAZIE:
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    Maria!
    Il poeta canta sonetti a Tiana,
    ma io –
    tutto di carne,
    uomo tutto
    chiedo semplicemente il tuo corpo,
    come chiedono i cristiani:
    “dacci oggi
    Il pane nostro quotidiano”

    Maria – concediti!
    Maria!
    Io temo di dimenticare il tuo nome,
    come un poeta teme di dimenticare
    un non so che,
    come una parola nata fra i tormenti delle notti,
    uguale per grandezza a Dio.
    Il tuo corpo
    io prenderò ad amare e custodire,
    come un soldato,
    troncato dalla guerra,
    inutile
    di nessuno,
    custodisce la propria unica gamba.

    Anch’io sono un angelo, io lo ero,
    Onnipotente, che hai inventato un paio di braccia
    e hai fatto
    si che ognuno
    avesse la sua testa,
    perché non hai inventato
    che fosse senza tormenti
    il baciare, il baciare, il baciare?!
    Io pensavo, che tu fossi un Dio onnipotente,
    e invece sei un incipiente, un minuscolo deuccio.

    Quando ero fanciullo
    e mi sentivo perduto
    volgevo al sole gli occhi sperduti
    Anch’io sono un angelo, io lo ero,
    guardavo negli occhi come un agnello di zucchero.

    Quasi vi fosse lassù
    un orecchio che udisse il mio pianto
    un cuore come il mio
    che avesse pietà dell’oppresso.

    Uscirò fuori
    per dirgli in un orecchio:
    ascoltate, signor Dio…

    Io renderti onore? E perché?
    Hai mai lenito i dolori
    Di me ch’ero afflitto?
    Hai mai calmato le lagrime
    Di me ch’ero in angoscia?

    Buon Dio, tu che mi hai dato tanto
    Perché non ti sei tenuto per te metà dei tuoi
    doni, e non mi hai concesso
    in cambio di essere sicuro e contento di me!

    Onnipotente, che hai inventato un paio di braccia
    che hai fatto si che ciascuno avesse una sua testa,
    perché non hai inventato una maniera
    di baciare, baciare e ribaciare / senza tormenti?

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  6. antonio sagredo

    Prima di Natale come dono a questo blog interverrò con una poesia di Boris Pasternàk da me tradotta:
    LA STELLA DI NATALE.

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  7. Marcello Comitini

    L’umile, se veramente tale, sentirà sempre le proprie mani vuote. E se dovesse sentirle colme, chiederà perdono a Dio per aver peccato.
    Un poeta immenso non cadrà mai nel tranello. Sono solo i poetuncoli che attendono col batticuore che qualcuno, critico letterario e poeta, sciocco quanto lui, lo chiami immenso. Non sa, e lo teme, che solo rari poeti morti possono essere definiti immensi.
    Commentare i versi di un poeta, senza dubbio tale, con versi di gusto certamente dubbi nella forma e nella sostanza, è come sputare in viso a chi non può difendersi, a chi è morto. Se potesse difendersi volterebbe le spalle e lascerebbe l’altro al suo mediocre destino.

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  8. Ema

    Questi versi insegnano ad aver cura della vita. Solo così avremo dei ricordi ben curati capaci di farci prendere fiato.

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