Cosa non è poesia? E quanto contano i luoghi per diventare poeti? Parto da questi due cippi per raccontarmi. La seconda domanda è più facile, la prima è a forte rischio retorico. Proverò ad evitare la trappola dell’elenco. Mi sento fortunato, ho vissuto due vite diametralmente opposte. La prima in un paese sperduto delle colline joniche calabresi, la seconda nell’unica metropoli italiana. Dall’innesto tra questi due luoghi si è concretizzata la mia poesia. Oggi non saprei immaginarmi privo di versi. Almeno uno al giorno, un piccolo mattoncino.
Ma torniamo ai luoghi, ai contrasti. Per scrivere ho bisogno di concretezza, di materia che scintilli. Mi serve la terra per immaginare il volo. Mi serve l’odore del cemento per innescare la potenza della memoria. Mi servono i tondini arrugginiti, le crepe sui muri, il profumo di elicriso per raccontare la tragedia del ponte Morandi. È come se, per scrivere, abbia bisogno dei miei strumenti acquisiti nei primi anni di vita. Mi sento un artigiano (lo sono per guadagnarmi da vivere) delle parole, le mie parole. E in questo bagaglio ben fornito è necessaria la parlata dialettale. Il dialetto mi fa stare a casa, ovunque sia. È il mio amico intimo, l’energia che mi sostiene, l’amante che non pretende nulla. Dialetto e italiano lavorano a braccetto, nessuna antipatia. Le mie non sono versioni ma riscritture. I testi devono funzionare in entrambe le lingue. Il dialetto mi permette di mantenere uno sguardo vergine sulla realtà, mi costringe a guardare da vicino le cose, a chiamarle col loro nome. La parola e la cosa coincidono.
Ho scritto cinque libri in 20 anni. Nei primi ho ricostruito il mio borgo, ho ridato vita a persone, paesaggi, animali, emozioni (Pethri ‘i limiti, Pietre di confine, Moretti & Vitali, 2005 la mia prima raccolta). Un lavoro sulla memoria in cui ho cercato di evitare la retorica della nostalgia, mettendo in evidenza gli aspetti crudi, faticosi ma anche lirici di un mondo rurale ormai in agonia. Successivamente ho raccontato l’emigrazione, non solo mia. Necessario un nuovo sguardo, primordiale o disincantato, sulla città. Una città che offre tantissimo ma altrettanto chiede. Una città, Milano, che non ringrazierò mai abbastanza. E, nell’ultima fase del mio percorso poetico, la poesia cosiddetta civile. La tragedia del ponte Morandi (Ponti sdarrupatu, Il crollo del ponte Passigli, 2021) l’ultima fatica; e attualmente un progetto su alcuni delitti di ndrangheta. Nel frattempo, assieme alla poetessa lombarda Giovanna Sommariva, è in punto di arrivo un lavoro a quattro mani sull’emigrazione dei giorni nostri. Questo, in sintesi, il mio cammino da poeta. Cammino, ci tengo a dire, sempre accompagnato da importanti letture, non solo poetiche naturalmente. E suffragato da una innata curiosità verso tutto ciò che si muove o sta fermo. Tutto quello che esiste m’interessa. Ritengo altresì che lo studio della parola vada di pari passo con l’atto creativo. Lettura significa anche gioia, godimento della bellezza; la lettura è un dono della vita che ci rende fecondi. E terminiamo con la risposta al primo quesito. Penso che ci sia molto di non poetico al mondo d’oggi. Il volgare non è poetico, la saccenza tanto meno. L’avido è lontanissimo dalla poesia, il violento e il tracotante e l’ignorante. L’indifferenza che si può raccogliere con le gerle per strada non è poesia. Molto umano ha perso, se mai ha avuto, la poesia. Sembra che l’umano abbia urgenza di spogliarsi di ogni parvenza di poetico. Solo l’infanzia riesce a salvarsi e talvolta l’età matura. Poi ci sono, naturalmente, le eccezioni. Però il quadro mondiale è tinto di grigio. E allora meglio concentrarsi sul micro, sugli animali, sul verde della natura, sui rumori della città, sulle cose inanimate (Chi può dire, tra l’altro, che le cose non abbiano un’anima?). Lo so, come avrete notato, sono caduto nella trappola dell’elencazione, ma tant’è. E forse anche in un tantino di retorica ma va bene ugualmente. Ho un’età, posso permettermelo, forse. Per finire, malgrado i tentativi di volgarizzazione e banalizzazione planetari, credo ancora nel potere della parola poetica. Purché ci sia dietro un grande lavoro di studio e approfondimento e davanti una visione, magari non nitidissima, ma potente e fortemente motivata.
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Dalla raccolta Ponti sdarrupatu ( Il crollo del ponte, Passigli 2021)
SAMUELE (Pilasthru n.31)
Stannu mpisi comu sònna vaporati
‘i domandi anudeja d’i figghjioli
nto temphu chi frana sutt’è pedi.
E se penzu ca‘u picciulu Samueli
pista forti ‘i nocchi nto vithru
nzin’a ciangiri l’occhji, pista
nta lamera chi diventa muru
ammata ‘a notti nt’è sònna
se penzu a’ paghura, eu cadu
nta nu thrummentu senza sarvazzioni.
Ndavi u nc’è na cosa cchjiù ‘i jà
chi mi gavita ‘u manicommiu
‘n ferraru ‘i palori e fatthi
chi raschjia, sarda, pitta
e po’ se servi nchjiova
e zala ‘nfacci d’a filesa
‘n nomu, ‘n comu, ‘n sensu.
‘I pethri vannu scurpiti
comu facci singati d’i viddhani
vannu battuti novi moneti
c’u hjiatu risistenti du doluri.
Puru se ‘u cielu è griggiu
e nc’è n’arietta frisca
‘a ricchji u senti ‘u zzuccu
du castagnu. Nto voscu
ogni matina è festa.
A mmerda urgi sempi ‘i carizzi.
SAMUELE (Pilastro n.31)
Stanno sospese come sogni
evaporati le domande dei bambini
nel tempo che frana sotto i piedi.
E se penso che il piccolo Samuele
batte forte le nocche sul vetro
fino a piangere gli occhi, batte
sulla lamiera, che diventa muro
se penso alla paura, io cado
in un tormento senza redenzione.
Dev’esserci qualcosa oltre
che mi eviti il manicomio
un fabbro di parole che raschi
saldi, tinga e poi se occorre
inchiodi e urli in faccia alla voragine
un nome, un come, un senso.
Le pietre vanno scolpite
come i visi rigati dei contadini
vanno coniate nuove monete
col fiato resistente del dolore.
Anche se il cielo è grigio
e c’è un’arietta fresca
l’orecchio ascolti il tronco
del castagno. Nel bosco
ogni mattina è festa.
Lo sterco ha sempre urgenza di carezze.
*A Samuele, 7 anni e mezzo, la più giovane vittima del crollo del Ponte Morandi. E ai suoi genitori Roberto ed Ersilia.



Nel leggere queste righe, e questi versi, mi sembra di respirare la vita, oltre la disumanizzazione di ciò che non è poesia, dunque non è umano.