Cosa non è poesia? E quanto contano i luoghi per diventare poeti? Parto da questi due cippi per raccontarmi. La seconda domanda è più facile, la prima è a forte rischio retorico. Proverò ad evitare la trappola dell’elenco. Mi sento fortunato, ho vissuto due vite diametralmente opposte. La prima in un paese sperduto delle colline joniche calabresi, la seconda nell’unica metropoli italiana. Dall’innesto tra questi due luoghi si è concretizzata la mia poesia. Oggi non saprei immaginarmi privo di versi. Almeno uno al giorno, un piccolo mattoncino. Continua a leggere
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Intervista ad Alfredo Panetta, di Raffaela Fazio
La tua scrittura si muove su due binari: il dialetto materno, quello di Locri (Reggio Calabria), e l’italiano. Il risultato è solido e convincente in entrambi, per l’estrema cura che dedichi all’aspetto specifico di ciascuno (con il loro rispettivo lessico, ritmo e timbro). Cosa significa per te scrivere in dialetto e cosa significa scrivere in italiano?
Grazie per la domanda, Raffaela; penso tu abbia centrato al primo colpo il nocciolo del mio lavoro più intimo sulla parola. I binari sono due, come tu correttamente affermi, ma la parola è una sola, o almeno questa è l’intenzione. Una parola o meglio una voce che ha bisogno di due strutture linguistiche diverse per concepire e manifestarsi sulla pagina scritta. Ho necessità di dire sia attraverso la voce materna primordiale e istintiva che tramite la magnifica lingua di Dante, che mi permette maggiore ricchezza di lessico e una struttura sintattica più articolata. Le due lingue lavorano in collaborazione stretta; talvolta s’interrogano l’una con l’altra anche durante la fase di composizione. Ogni verso, ogni strofa deve funzionare in entrambi gli impianti linguistici. Quindi la risposta alla tua domanda è: scrivere in dialetto e scrivere in italiano significa suonare la stessa musica con due strumenti diversi, entrambi indispensabili. Continua a leggere




