La tua scrittura si muove su due binari: il dialetto materno, quello di Locri (Reggio Calabria), e l’italiano. Il risultato è solido e convincente in entrambi, per l’estrema cura che dedichi all’aspetto specifico di ciascuno (con il loro rispettivo lessico, ritmo e timbro). Cosa significa per te scrivere in dialetto e cosa significa scrivere in italiano?
Grazie per la domanda, Raffaela; penso tu abbia centrato al primo colpo il nocciolo del mio lavoro più intimo sulla parola. I binari sono due, come tu correttamente affermi, ma la parola è una sola, o almeno questa è l’intenzione. Una parola o meglio una voce che ha bisogno di due strutture linguistiche diverse per concepire e manifestarsi sulla pagina scritta. Ho necessità di dire sia attraverso la voce materna primordiale e istintiva che tramite la magnifica lingua di Dante, che mi permette maggiore ricchezza di lessico e una struttura sintattica più articolata. Le due lingue lavorano in collaborazione stretta; talvolta s’interrogano l’una con l’altra anche durante la fase di composizione. Ogni verso, ogni strofa deve funzionare in entrambi gli impianti linguistici. Quindi la risposta alla tua domanda è: scrivere in dialetto e scrivere in italiano significa suonare la stessa musica con due strumenti diversi, entrambi indispensabili.
Da Locri ti sei trasferito abbastanza presto a Milano, dove vivi ormai da molti anni. Cosa ha comportato questo spostamento? Il legame con la Calabria si è rafforzato con la distanza? Questo legame come ha influenzato la tua scrittura (oltre che a livello linguistico)? In altre parole, nei tuoi versi cosa emerge della tua terra tra ciò che ti sei portato dentro?
Ho lasciato la Calabria finito il Liceo. Non si è trattato di una scelta sofferta ma dell’unica scelta possibile. Sapevo fin da bambino che il mio futuro sarebbe stato altrove, ed è stata una fortuna. La campagna calabra degli anni 70 non offriva nulla ai giovani; solo briciole e desolazione. Se poi nascevi in una famiglia senza solide basi economiche nel territorio, esclusa dalla mentalità clientelare specificamente mafiosa, allora eri tagliato fuori. E ancora per fortuna, aggiungo, che sia andata così. Milano mi ha dato la possibilità di trovare un lavoro e costruire una vita dignitosa. A Milano ho cominciato a scrivere i primi versi, anche se il germe della poesia era dentro di me fin dalla pubertà. Da queste premesse si dovrebbe concludere che io detesti la mia terra di origine e provi un sentimento di adorazione verso la terra che mi ha adottato. Ma non è così. Ho continuato ad amare la mia terra (com’è ingiusto a volte l’amore!), scrivendo poesia con la lingua di quella terra, raccontando gli anni della mia infanzia e adolescenza con quella lingua ruvida e sonora, violenta melodiosa a un tempo. Ho portato quelle parole a Milano, come fossero uno scudo e un tesoro. Le parole del dialetto si sono amalgamate con la lingua italiana in modo tale da permettermi una resa espressiva ottimale, spero. La mia memoria, le mie parole sono sempre con me, ovunque vada, nella mia valigia non più di cartone.
Secondo te, nel processo di scrittura, quale ruolo hanno rispettivamente la parte razionale e la parte emotiva?
Questa domanda vale 100 mila dollari. Per restare nell’ambito aritmetico, penso che la poesia sia per il 100% ragione, per il 100% emozione e forse anche altro. Intendo dire che si tratta di un’arte complessa, articolata, multicolore. Richiede ascolto, di sé e dell’altro, ma anche capacità di tradurre in parole le proprie emozioni. La lingua è sempre insufficiente per rendere ciò che proviamo dentro (lingua mortal non dice/ qual ch’io sentiva in seno… diceva il Giacomo nazionale); verità confermata anche dai glottologi. È necessario, quindi, per il poeta leggere tanto; leggere ti aiuta ad aprire la mente, o meglio a trovare nuovi circuiti mentali che ti permettano infinite combinazioni. Solo così potremo utilizzare l’immenso immaginario che ognuno di noi dovrebbe avere: visioni, memorie, idee, odori, musica, sensazioni, intuizioni. Tutte le emozioni sono dentro la nostra scatola cranica. La ragione è fondamentale per organizzarle linguisticamente e trasmetterle sulla pagina bianca. Nessun dettaglio può essere trascurato.
Nella tua esperienza personale, qual è il rapporto tra poesia e vita? Si integrano, si compensano, combaciano, bisticciano?
Partendo dall’ultimo verbo della domanda, posso affermare che poesia e vita per me non bisticciano, anzi sono la stessa cosa. Mi spiego meglio. Molti aspetti della società contemporanea ci dicono che tra poesia e vita c’è una distanza siderale. La poesia è magica lentezza, la società è velocissima prassi (vedi Internet); la poesia è meditato ascolto, la società semplificazione truce, talvolta. E via discorrendo. Bisogna quindi rassegnarsi a questa tragica verità dicotomica? Mai! È necessario lottare, sudare per far emergere, nella nostra società attuale, la poesia che la vita ci offre quotidianamente. Il poeta, come ogni artista, ha un ruolo importante, se non determinante. Ciascuno dal suo limitato punto d’osservazione può e deve dare il suo contributo di Bellezza. Se non salva, la Bellezza aiuta; aiuta ad alzarci la mattina di buon umore, con qualche obbiettivo in più. La Bellezza stessa è godimento, è vita al quadrato. Vita e poesia abitano lo stesso spazio, vivono magicamente in contemporanea. Non tutti lo sanno, però. Non tutti se ne accorgono. Mi dispiace per loro, non sanno cosa si perdono.
Nel corso degli anni, hai partecipato a molti concorsi letterari e ne hai vinti diversi. Quali sono a tuo parere i rischi e i vantaggi che offrono i vari premi di poesia?
Dico prima i vantaggi: conoscere persone, ammirare lo splendore del Bel Paese, confrontarsi con altri autori. Tu ed io ci conosciamo grazie al concorso Di Liegro, ad esempio. Possono nascere nuove amicizie e anche nuovi progetti di poesia. Sono convinto che la poesia non sia un’arte che si fa in solitaria ma abbia bisogno di nutrirsi dell’altro e degli altri. In poesia si “ruba”, sempre in buona fede ovviamente. Un po’ come si faceva un tempo coi mestieri artigianali. I rischi… sono molti di più. Ci vorrebbe il papiro di Ebers per elencarli tutti. Intanto, la vanità. Per non dire il narcisismo, siamo tutti fatti così, chi più chi meno… Poi, l’illusione. Illudersi che vincere un premio significhi essere bravi. L’equazione è opinabile, dipende da molti fattori: la giuria, la qualità dei concorrenti ad esempio. L’ambizione. Scrivere per “piacere” o compiacere la giuria. Si rischia in questo modo di spersonalizzarsi. Si rischia di scrivere in “poetichese”. Che in poesia equivale ad essere politicamente corretti, cioè mediocri. In poesia bisogna essere scorretti, scrivere testi duri, eversivi, bisogna incidere come la lama di un coltello da 20 cm (sto esagerando un po’, la vanità mi ha preso la mano). Mi fermo. Stop.
Stai lavorando a qualcosa di specifico in questo momento? Hai progetti futuri?
Esce a breve il mio nuovo libro: Ponti sdarrupatu (Il crollo del ponte) con Passigli. Un libro sul Ponte Morandi che ha richiesto due anni di lavoro. 43 poesie, una per ciascuna vittima del disastro. Una piccola Spoon River (non è mia la definizione) in dialetto calabrese. Poi ho un paio di progetti, uno dei quali è una raccolta completa su omicidi di ndrangheta e mafia (sempre argomenti allegri, come noterai!). Una tematica che sento fortemente mia. Ho vissuto 20 anni in Calabria, conosco bene l’argomento, sul quale leggo tanta saggistica. Penso che la poesia possa colmare tanti vuoti, anche sul piano civile. Con i mezzi specifici che le appartengono, ovviamente. P.s. Spero che questa intervista non venga letta in Calabria. Meglio non fare tanta pubblicità, in certi casi… Grazie Raffaela.
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Cinque poesie:
MUNTAGNI
Mamma mia chi muntagna!
Mi dissaru nzina ca jà fora
ncesti una cchjiù grossa
e po’ atthri a decini, ‘na fila nfinita
parinu statui gihanti
mentuti a guardia ‘n n’isola.
E supa a ogni muntagna, quanti voschi!
Cu faghi a sfiorari ‘i nivulati
castagneti, carpini, ilici
e tanti arburi ‘i frutta
chi spamanu ‘n cuartieri.
E dinnt all’arburi
pujija ‘a vita, cu lapi
chi fannu ‘a folia
formichi traficanti
comu schjiavi d’Egittu.
E sup’è pèzzula
muschjui e farfalinii c’u suli
licnhji ‘i lucia. E dinta
a lucia forzi nc’è Ddiu
chi joca c’a materria
facendu du nenti ogni cosa.
MONTAGNE
Mamma mia che montagna!// E più in là, m’hanno detto/ c’è n’è una più grossa/ e poi altre a decine, una fila infinita/ sembrano statue giganti/ messe a guardia di un’isola.// E dentro ogni montagna, quanti boschi!/ Con faggeti a sfiorare le nuvole/ castagneti, carpini, lecci/ e alberi da frutta/ che sfamerebbero un quartiere.// E dentro gli alberi/ pullula la vita, con api/ che ci fanno il nido/ formiche operose/ come schiavi d’Egitto.// E sulla corteccia/ muschi e licheni che il sole/ sublima di luce. E dentro la luce forse/ c’è Dio che gioca con la materia/ ricavando dal niente ogni cosa.
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CHISTA E’ L’URA
Nescì ch’era già scuru
caminandu pè strateji
du voscu, arrivà jani
a’ cerza cchjiù vecchjia,
nci scangià ddu palori
mi ccarizzà i gangali,
comu na vota. Passàu
nu pocu ‘i temphu nto ccittu
na paci trovata. Sapìa
ch’e frundi èranu l’animi
d’i morti, aspettà ‘u scrùsciu
arrivà. Non è tantu mali
penzà, fari parti d’i cosi
se nc’è movimentu e friscura
a ttia vicinu e s’ò cielu
alluci ‘i rrami, du vèsparu
all’arba. Mi pigghjià mbidia
d’i pethri, p’a sapiienza
d’i diricati ’i sipali, ca stannu
vicinu ò scuru, p’o hjiarvu
du sambucu, senza u mi spettu
nenti. Mi passvu a menti
ncocchji storria ‘i sangu.
Sogni d’oru, mè hjiatu, chista è l’ura.
QUESTA E’ L’ORA
Sono uscito che era buio/ camminando per i viottoli / del bosco, ho raggiunto / la quercia più vecchia,/ ho scambiato due chiacchiere/ mi ha carezzato le guance/ come una volta. Ho passato / un po’ di tempo in silenzio/ una pace trovata. Sapevo / che le foglie erano le anime / dei morti, ne attesi il fruscio, / arrivò. Non è poi così male/ pensai, appartenere alle cose / se c’è movimento e frescura / a te intorno e se il cielo / illumina i rami, dal tramonto / all’alba. E invidiai le pietre/ per la sapienza, le radici / dei rovi per il contatto col buio/ il profumo del sambuco/ senza aspettarmi niente. Ripassai/ a memoria qualche storia di sangue.// Sogni d’oro, mio fiato, questa è l’ora.
*
CALABRIE
Quandu ‘i rrami d’a mmèndula
stannu a hjiuriri,‘i fìmmani
preni sù thrattati a’ para.
Pari ma’ a fari scrusciu
‘i notti, nuju pemmu passa
cu lumeri e fochi a hjiancu.
N’è potiti arrassari
c’a barritta ‘n capa
e no guardari fissi assà
sulu passi lenthi e sagri
com’è hatti nnanzi di l’agguatu.
Nuju u si permetti ‘i tussijari
o u si lamenta du mbernu chi passà
mancu fari perizii sup’a rrobba
sulu ‘i sònna netti netti
sunnu permessi a d’a memorria
ma a labbra menzi chjiusi.
Quandu ‘i rrami d’a mmèndula
stannu ‘n hjiuri, poti fari l’amuri
cu non fici ma’ peccatu
‘a vèjissa c’a rosa
‘u venthu cu lu hjiatu.
Non esti mà c’a chjianta
si spaggura e duna frutti
mpurruti, come una fimmana
nta nu sgravu jutu a mali.
Si usa ‘i sta manera nt’è Calabbrii
aundi l’undi grossi e ‘i timpuna
non vidinu l’omu cu sospetthu
anzi, si junginu d’i voti
nta nu ballari ‘n thri.
CALABRIE
Quando i rami del mandorlo/ sono in fiore, vengono trattati/ come donne incinte.// Guai a fare rumore/ di notte, nessuno passi/ vicino con lumi o fuochi.// Non si può accostarli/ col berretto in testa/ né guardarli fissi a lungo/ solo passi lenti e sacri/ come i gatti prima dell’agguato.// Nessuno osi starnutire/ né lamentarsi dell’inverno passato/ o fare previsioni sul raccolto/ solo i sogni puliti/ sono concessi alla memoria/ ma a labbra socchiuse.// Quando i rami del mandorlo/ sono in fiore, può fare l’amore/ solo chi non ha peccato/ la vespa con la rosa/ il vento con il fiato.// Non sia mai la pianta/ si spaventi e dia frutti/ marci, come una donna/ in un parto andato a male.// Si usa così nelle Calabrie/ dove i marosi e le colline/ non guardano l’uomo con sospetto/ anzi, a volte si uniscono/ in una danza a tre.
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WUERRA SANTA
Occhji all’armi di la naca
mani singhi d’a catramma
mi si spejanu ‘i penzeri
a ogni schjiaffu di guastuni.
Corpi nudi sup’a schjina
com’u ventu nto cannitu
cagna, rringami nto cori
cu to sangu ccà mi civu.
Non scopriri, figghjiu u cielu
carni fruttu di nu fagghjiu
ogni spata esti a paghura
chi ti ncugna inthr’a tana.
Quanta mmerda u jornu spurna
sup’è camphi ricamati
tutti i morti ànnu lu hjiarvu
d’a zolla i pocu zzapijata.
Nuju cchjiù chi si ndinocchjia
simu hjiatu, peji ed ossa
puru Ddi tagghjià la corda
jà, scavandumi na fossa!
GUERRA SANTA
Occhi all’armi dalla culla/ mani crepe di catrame/ mi si spellano i pensieri/ a ogni sferza di bastone.// Colpi nudi sulla schiena/ come il vento nel canneto/ cagna, latrami nel cuore/ del tuo sangue qui mi nutro.// Non scoprire, bimbo, il cielo/ carne frutto di un errore/ ogni spada è la paura/ che ti spinge nella tana.// Quanta merda sforna il giorno/ sopra i prati ricamati/ tutti i morti hanno il profumo/ della zolla appena arata.// Più nessuno s’inginocchia/ siamo fiato, pelle ed ossa/ anche Dio se l’è svignata/ su, scaviamoci la fossa!
*
ACQUI SANTI (Pilasthru n.2)
Teni ncarcosa ‘i larriu
stu battiri strèusu
sup’è jidita, sti gocci
duri comu cucujati
‘nto cimenthu a singazzi
‘nt’è tondini rruggiati
‘nta capa fora postu
d’i christiiani.
‘N teni nenti ‘i santu*
st’acqua ‘i principiu millenniu
non ricanusciu ‘a sò musica
e mancu ‘u spilu anticu
pemmu scarda.
E non mi specchjiu ‘nta stu temphu
‘i pocu ssestamentu, carni rottamata
comu màchini sup’è ponti, cercu
thra ‘i singazzi chiju perzu nt’è sonna.
Teni malta bastardu Brunu
nt’è premona, ‘a notti mentu
‘i guanti mu s’ammucciu
e all’irbicina scatulija nto canteri.
Thra sacchetti ‘i carci
assi e chjiova avi a throvari
prima o po’ a sò minera
na surgiva ‘i falacchi chi disseta
‘nta ll’ìsthracu a gocci na jinesthra.
ACQUE SANTE (Pilastro n.2)
Ha qualcosa di losco/ questo battere assurdo/ sulle nocche, queste gocce/ dure come grandine/ sul cemento crepato, sui tondini/ arrugginiti, sul cranio/ fuori asse degli umani.// Non ha nulla di santo*/ quest’acqua d’inizio millennio/ non riconosco le sue note/ né la voglia antica/ di scaldare. E non mi specchio in questo tempo/ di precari equilibri, carne rottamata/ come auto sopra i ponti, cerco/ tra le crepe ciò che ho perso nei sogni.// Ha malta bastarda Bruno/ nei polmoni, la notte indossa/ i guanti per nascondersi/ e alla cieca rovista nel cantiere./ Tra sacchetti di calce/ assi e chiodi, troverà/ prima o poi la sua miniera/ una fonte di fango che disseti/ sull’asfalto a gocce una ginestra.
- A Bruno Casagrande, un operaio originario di Antonimina, provincia di Reggio Calabria. Paese noto per le sue fonti termali denominate “acque sante”.
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Alfredo Panetta è nato nel 1962 a Locri (R.C.). Nel 1981 si trasferisce a Milano dove tuttora vive, svolge l’attività di artigiano nel settore Infissi in Alluminio. Ha pubblicato su varie riviste (Nuovi Argomenti, Tratti, Il Segnale, Poesia) e raccolte antologiche (L’Italia a Pezzi, Guardando per Terra, Annuario Raffaelli ecc.). Vincitore, tra gli altri, dei premi Montale, Pascoli, Gozzano, Noventa-Pascutto, Città di Lanciano, Di Liegro. Ha al suo attivo 4 raccolte edite, l’ultima delle quali “Ponti Sdarrupatu” (“Il crollo del Ponte”, Passigli 2021). È membro di 3 giurie di premi letterari (Daniela Cairoli, Città di Galbiate, Giugno Locrese). Per quattro anni consecutivi, prima del Covid, ha coordinato laboratori di scrittura poetica presso le scuole primarie di Lecco e Gallarate.


